La Bella Terra

La virtù non si impone, si fa crescere

virtù

Il titolo non vuole rimandare ad una lezione di morale, anzi. Vuole indicare una riflessione molto concreta e pragmatica. Come facciamo a indurre e controllare comportamenti, trend, percorsi virtuosi e di crescita in un paese che troppo spesso è lento, legato ai riti del passato, ai piccoli monopoli e posizioni di comodo, al conservatorismo del “abbiamo sempre fatto così”, alla paura o diffidenza verso le novità, all’escamotage e alla furbizia che “in un qualche modo” ti fanno andare avanti?

Come ne veniamo fuori?
Voglio riflettere su questo tema perché credo sia uno snodo essenziale per definire le modalità e la strategia di intervento in tanti settori della nostra vita e, soprattutto, nel processo di definizione delle norme e delle leggi. Come definiamo il quadro comune che deve regolare e normare il nostro comportamento? Secondo quali principi e strategie? Come far si che quanto produciamo generi alla fine realmente l’effetto atteso?

Il casus belli

wifi_zoneIn questi giorni si parla di una proposta di legge per rendere obbligatoria la messa a disposizione di hot-spot WiFi da parte di tutti gli esercizi pubblici con più di 2 dipendenti e con oltre 100 mq di superficie. È il tipico esempio di un atteggiamento secondo me sbagliato e che troppo spesso caratterizza il modo di operare di parlamentari, decisori, opinion makers:

  1. Esistono problemi o opportunità, veri e seri, che meritano di essere indirizzati e gestiti. In questo caso, la promozione dell’uso di Internet tra i cittadini e le imprese.
  2. Si immaginano o invocano leggi e norme che “impongano” o “controllino” il comportamento desiderato e virtuoso.
  3. Spesso non si considerano né i problemi e i costi di realizzazione, né le modalità secondo le quali si controlla che l’imposizione alla fine sia stata effettivamente recepita, né l’effetto generale che concretamente si induce.
  4. In generale, non si ricorda un antico e saggio proverbio: “Puoi portare un cavallo all’acqua, ma non puoi obbligarlo a bere”.

Torniamo al nostro esempio degli hot-spot WiFi. Supponiamo che si faccia questa legge. E poi, che succede? Si è pensato a tutte le conseguenze e implicazioni? Alla fin fine, serve a qualcosa?

  • In primo luogo, chi paga? C’è un finanziamento pubblico? Copre tutti i costi sia di acquisto che di esercizio? Per quanto tempo? Anche i costi della linea ADSL? Anche se quella linea è usata per gli scopi dell’esercizio commerciale? Ma così quindi finanziamo con soldi pubblici l’acquisto dell’ADSL da parte dei commercianti? Tutti? Quelli sopra i 100 mq? E perché i piccoli no?
  • E se in zona non c’è ADSL o non è veloce a sufficienza? L’esercente deve garantire un servizio minimo? E che succede se gli utenti dicono che la rete e lenta?
  • Se un utente volesse avere garanzie sul fatto che le sue navigazioni non sono tracciate, di chi è la responsabilità e l’onere? Del panettiere o del parrucchiere di turno?
  • Che si dice sugli obblighi di registrazione degli utenti?
  • Se c’è un finanziamento pubblico di reti WiFi aperte stiamo di fatto creando una rete wireless aperta e alternativa a quella degli operatori? La può usare anche il commercialista che ha l’ufficio sopra il panettiere per la sua attività professionale di tutti i giorni?
  • A che serve un hot-spot da un panettiere che tanto tutti abbiamo già 3G e 4G? Veramente mentre compriamo il pane abbiamo bisogno di WiFi? O meglio, è un bisogno che richiede un intervento legislativo che “obblighi” gli esercenti a fornire WiFi?
  • Chi gestisce l’hot-spot? Il panettiere? Con quali skills? Deve fare un contratto con un qualche servizio di assistenza? Chi lo paga?

Ovviamente, se il panettiere di turno (come fa Starbucks in tutti i suoi negozi) volesse offrire “sua sponte” un servizio di accesso WiFi dovrebbe affrontare e risolvere tutte queste tematiche (quanto meno quelle di sua pertinenza). Ma un conto è che lo faccia liberamente perché “lo vuole fare”. Altro che è che gli venga “imposto di farlo” per legge! Se c’è una imposizione di legge, è necessario anche definire le condizioni perché quella imposizione sia equa, fattibile, controllabile e gestibile. Non si può imporre un vincolo senza preoccuparsi delle conseguenze per chi quel vincolo subisce!

Un altro esempio: i crediti di imposta per la ricerca

euroCaso leggermente diverso, ma che assume la stessa filosofia di fondo, è la storia dei crediti di imposta per la ricerca e l’. Nel 2006 fu creato un credito di imposta che si basava su alcuni principi molto semplici:

  • Se una azienda investiva in ricerca e innovazione al proprio interno, aveva diritto ad un credito di imposta automatico pari al 10% di quanto investito.
  • Se l’azienda commissionava il lavoro ad un organismo di ricerca (università, centro di ricerca, …), il credito saliva al 40% del valore del contratto.

È un meccanismo benefico e virtuoso per una serie di motivi:

  • È automatico: le aziende inseriscono nella dichiarazione dei redditi il valore investito e ne fruiscono come credito fiscale. Quindi le imprese sanno quanto vale il beneficio, quando lo possono mettere a conto economico e quando materialmente ne fruiscono (ogni volta che devono pagare le tasse).
  • Le imprese sono incentivate a collaborare con organismi di ricerca e quindi si promuove e rafforza questo importante legame.
  • Poiché sono le imprese a decidere a chi assegnare un contratto esterno di ricerca e innovazione, le università e i centri di ricerca sono stimolati da un lato ad offrire servizi utili alle imprese e, dall’altro, a garantire la dovuta qualità per competere con gli altri organismi di ricerca “concorrenti”.
  • È una misura, peraltro, che in forme diverse è anche adottata in molti paesi. In USA, per esempio, esiste il meccanismo del “dollar match”: per ogni $ investito da un privato, il pubblico ne mette un altro. Si ottiene di fatto lo stesso effetto.

Eppure questa misura fu presto se non cancellata, quanto meno ridotta e mutilata. Indubbiamente, uno dei motivi fu quello economico, in quanto per lo Stato si tratta almeno in prima battuta di un mancato gettito fiscale. Secondo alcuni, un altro motivo fu che le grandi imprese preferiscono che le risorse dedicate alla ricerca e all’innovazione non vengano distribuite “a tutti”, ma assegnate tramite “grandi progetti” dove è più facile per loro competere.

Ma il vero problema fu un altro: molti dissero “come controlliamo che effettivamente stiamo dando un credito a chi ne ha diritto? Come controlliamo che non ci siano truffe? Come possiamo essere sicuri che quanto dichiarato sia stato effettivamente speso per ricerca e innovazione?”
Per tutti questi motivi, si misero in campo una serie di meccanismi cervellotici e macchinosi come il click-day o il riferimento non ai costi sostenuti in ricerca e innovazione nell’anno di riferimento, ma all’incremento che questi investimenti hanno di anno in anno. È una follia che non ha alcun significato industriale (gli investimenti seguono trend di prodotto e di mercato e non certo le annualità fiscali) e che nella realtà è guidata da due principi:

  • Erogare minori finanziamenti e quindi “spendere meno”.
  • Controllare che non ci siano truffe.

In realtà, truffe ce ne sono alla fine poche perché i meccanismi di controllo e incrocio dei dati fiscali permettono di rilevare in modo abbastanza semplice chi facesse il furbo. Per di più, le statistiche relative ai finanziamenti erogati dimostravano che da un punto di vista “macro” il loro valore era più o meno equivalente al 10% della spesa stimata delle imprese italiane in ricerca e sviluppo. Quindi un dato coerente.

Eppure quel meccanismo è stato sostanzialmente bloccato. Oppure trasformato in un molto più inutile finanziamento alle assunzioni. Perché? Perché così si fa vedere che si “aiutano i giovani” e si “evitano le truffe”. Oppure si usano i pochi fondi disponibili per finanziare bandi per progetti faraonici, con tempi e costi di selezione, erogazione e gestione del tutto anacronistici. Ma – si dice – così “controlliamo la qualità dei progetti che approviamo”. Come se nei bandi per progetti finanziati non ci fossero mai truffe. E, per di più, si assume che finanziamenti che arrivano anni dopo che sono stati richiesti possano essere minimamente utili e non degli ennesimi sprechi di denaro pubblico.

Possiamo imporre la virtù?

Le due situazioni che ho citato sono solo due casi di una situazione più generale:

La preoccupazione e il criterio di fondo di tanti interventi pubblici non sono aiutare chi fa il bene e invogliare ad essere virtuosi, ma controllare chi fa il male e imporre “de jure” la virtù.

Il punto che non si vuole capire è che questo approccio e questa mentalità da “salvatori e santa inquisizione” non funzionano. Quando meno, da un punto di vista pratico, non hanno prodotto alcuno dei benefici attesi. Si evade, non si fa ricerca, non si è virtuosi. Potranno anche essere modelli idealmente corretti, ma nei fatti sono quanto meno inefficaci. Anzi,la mania del controllo e dell’imposizione si trasforma in un peso per chi virtuoso lo è già o lo vuole essere, e in una ennesima occasione di elusione per i furbi che le regole sono abituati a non rispettarle.

Complichiamo la vita a chi vuol far bene senza in alcun modo renderla difficile a chi fa il furbo o il disonesto, oppure imponendo balzelli e obblighi a chi non ne trae alcun beneficio e in modo alla fine sterile.

La svolta che deve avvenire è un’altra ed è radicale, profonda, e innanzi tutto culturale:

Dobbiamo rendere facile e conveniente essere virtuosi. Dobbiamo liberare energie positive e togliere lacci a che vuol far bene, dobbiamo accettare il rischio che ci sia qualche truffa a fronte del vantaggio che si ha sostenendo “i buoni”.

Per certi versi, è esattamente quello che dice Gesù in una nota parabola evangelica.

Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio.

E questo il punto! È inutile distruggere tutto il raccolto fin dall’inizio perché non si vuole la zizzania! Preoccupiamo di far crescere il grano innanzi tutto! Fuor di metafora, è inutile imporre la virtù e mortificarla se non siamo sicuri sia “pura”: rendiamo possibile che si sviluppi anche correndo qualche rischio!

Come venirne fuori? Una antropologia positiva

startupL’imposizione della virtù non ha funzionato e non funziona. La storia di questi decenni lo dimostra. Ogni imposizione diventa un peso, spesso senza senso, per gli onesti e volonterosi, e un semplice esercizio di evasione o elusione per quelli che sono abituati a vivere di furbizie. Oppure, viene vista come una incomprensibile imposizione dall’alto, quando “i problemi sono ben altri”.

Che fare quindi?

Per certi versi non esistono alternative. Dobbiamo passare a quella che Giulio Sapelli una volta definì una antropologia positivaDobbiamo pensare innanzi tutto a favorire e aiutare “gli uomini di buona volontà”Non dobbiamo imporre la virtù, ma dobbiamo far sì che sia conveniente e facile esercitarla. Sono i singoli che devono in prima persona capire che “conviene loro” comportarsi in un modo virtuoso e non certo perché qualcuno lo impone senza peraltro avere quasi mai il modo di controllare veramente quel che succede.

È questo il passaggio che dobbiamo fare: normare e legificare per aiutare a “fare bene il bene”, non per imporre ciò che difficilmente si può imporre o controllare. Non faremo un numero maggiore di reti WiFi perché le rendiamo obbligatorie, ma perché rendiamo facile, indolore e conveniente farle. Non faremo più ricerca di valore con controlli a monte kafkiani e lentissimi, ma correndo il rischio di dare soldi a qualche delinquente, pur di liberare le energie dei tanti bravi ricercatori e imprenditori onesti che esistono nel nostro paese.

È un rovesciamento di mentalità che non si riesce a far comprendere. E sono sempre più convinto che questo cambio di mentalità sia una chiave ineludibile per fare quel salto di qualità di cui la nostra Bella Terra ha disperatamente bisogno.

 

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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