La Bella Terra

Seminare per la crescita

startup money

Per crescere, il Paese ha bisogno di sviluppare le sue imprese. Non si possono promuovere e crescita in assenza di un dinamico tessuto industriale e imprenditoriale. Servono imprese forti, mature, capaci di crescere e competere sui mercati internazionali. Non basta più il “piccolo è bello” che vive di limitate opportunità locali o di comodi mercati captive. Certamente, in Italia c’è molta strada da fare per ridare slancio e forza ad un mondo delle imprese che ha subito in questi anni colpi durissimi e che continua a vedere molti suoi brand ceduti a investitori esteri o entrare in crisi profonde e difficili da superare.

Che fare quindi, e come?

Non ci sono scorciatoie: dobbiamo sostenere e promuovere lo sviluppo delle imprese. Facile a dirsi. Molto più difficile concepire e declinare in modo convincente una strategia di intervento forte e efficace.

Onde evitare illusioni o scorciatoie, è importante premettere che una condizione abilitante essenziale è l’esistenza di imprenditori, manager, capitali umano e finanziario che investano e scommettano nello sviluppo delle imprese. Non può essere “lo Stato” che le crea, non è suo compito; la storia l’ha dimostrato, anche se troppi ancora oggi se lo dimenticano o fanno finta di non saperlo. Deve essere la “società civile” che si impegna nello sviluppo delle imprese. Certamente, lo Stato deve creare le condizioni perché sia facile e conveniente per le imprese nascere, crescere e svilupparsi. In questo senso la Politica (con la “P” maiuscola) ha un ruolo decisivo da giocare.

Quale?

idea-startupIn generale, un paese deve essere attrattivo, deve cioè rendere conveniente insediarsi e investire a chiunque voglia fare . È un tema complesso sul quale voglio tornare in successivi interventi qui su La bella terra. In questa sede vorrei concentrarmi su un tema specifico: come sostenere la nascita e lo crescita delle imprese. Se infatti è indubbio che lo Stato non debba fare l’imprenditore, è altrettanto ragionevole ipotizzare che invece possa mettere in campo misure volte a facilitare e sostenere l’opera di quei soggetti privati che su questo fronte vogliano impegnarsi in prima persona.

Le imprese devono nascere. Sembra una banalità, ma ovviamente è una condizione essenziale: è importante e anzi vitale sostenere la nascita di , “innovative” e non. Per farlo, lo Stato deve rendere semplice creare un’impresa e assicurarsi che ci siano le condizioni per far si che la finanza di impresa possa intervenire a sostegno di questi processi. In questo senso, alcune delle misure promosse in questi anni sono corrette e importanti. C’è ancora da fare, ma si è avviato un cammino che va nella giusta direzione.
Tuttavia, troppe volte si pensa che la nascita di startup possa essere di per se stessa sufficiente a far ripartire un processo di crescita virtuoso e sostenuto del tessuto imprenditoriale del paese.

Non è così, ahimè.

Il rischio è che le startup finiscano per essere piccoli episodi, anche di successo, ma incapaci di sostenere e dare origine ad un reale sviluppo industriale diffuso e solido. Quante volte si legge di startup che una volta raggiunte dimensioni significative vengono acquisite da società estere che trasferiscono in altri paesi il know-how che era stato sviluppato? Certamente, simili acquisizioni sono positive e utili per coloro che quelle startup hanno creato. Ma cosa rimane al paese? In quale modo il tessuto industriale beneficia della nascita e del successo di quelle startup?

Pensare che la soluzione dei nostri problemi di crescita risieda “solo” o “principalmente” nella creazione di startup è una illusione molto pericolosa perché inevitabilmente, a fronte di promesse che non vengono mantenute, genera frustrazione e rigetto verso interventi e strategie che invece hanno una loro validità e ragion d’essere.

Nel leggere di tante storie di startup mi torna in mente la parabola del seminatore che mi è capitato di citare in altre occasioni. Dice la parabola:

“Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. Un’altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto.”

Fuor di parabola/metafora, non dobbiamo far nascere startup che poi “vengono portate via” o che “muoiono soffocate”. Indubbiamente, le startup hanno un tasso fisiologico di fallimento molto alto. Ma non deve accadere che quelle che hanno le gambe per correre spariscano o muoiano per condizioni esterne sfavorevoli alla loro crescita e al loro radicamento.

“Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno.”

startupCome facciamo a far sì che le ci sia “la buona terra” che favorisca lo sviluppo, il consolidamento e la valorizzazione di quanto di buono le startup portano al tessuto imprenditoriale del paese? Quali sono le condizioni perché ciò possa accadere?
L’essere startup è uno stato transitorio. Una azienda non può restare startup a vita. Appena possibile deve crescere e trovare una sua collocazione, il famoso “exit”.

  1. Può continuare a crescere e svilupparsi come entità autonoma (pensiamo a colossi come Facebook o Twitter), con capitali propri o collocandosi sul mercato azionario, diventando una azienda vera e propria.
  2. Più spesso (molto più spesso), la startup viene acquisita da un’impresa (tipicamente medio-grande) che utilizza il suo know-how e IP per innovare prodotti, processi o servizi.

In generale, prima o poi le startup dovranno trovare degli acquirenti. Se questi sono altre aziende del nostro paese, ecco che il know-how e l’IP prodotto arricchiscono il territorio – il sistema imprenditoriale nazionale – incrementandone la competitività e generando effetti moltiplicativi positivi. È questo quello che accade negli altri paesi ed è questo che rende le startup uno strumento di crescita sistematica e sistemica. Se ciò non si verifica, l’utilità delle startup svanisce o si ridimensiona considerevolmente.

Come fare quindi a generare questi effetti positivi? Cosa devono fare pubblico e privato perché tali effetti possano più facilmente manifestarsi?

Pubblico e privato hanno ruoli diversi e non devono invadere prerogative e compiti che non competano loro. Tuttavia, nello sviluppare le proprie azioni possono cercare di avere obiettivi condivisi e convergenti che permettano di valorizzare sinergie e opportunità.
Per spiegarmi provo a fare due esempi:

  1. Dobbiamo rendere conveniente per le imprese esistenti acquisire startup, attraverso semplificazioni e incentivazione delle operazioni di Merge & Acquisition.
  2. Dobbiamo puntare come Paese a valorizzare filiere e ecosistemi collegati al territorio (come scrivevo nel precedente post qui su la Bella Terra). Ciò può accadere tramite finanziamenti alla ricerca e all’innovazione che spingano in questa direzione, facilitando e premiando l’incontro e il rapporto tra aziende e startup.

Le imprese esistenti devono essere incentivate ad acquisire startup e chi crea startup avrebbe un ulteriore stimolo/indirizzo a pensare alle ricadute sul territorio delle proprie innovazioni.

Certamente, molto dipende dalla libera e intelligente iniziativa dei privati, degli innovatori, dei fondi e degli investitori. E la libera iniziativa – per definizione – non può essere vincolata in questa o quella direzione. Come scrivevo in un altro post, “la virtù non si impone”. Inoltre, è vitale che ci siano anche startup che vadano oltre i “confini dell’esistente”, per aprire nuove strade e opportunità al di fuori dei percorsi già noti. Ma il trend complessivo dovrebbe concretizzarsi in un virtuoso rapporto tra imprese esistenti, territorio e startup.

Peraltro, è significativo e importante notare che alcune grandi aziende stiano pensando di creare proprie strutture per fare scouting e valorizzazione di startup funzionali e sinergiche al proprio business. È una conferma che da un punto di vista della strategia del sistema Paese, il ruolo delle startup ha senso se in un qualche modo esse “risuonano” con le realtà industriali presenti sul territorio.

Dobbiamo seminare bene, facendo in modo che il seme finisca nella buona terra e possa dare frutto. Le startup devono essere semi che danno frutto qui nel nostro Paese, nella nostra Bella Terra. È questa la scommessa da giocare e assolutamente da non perdere.

 

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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