Sharing Economy

Voci dalla #sharingeconomy: le sfide per istituzioni e partecipazione secondo Daniele Viotti

Voci

Eccoci di nuovo a raccogliere i punti di vista sulla . Dopo aver ascoltato la voce di Marta Manieri, abbiamo deciso di indagare il punto di vista delle istituzioni e della politica, intervistando , parlamentare europeo del Partito Democratico attento ai temi della partecipazione, della Sharing Economy e ai percorsi di innovazione che considera centrali nella politica dei prossimi anni.

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Daniele Viotti è parlamentare europeo del Partito Democratico.

Parlando oggi di Sharing Economy, siamo di fronte a una “rivoluzione silenziosa” o a un fenomeno iscritto nelle pieghe dei funzionamenti tradizionali? 

La Sharing Economy è una configurazione che vuole offrire un’alternativa rispetto alle dinamiche tradizionali. Si pensi già solo al passaggio dall’acquisto del bene di consumo all’uso del servizio condiviso. Si tratta di un modo di ripensare l’intera struttura della nostra società e della comunità (dai gruppi di acquisto solidale alle social street, al crowdfunding). Si esce dal concetto di “individuo consumatore” e si passa alla comunità di persone dove si vive, produce, consuma in maniera diversa, più responsabile e condivisa. Inoltre, questo processo è fortemente legato alla centralità del cittadino attivo il cui ruolo è alla base del ripensamento delle strutture di partecipazione democratica. In questo processo di ripensamento del ruolo del cittadino, riveste un’importanza fondamentale la tecnologia come fattore abilitante 

Se partecipazione e condivisione sono le parole chiave di questa nuova ondata di mobilitazione, in che modo le istituzioni possono ricanalizzare tutta questa energia?

Semplicemente ascoltando quello che sta accadendo. Molte amministrazioni stanno innescando circoli virtuosi attraverso le open-cities. Le amministrazioni devono fare lo sforzo di non considerarsi “fortini” lontani dalle persone, di contro, le persone devono essere messe nelle condizioni di dare un contributo attivo per migliorare la vita delle proprie città.

Con la Sharing Economy sembrerebbe che il consumatore sperimenti il ruolo di attore protagonista. Quali sono i fattori che hanno contribuito a questa evoluzione?

sharing economyIl fondatore di Wired, Chris Anderson, ha dedicato alla «Sharing Economy» – anche se non l’ha mai chiamata in questo modo – tre libri: La coda lunga, Gratis! e Makers. Secondo Anderson, la rete ha innescato un cambiamento fondamentale nella vita delle persone e ha reso possibile la “presa di coscienza” di un nuovo ruolo. Non voglio fare la parte del tecno-entusiasta, ma di fatto sono convinto che internet abbia contribuito non poco a offrire a chi è stato in grado di coglierlo un nuovo orizzonte. Inoltre la crisi economica ha portato molte persone a ripensare il proprio modo di vivere, analizzare e vedere la società.

Nonostante i dati siano incoraggianti, siamo lontani da un fenomeno di massa. Classico esempio del “tra dire e il fare c’è di mezzo il mare”?

Rispondo con una citazione. «Com’è profondo il mare!». Non si può immaginare un cambio di paradigma così grande e pensare di poterlo fare in pochi anni. Anche Fabio Chiusi nel suo recente Critica della democrazia digitale, parlando di partecipazione, sottolinea che questo sembra essere un falso mito considerando i bassissimi numeri. Ma è altrettanto vero che uno dei più recenti esperimenti di partecipazione e condivisione della politica, quello di Podemos in Spagna, ha raccolto in tempi recenti quasi 300 mila persone che hanno attivamente partecipato al processo costitutivo del partito, del congresso e dell’elezione del loro segretario. Questo è uno stimolo per continuare.

Le esperienze della Sharing Economy sono caratterizzate da luci e ombre. Come superare le resistenze alla diffusione dei modelli collaborativi?

Siamo tutti chiamati a essere protagonisti di questo cambiamento. La politica e le istituzioni devono creare le condizioni affinché i cittadini si sentano parte attiva; l’accademia deve continuare a fornire contributi e a riflettere sulla questione in modo interdisciplinare; le aziende devono ragionare sulle opportunità che questo nuovo modello può portare, sia in termini economici, sia in termini di reputazione (penso alla Ford che negli Stati Uniti ha investito sul car-sharing perché ha capito che le nuove generazioni sono interessate a muoversi in macchina, non a possederne una); le associazioni, i movimenti e la cittadinanza attiva devono capire come diventare “massa critica” e non atomi isolati.

Per quanto riguarda il sistema regolatorio che dovrebbe normare le nuove realtà della Sharing Economy, siamo davanti a un rischio o a un’opportunità?

Partiamo da un esempio. Sta prendendo piede (in UK, USA e Canada) Handy, un’applicazione che offre piccoli servizi, dal cambio della lampadina, alla sistemazione del lavandino. È una sorta di banca del tempo dove piccoli aiuti di cui tutti prima o poi abbiamo necessità vengono pagati. In tempi di crisi si tratta di un’opportunità di lavoro in più.

Ignorare questi fenomeni o vietarli non servirebbe a fermarli e non porterebbe a nulla se non a un accrescimento del mercato nero. Normiamoli, facciamo pagare le tasse, tuteliamo i professionisti del settore e, soprattutto, garantiamo la sicurezza di lavoratori e utenti.

L’Europa, dal canto suo, deve, da un lato, tutelare le opportunità per le piccole realtà della sharing economy, salvaguardando tutti i soggetti in campo, dall’altro, vigilare sulle grandi multinazionali di servizi affinché non utilizzino questi strumenti per trarne solo condizioni fiscali di favore.

Sembra che l’efficienza dei modelli collaborativi non sia stata colta appieno dal mondo istituzionale e amministrativo. Da cosa dipende?

SharingDi sicuro ci sono dei problemi strutturali. Non puoi far calare dall’alto un cambiamento di questa portata, soprattutto se vuoi porre l’accento sull’apertura, la condivisione e la partecipazione. Quello che si può fare è ragionare sul futuro. Aprire dove è possibile, percorrendo l’importante strada della formazione. In questi anni non vi è stato un ricambio di personale all’interno delle PA e, pertanto, è necessario che gli attori presenti siano aggiornati sui paradigmi emergenti. Di fondamentale importanza è il coinvolgimento anche del settore privato. I due mondi devono comunicare e trovare percorsi comuni.

Visto che si è interessato al tema e ha partecipato attivamente, di cosa si sta occupando nella sua attività in questo momento nel campo della Sharing Economy?

Sono sempre stato un sostenitore della politica partecipata. Ho cercato di portare questo metodo anche nella mia candidatura alle Europee, dimostrando che è possibile raggiungere risultati spendendo pochissimo, ascoltando e coinvolgendo attivamente le persone. Dopo il grande evento che abbiamo organizzato a Torino a fine novembre sull’economia della condivisione e sui nuovi modelli di sviluppo, continueremo a guardare le realtà che già applicano il modello condiviso: vogliamo dimostrare che il futuro è possibile uscendo dai modelli consolidati e proponendo alternative concrete.

Gli spunti e i suggerimenti di Daniele Viotti sembrano indicare che la Sharing Economy si possa iscrivere a pieno titolo all’interno dei modelli alternativi di partecipazione alla vita sociale ed economica, al pari delle recenti esperienze di democrazia partecipata e di creazione dal basso di nuovi modelli di sviluppo. Queste nuove modalità, da un lato, mettono il cittadino al centro e chiedono alle istituzioni e alla politica di attivare nuove pratiche di ascolto e partecipazione, dall’altro innovano le modalità di consumo evidenziando come cruciali i concetti di accesso e condivisione. Identificando nella tecnologia un fondamentale abilitatore, queste pratiche propongono una sfida a tutti gli attori della sfera istituzionale, sociale ed economica che potrà essere efficacemente raccolta continuando a creare, anche attraverso la formazione e percorsi di education, una cultura che valorizzi il beneficio, non solo economico, che queste concrete alternative possano portare sia ai singoli che alle comunità.

Marta Trotta

Socia fondatrice di useit srl, social start up nel settore della sharing economy, è consulente e formatrice sui temi del change management, dello sviluppo organizzativo e della comunicazione istituzionale e 2.0.

Gli articoli pubblicati su TechEconomy sono il frutto del lavoro a sei mani con i membri del Team useit:

Benny Bimonte
Socio fondatore di useit srl, social start up nel settore della sharing economy, con 20 anni di esperienza manageriale a livello internazionale nell’industria ICT. Attualmente fondatore di B3 Consulting, società che supporta l’internazionalizzazione e il lancio di iniziative ad alto livello di sostenibilità socio-ambientale.

Rachel Hentsch
Multiculturale di origine, architetto di formazione. Attualmente PR consultant e marketing assistant presso la Tuscolo RAV srl e business developer presso useit srl.

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