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Social Media 2015: e se chiudessimo i commenti?

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«Hanno preso uno dei nostri, prenderò due dei loro. Questo potrebbe essere il mio ultimo post». Lo ha scritto su Instagram, postando un’inquietante immagine e hashtag #sparaallapolizia, Ishmael Brinsley, l’omicida che l’altro giorno ha sparato alla fidanzata a Baltimora e poi è andato a New York per uccidere i due poliziotti a Brooklyn, come «vendetta» dopo il caso Ferguson.
Un tra i più frequentati è divenuto nuovamente teatro per l’elaborazione di una tragedia: medium per l’elaborazione di un dramma.
omicidioNessuna conclusione affrettata, sia chiaro: in altri tempi il pazzo di turno lo avrebbe detto al bar. «Ma non è che forse lì magari» – ecco la domanda… – «qualcuno lo avrebbe anche fermato? O avrebbe chiamato la polizia?». Non è accaduto su social.
I social sono «il terreno della libertà di pensiero», sacra e inviolabile. Guai anche solo a porsi domande sui limiti, i confini da dare – in senso costruttivo, come in ogni democrazia – a questo potere. «Sei demagogico!», ti sentiresti dire.
Sembra invece sempre più che demagogia, anarchia e persino totalitarismo possano impadronirsi – se già non hanno iniziato a farlo – di questo territorio: mangiandosi una democrazia che, così, finirebbe vittima di se stessa. Il fenomeno troll parte dal semplice e più innocente dei ragazzi che va su Internet, vede una notizia o una comunicazione – di un’azienda, un sito di news, una persona – apre la propria bocca virtuale e “le dà fiato” commentando con la prima idea, la prima critica, o spesso ormai la prima offesa, che gli passa per la testa. Al diavolo le conseguenze: ché anzi, se ci pensa, è pure contento di scatenar casino e richiamare così l’attenzione su di sé. Almeno questa soddisfazione al narciso frustrato diamola.
Ecco così che le pagine social dei Brand o dei Media, come le eventuali sezioni dedicate ai commenti sui loro siti, divengono in breve un «muro del pianto». Ben lungi dal porsi come agorà virtuale di una nuova Atene, di una pòlis aperta e trasversale ove tutti sono uguali e hanno pari diritto di parola, qui solo chi grida di più vince: come sul marciapiede di una strada, dove si nota solo il maleducato che butta il chewing gum per terra, o un muro dove chiunque fa a gara a chi imbratta di più. «L’equivalente digitale dei muri nei bagni delle scuole», scrive Beppe Severgnini in un suo magistrale commento sul Corriere. «Con un’aggravante: a scrivere insulti, volgarità e bugie non erano adolescenti eccitati. Erano adulti imperdonabili».
L’idea è insomma che, a forza di inneggiare a «Internet» come strumento buono in sé, di democrazia, da candidare addirittura al Nobel per la Pace, la «parola a tutti» la si sia data anche troppo: cioè senza regole, senza una «Costituzione», una «educazione civica digitale». Ed ecco i primi battere in ritirata.

NO commentÈ di qualche giorno fa la notizia che in America i commenti sono stati aboliti da «.Mic» dopo il collegamento a «Drudge Report»: gli utenti hanno travolto il sito della testata di news rendendo le discussioni praticamente non più moderabili. Idem su «Popular Science». «Quartz» ha aperto senza sezione ad hoc per i commenti e Reuters ha tolto le possibilità di commentare le notizie. «No comment», scrive Mashable: che spiega «perché i siti di news stiano affossando le sezioni commenti».
«Come ogni buon prodotto», ha detto Christopher Altchek di .Mic, «quando una funzione non è più necessaria o utile, la si elimina». «I forum di discussione non sono più core service dei siti di news», ha incalzato Ben Frumin su «The Week». Oltre un certo livello, insomma, il muro del pianto non è più sostenibile. Non è più, anzitutto, ciò che doveva essere: luogo di confronto e di democratico dibattito. Una inutilità in sé che si rivela danno per il benessere di chi vuol essere informato – l’utente medio che ha «bisogno» che io lo informi e di cui in tal senso devo «prendermi cura» – oltre che per l’immagine della testata.
Meglio investire energie in ciò che conta davvero per la mia vocazione e i miei utenti: informare, in questo caso. Lasciando la «spazzatura» ai social: «Facebook, Twitter, Reddit, o un’infinità di altri posti», conclude Frumin, «dove continuare la conversazione».
Social network prossima «discarica del web»? È questa la nuova, nascosta tendenza del Digital nel 2015, conseguenza di questo primo ritorno a «serrare i ranghi», chiudere per necessità i rubinetti della conversazione?
«È come quando inviti qualcuno a casa», spiega Altchek: «vuoi assicurarti che il bagno sia pulito». Se il rubinetto perde acqua – restando in tema – la si chiude: o si incanala la perdita in un secchio nascosto. «Qualcuno dirà: “d’accordo ma, togliendo la sezione commenti, crudeltà, volgarità e insulti si trasferiscono sui social”», scrive Severgnini. «È vero, purtroppo. Ma almeno non è più un problema dei giornali». Sic et simpliciter. E ha ragione.
Non sarà così tecnicamente più un problema dei giornali – o in generale delle aziende, dei Brand: che potranno tenere i loro siti «puliti». «Siamo giornalisti, più o meno bravi; non guardiani di uno zoo». E per i Social Media Manager, i Community Manager? Il problema si sposta lì.
«La libertà, come tutte le cose importanti, bisogna meritarsela», continua Severgnini. E il «popolo della Rete», come dimostra il caso di Beppe Grillo, non se l’è molto meritata. Anche per «le lettere del blog Italians e altre sezioni di Corriere.it» è stata tolta la possibilità di commentare: lo stesso accade da tempo sul blog di Seth Godin, «Bibbia» nel campo.

Per tutto il resto? Ci sono i social.

Sappiamo bene però che non è così. Che i social sono vetrina di un marchio tanto quanto il sito, se non di più, benché a buon diritto, in assenza di investitura formale e regolamentazione legale, possano porsi ancora come «veste informale», libera prateria di scambio, deresponsabilizzante da un lato per chi scrive, dall’altro per il marchio, assai meno chiamato qui a rispondere della «pulizia del bagno».
Ma quel bagno mica lo possiamo lasciare così. Tutti lo sappiamo. Lo chiudiamo? Si pensi a Mentana, che già scelse di abbandonare il campo social. O troviamo il modo di regolamentarne democraticamente l’uso?
«Educazione civica digitale»: torniamo sempre lì. Se un bambino mangia troppa marmellata, la si vieta una, due volte. Alla terza lo si scopre con le dita nel barattolo? Mamma la toglie. Qui siamo bambini o adulti? Per preservare una (presunta) democrazia, finiremo per far intervenire un Potere occulto che ci “toglierà i social”, magari, da un giorno all’altro? O saremo forse in grado di far qualcosa di sensato e costruttivo prima, dimostrando che siamo adulti e insegnando, «educando» chi ancora legittimamente non conosce certe piattaforme a esserlo?

 

 

Rachele Zinzocchi

Rachele Zinzocchi

Digital Strategy R&D Consultant, Public Speaker, Lecturer, Coach, Author. Honoured by LinkedIn as one of the Top 5 Italian Most Engaged and Influencer Marketers.
#SocialCare, «Utility & You-tility Devoted», Heart-Marketing and Help-Marketing passionate theorist and evangelist. One watchword – «Do you want to Sell? Help! ROI is Responsibility, Trust» – one Mission: Helping Companies and People Help and Be Useful To Succeed in Business and Life.
Writer and contributor to books and white-papers. Conference contributor and Professional Speaker, guest at events like SMX, eMetrics, ISBF, CMI, SMW. Business Coach and Trainer, I hold webinars, workshops, masterclasses and courses for companies and Academic Institutes, like Istituto Tagliacarne, Roma, TAG Innovation School, Buzzoole, YourBrandCamp, TrekkSoft. Lifelong learning and continuing vocational training are a must.

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