La Bella Terra

Non viviamo più il “tempo” di una volta

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Milano, anni ‘60

milano-anni-sessantaA volte ripenso alla mia vita di bambino e ragazzo negli anni ’60 e poi ’70. Ripenso in particolare a mio papà operaio. Usciva la mattina presto, lavorava 8-10 ore sotto il controllo “dell’ingegnere tempi e metodi” e poi, “quando suonava la sirena” tornava a casa dove ovviamente era totalmente scollegato dal suo Ripeteva sempre gli stessi gesti: si lavava e si toglieva il grasso dell’officina, ascoltava il telegiornale sulla televisione in bianco e nero che avevamo comprato a rate, scambiava qualche parola con noi soprattutto per sapere come andavamo a scuola, e magari guardava un film prima di andare a dormire. Non avevamo il telefono. Ai nonni si mandavano le lettere cartacee e la cartolina di Buon Natale. Per le emergenza si usava il telefono della vicina oppure la cabina a gettoni.

La mia vita seguiva sempre gli stessi circoscritti rituali. La mattina a scuola. A metà giornata si tornava a casa per pranzo e quindi i compiti; poi in oratorio per incontrare qualche amico, giocare a pallone o a basket. La domenica aveva un programma ben preciso: alla mattina la messa, poi in oratorio a chiacchierare con gli amici, magari nella sala per i giovani dove avevamo un giradischi e qualche tavolo per giocare a carte. Il pomeriggio ancora in oratorio. Alle 4 l’evento del weekend: il film nel salone parrocchiale! E poi a casa per ricominciare una nuova settimana.

Le interazioni avvenivano solo attraverso gli incontri personali, a scuola, in oratorio, nei luoghi dove ci recavamo. Per il resto, si viveva in spazi e momenti limitati e chiusi, sempre uguali a se stessi.

Un mondo e un modo di vivere segmentati, limitati, noti, prevedibili.

Brianza, oggi. 

È sabato pomeriggio. Ho finito di rispondere ad un po’ di mail. Questa mattina ho fatto una videoconference via Skype con alcune persone che vivono in tre diverse città italiane e con le quali non ero riuscito a trovare altro momento per sentirci. Ora sto scrivendo questo articolo sul laptop; domani lo manderò per posta elettronica alla redazione che lo pubblicherà. Qualche ora fa, mentre ero da mia mamma mi sono venute in mente due correzioni che ho apportato dallo smartphone (l’articolo ovviamente sta in cloud). Domani mattina conto anche di sfruttare la tranquillità della domenica per preparare un incontro importante che avrò la settimana prossima: guardo le mail e i doc di interesse, leggo un po’ di notizie su siti , mi allineo con i colleghi usando il nostro tool di collaborazione web-based, pianifico il viaggio di lunedì in Veneto e di martedì a Londra, butto giù qualche slide, la mando per email per avere feedback. E sempre un occhio a controllare la timeline di Twitter.

La mattina dei giorni feriali, di solito, prima di uscire di casa controllo posta, incontri del giorno, stato dei cockpit aziendali (aggiornati in automatico di notte con i dati di consuntivo al giorno precedente). Faccio qualche call dal vivavoce dell’auto. In ufficio, spendiamo molto tempo per pianificare e ripianificare attività, incontri, deadline che cambiano in continuazione. È untumultuoso succedersi di fatti sempre nuovi che richiedono un continuo e veloce ripensamento e adattamento del nostro modo di essere e operare.

La sera, dopo cena, spesso rispondo alle mail che non sono riuscito a gestire nel corso della giornata e ripianifico lavoro, incontri e attività da fare. Oppure preparo la lezione o la presentazione che terrò il giorno successivo, magari adattandole in base agli ultimi input e feedback che ho appena ricevuto. A volte capita che mi connetta via Skype con colleghi e clienti che vivono o operano in altri fusi orari. Spesso capita che ci si senta la sera anche con colleghi del CEFRIEL o del Politecnico perché è un momento nel quale si è più tranquilli e ci si scambia qualche idea. Poi si “chiacchiera” con gli amici su Twitter, nomi e volti magari mai incontrati di persona e conosciuti solo via Internet. E si commenta sul “second screen” la tribuna politica o il talk-show trasmesso in TV.

Un mondo e un modo di vivere in continuo divenire, veloci, invadenti, spesso imprevedibili, sempre online, in perenne espansione ed evoluzione.

Non viviamo più il “tempo” di una volta

Quello che ho brevemente descritto accade ogni giorno a tantissime altre persone del nostro tempo, non solo nelle professioni della cosiddetta knowledge economy: l’essere sempre connessi, le dinamiche dell’odierno mondo del lavoro, la reti di relazioni e di interdipendenze che oggi viviamo stanno cambiando le nostre vite, in forme certamente più o meno intense, ma indubbiamente in modo diffuso e profondo. Non viviamo più il “tempo” di una volta: le dinamiche comportamentali, le consuetudini e gli stili di vita sono stati radicalmente cambiati da trasformazioni profonde che non possono essere semplicemente considerate un fenomeno transitorio.

Cos’è “lavoro” e cos’è vita privata? Dove sta il confine tra i due mondi? Quali sono i ritmi, i tempi, le dinamiche e gli spazi della nostra vita quotidiana?

L’invasione del lavoro nella vita quotidiana

Se è vero che le trasformazioni che viviamo attraversano tutte le nostre relazioni e tutti gli ambiti della vita quotidiana, è indubbio che il contesto dove questo cambiamento mi pare maggiormente visibile è quello lavorativo. Mi è sempre piaciuto un film degli anni ‘80, “Dalle 9 alle 5… orario continuato”, con tre strepitose attrici quali Jane Fonda, Lily Tomlin e Dolly Parton. Il titolo era emblematico: il mondo del lavoro era definito dallo scoccare di quelle due ore precise e inamovibili, le 9 del mattino e le 5 del pomeriggio.

Nel frattempo però si andavano affermando altre immagini e stereotipi: gli “yuppy” e i “workaholic”, che in modo diverso certificarono l’invasione del mondo del lavoro nella vita quotidiana di tanti white collar. Per molti, il 9-to-5 si è progressivamente espanso. Emblematicamente, potremmo dire cheil 9-to-5 si è trasformato in un ben più invadente 5-to-9, dove la distinzione del lavoro dalla vita privata svanisce. L’avvento delle tecnologie e di Internet ha poi moltiplicato a dismisura e esasperato questo trend.

Certamente, quanto accade è una trasformazione per certi versi inevitabile, ma sicuramente introduce elementi di problematicità significativi.

Come cambia la regolazione del mondo del lavoro, il concetto di contratto e orario di lavoro, quello di retribuzione? Possiamo forse pensare di dominare un fenomeno così complesso e disruptive usando le stesse categorie del fordismo e taylorismo tutt’ora alla base di tante norme, prassi e relazioni?

Un modo diverso di vivere e interagire

lavorare-da-casaLe nostre vite sono cambiate non solo al lavoro. È sotto gli occhi di tutti ed è indubbio che le tecnologie abbiano avuto un ruolo centrale in questo cambiamento: siamo sempre connessi, sempre online, sempre pronti a consumare e generare informazioni e a sviluppare relazioni. Stiamo per certi verso comprendendo solo ora il significato della parola “privacy”, proprio perché con l’avvento delle tecnologie digitali ci accorgiamo che problemi mai sperimentati in precedenza, o che avevano una rilevanza marginale, oggi sono divenuti snodi critici della nostra vita.

In questo contesto ci possono essere due reazioni:

  1. Negare e contrastare un modo di vivere e interagire considerato invadente, negativo, dannoso.
  2. Innalzare il livello di consapevolezza, maturità e conoscenza delle persone, per essere in grado di gestire secondo modelli più saggi e avveduti la trasformazione in atto.

Io non credo si possa tornare indietro. Nè possiamo chiudere gli occhi di fronte ai problemi e alle distorsioni che possono essere introdotte. Abbiamo una sola strada: crescere, maturare, essere capaci di gestire la complessità del “mondo nuovo”.

La responsabilità di una classe dirigente seria

Ecco quindi che pensando alle che servono alla nostra Bella Terra non possiamo non pensare anche a questi problemi. La Bella Terra potrebbe essere “bella” anche in questo: un nuovo modo di concepire e gestire il rapporto tra vita personale, lavoro, famiglia; un modo nuovo di educare e formare; un modo nuovo di coniugare vita sociale e sviluppo economico, rapporti umani e legami professionali; in generale, un modo nuovo di dare centralità alla persona e alla nostra umanità.

È anche e soprattutto su questi terreni che si giocherà la nostra capacità di creare e promuovere l’Italia del futuro.

 

 

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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1 Commento

  1. Mario

    20/05/2016 alle 18:09

    Dal punto di vista di chi lavora a stretto contatto, in simbiosi, con pc/tablet/smartphone, sarebbe interessante capire come poter gestire un possibile “diritto alla disconnessione”. In Francia, c’è una clausola nel loro “Jobs Act” ma diverse grandi aziende si sono attrezzate in vari modi. Qui c’è qualche esempio utile: http://www.sindacato-networkers.it/2016/05/diritto-alla-disconnessione-pronti-legge/

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