Sharing Economy

Voci dalla #sharingeconomy: ostacoli e prodezze della condivisione con Marta Mainieri

Voci
Manieri

è autrice del libro “Collaboriamo” e fondatrice di collaboriamo.org.

Iniziamo il cammino tra le “voci della ” per raccogliere, tramite interviste, punti di vista, esperienze e suggestioni su un fenomeno complesso e multiforme. Iniziamo con Marta Mainieri autrice del libro “Collaboriamo” (Hoepli), che racconta e sistematizza il fenomeno della sharing economy.

Marta è anche fondatrice di collaboriamo.org un’agorà di informazione e confronto sul consumo collaborativo.

Sharing economy sembra un’etichetta abusata. Dal tuo osservatorio come stanno realmente le cose?
Stiamo concludendo una mappatura delle piattaforme italiane di sharing economy: le realtà italiane individuate sono 97, ma il numero è in continua crescita anche se, naturalmente, non mancano i servizi che chiudono.
Nei mercati più maturi, per esempio USA, emergono anche le prime ombre soprattutto quando i servizi offerti dalla sharing economy diventano un’occasione di lavoro continuativo che sfocia facilmente nella precarizzazione.

Quali le caratteristiche “nazionali” che incentivano o disincentivano lo sviluppo di modelli di sharings? L’Italia nel contesto europeo e mondiale: retroguardia o movimento crescente?
Gli italiani sono predisposti a condividere e lo dimostra il fatto che i più importanti tra i servizi di sharing economy, come Blablacar e Airbnb, sono cresciuti più in Italia che in altri parti del mondo. Storicamente, comunità e reciprocità hanno rappresentato il garante della sopravvivenza di larghi strati sociali, sia in campagna che in città.
Viceversa, l’ampiezza del digital divide – resistenza all’uso di internet e dei pagamenti elettronici – rappresenta uno dei maggiori ostacoli alla diffusione di queste modalità di consumo per le quali la tecnologia è un fattore abilitante.

Persone e sharing economy: le resistenze a una partecipazione attiva sembrano prevalere sull’adesione emotiva. Classico esempio del “tra dire e il fare c’è di mezzo il mare”?
Molti dicono “Che bello!”, ma solo pochi utilizzano realmente questi servizi.
Credo ci sia il rischio di un circolo vizioso: molte piattaforme singolarmente non hanno sufficiente massa critica, dissuadendo dalla reiterazione dell’esperienza d’uso sia come utilizzatore, sia come attore di condivisione.
Un’altra motivazione è dovuta al fatto che l’abitudine purtroppo è spesso più forte della novità. Anche se, una volta che inizi non smetti più!

Cosa muove gli utenti all’azione? Soldi o valori?
A mio avviso prevale “il denaro”: il fatto che si guadagni qualcosa. Dopodiché le persone ci prendono gusto e apprezzano l’esperienza che questo tipo di situazioni offre.
Non è un caso che Airbnb ha raggiunto il grande pubblico e  Couchsurfing invece no.

Sharing

Chi può favorire e come l’abbattimento delle resistenze alla diffusione dei modelli collaborativi?
Ci sono diversi modi. Le amministrazioni possono ricoprire un ruolo importante perché possono generare cultura sull’argomento e proporre servizi che incidano favorevolmente sui cittadini. Inoltre, anche la scuola potrebbe svolgere un ruolo interessante spiegando ai ragazzi che l’atto del condividere non è legato solo ai social network.

L’efficienza dei modelli collaborativi sembra non sia stata colta appieno dal mondo istituzionale e amministrativo. Legacci burocratici o impreparazione della cultura di amministrazione?
A mio avviso, il problema è essenzialmente culturale e dovuto al fatto che le amministrazioni pubbliche, con le dovute eccezioni, sono fortemente affette dal digital divide.
Ci sono “innovatori” che comprendono i benefici e stanno provando realizzare esperienze “pilota”, ma si tratta di situazioni che devono ancora fare “storia” per diventare dei modelli da mutuare su larga scala.

Il sistema regolatorio sembra oscillare tra l’assoluta mancanza di norme a “non si può fare in quanto non previsto”. Rischio od opportunità per la sharing?
A mio avviso se si vuole innovare, non ci si deve porre il problema della normativa una volta che non si agisce illegalmente. Tuttavia, l’assenza di normativa può essere un problema in quanto gli utenti potrebbero non aderire perché hanno paura o semplicemente si sentono poco protetti. In questo senso la chiarezza normativa aiuta la diffusione di questi servizi anche se bisogna stare attenti affinché la normativa agevoli, ma senza soffocare.

Tante idee, pochi soldi e vulgata comune. Verità o alibi?
Da un lato avere soldi è fondamentale, perché sono il punto di partenza per realizzare quello che si ha in testa.
Dall’altro è un alibi, perché ci sono delle idee che potrebbero funzionare di per sé, ma se, nonostante le risorse, non si è in grado di trasformarle in qualcosa di facile da usare ed accessibile, tutto diventa vano.
I soldi aiutano, ma ci deve essere la giusta “impressione” e la capacità di portarla avanti: sono due caratteristiche molto difficili da trovare.

Sharing economy e sostenibilità ambientale: area spesso sottovalutata?
Il legame è fortissimo, la sharing economy nasce dal presupposto che dobbiamo sfruttare appieno quello che abbiamo già. L’idea forte di accedere al bene invece che possederlo ha sicuramente un primo impatto ambientale.
La sharing economy contribuisce a un approccio sostenibile e lo veicola in modo più coinvolgente: il messaggio non è non usare bicchieri di plastica perché inquinano, piuttosto condividi quello che hai perché così ci puoi guadagnare qualcosa, e aiuti anche l’ambiente…  la comunicazione del messaggio è totalmente diversa.

Hai scritto molto e il tuo interesse è ancora indomito, di cosa ti stai occupando in questo periodo nel campo della sharing economy?
In questo momento, mi sto dedicando a Collaboriamo, la piattaforma che ho aperto per promuovere la sharing economy facendo informazione, ricerche, convegni e consulenza a start up, aziende e pubbliche amministrazioni. All’interno di questo percorso stiamo lanciando la seconda edizione di Sharitaly, il primo convegno sulla sharing economy in Italia, che si terrà a Roma il prossimo 1 dicembre presso le sale di Montecitorio.

Al termine di questo ricco viaggio accanto a una osservatrice di eccezione come l’esperta di sharing economy Marta Mainieri, emerge come, per affermarsi, l’economia della condivisione debba ancora superare l’ostacolo rappresentato dall’ “onere della novità”: tutto ciò che è nuovo, infatti, è caratterizzato da un più alto tasso di mortalità rispetto a ciò che è consolidato. Lo scambio di battute evidenzia, però, anche molti segnali positivi provenienti dalle radici culturali, dalla nostra storia e dall’incoraggiante affermarsi, in Italia più che altrove, di pratiche di consumo discontinue rispetto all’economia tradizionale.

Tuttavia, ancora c’è diversa strada da fare sia a livello di solidità e completezza dei servizi offerti, sia a livello di sviluppo di competenze tecnologiche necessarie per innovare non solo l’idea di consumo, ma anche l’accesso a nuove pratiche tramite il digitale.

 

Marta Trotta

Socia fondatrice di useit srl, social start up nel settore della sharing economy, è consulente e formatrice sui temi del change management, dello sviluppo organizzativo e della comunicazione istituzionale e 2.0.

Gli articoli pubblicati su TechEconomy sono il frutto del lavoro a sei mani con i membri del Team useit:

Benny Bimonte
Socio fondatore di useit srl, social start up nel settore della sharing economy, con 20 anni di esperienza manageriale a livello internazionale nell’industria ICT. Attualmente fondatore di B3 Consulting, società che supporta l’internazionalizzazione e il lancio di iniziative ad alto livello di sostenibilità socio-ambientale.

Rachel Hentsch
Multiculturale di origine, architetto di formazione. Attualmente PR consultant e marketing assistant presso la Tuscolo RAV srl e business developer presso useit srl.

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