La Bella Terra

La Bellezza e lo sviluppo del Paese

Bandiera-italia

Nel tempo dei mercati globali, sempre più connessi e interdipendenti, come possiamo competere e in quali campi? Come renderci unici e “non sostituibili” rispetto all’offerta di altri? Quali sono, in particolare, le specificità e gli asset del nostro paese, della nostra Bella Terra? Lungo quali direttrici dovremmo muoverci e, conseguentemente, quali scelte dovremmo fare?
Non è facile rispondere a queste domande, e certamente ci sono tanti economisti e centri studi che su questi temi possono dare risposte dettagliate e basate su attente analisi condotte nel corso degli scorsi anni. Peraltro, credo che al di là degli studi possano anche essere utili pensieri e riflessioni che derivano dall’esperienza quotidiana, dall’aver interagito per molti anni, quotidianamente, con imprese e imprenditori di tutta (e non solo).

Per cui provo a dire la mia.

Italia Digitale Come premessa, ho la sensazione che troppo spesso si parli del nostro Paese senza riflettere a sufficienza o, peggio, scimmiottando e declamando trend e “mode” di questo o quel momento storico (l’offshoring, le startup, …). In particolare, mi preoccupano gli appelli e i proclami secondo i quali dobbiamo replicare tout court modelli di altri paesi come la Silicon Valley o Israele o l’Irlanda (confesso che troppo spesso l’ho fatto anche io). Voglio essere chiaro: abbiamo moltissimo da imparare e certamente ci sono molte esperienze che possono essere applicate anche nel nostro paese. Ma troppo spesso non ci si rende conto che le differenze e specificità di questo o quel paese che non possono certo essere facilmente o immediatamente replicate nel nostro.

Fosse così semplice …

In realtà, abbiamo bisogno non solo di studiare e analizzare le best practices internazionali, ma anche di riflettere su di noi, su chi siamo e da dove veniamo. Non per sterile compiacimento o vacuo campanilismo, ma per valutare attentamente asset, punti di forza, elementi di debolezza e resistenza e, conseguentemente, definire una strategia per il futuro che risulti realmente solida, praticabile, efficace. Per questo, vi propongo un ragionamento in sei passi che provo a delineare qui di seguito.

1. Magari non sarà proprio piatto, però …

In questi anni abbiamo visto che spostarsi non è più un problema. Grazie alle tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni, le informazioni possono raggiungere istantaneamente un qualunque punto del pianeta. Anche i beni fisici, materiali, possono ormai spostarsi molto velocemente e a costi contenuti: è possibile costruire una lavatrice in Cina e averla nei nostri negozi in pochi giorni. Ma soprattutto, si spostano le persone, i cervelli, le idee, le aziende. Nonostante il nostro mondo sia politicamente e culturalmente ancora molto diviso e turbolento, i limiti di mobilità per le persone e le idee stanno sparendo. Le nostre aziende possono delocalizzarsi facilmente sia in paesi con basso costo del lavoro (per esempio, India o Vietnam o Romania), sia laddove l’ambiente e il territorio sono più attrattivi per le imprese nascenti e ad alto livello tecnologico (per esempio, la Silicon Valley o il Regno Unito).
Quando Friedman prese atto di tutto ciò e scrisse “The World is Flat”, molti storsero il naso e a ragione. Non è del tutto vero che la distanza non conti più nulla, né è vero che le differenze culturali sono state totalmente colmate o sono irrilevanti: non è forse vero che molte aziende dopo essersi spostate stanno ora tornando indietro? Ma se è vero che la metafora e la visione indotte dall’espressione di Friedman fossero forse eccessive, è indubbio che il mondo è infinitamente più connesso, aperto, “mobile” e interdipendente di quanto non lo fosse all’epoca del Miracolo Economico italiano. Sono passati “solo” 50 anni, lo spazio della mia vita, eppure sono mondi così lontani! Molte delle condizioni che permisero al nostro paese di crescere e svilupparsi non esistono più, da tempo.

Ciò nonostante spesso mi pare che la nostra capacità e il nostro orizzonte di analisi siano rimasti fermi a quel tempo. I modelli competitivi adottati da molte imprese, il significato attribuito all’intervento pubblico, la posizione degli “organismi intermedi” e delle lobby, il mondo dell’università sembrano tutti ancora legati a schemi e approcci che ormai risultano impossibili da applicare o replicare.

Che fare quindi? Come facciamo a crescere e svilupparci sapendo che tanti limiti, fattori di successo e vincoli classici non esistono più? Come facciamo a trovare un nostro posto in un quadro globale dove dobbiamo confrontarci con giganti tecnologici e finanziari come gli USA, paesi innovativi e competitivi come la Germania, colossi come la Cina o l’India, continenti interi come la Russia e le sue infinite risorse energetiche, o i tanti paesi “emergenti” (come il Vietnam) che stanno velocemente sviluppando un tessuto economico e industriale competitivo in grado di erodere sempre più il terreno sotto molte delle nostre aziende tradizionali?

Il punto chiave è comprendere cosa ci rende unici. Perché dovrebbe essere conveniente fare impresa da noi e, soprattutto, per fare cosa? Perché farlo qui da noi e non in un qualunque altro paese?

Queste semplici domande credo aprano due fronti di discussione:

  1. Quali sono gli aspetti unici e inconfondibili che possono distinguirci dagli altri paesi.
  2. Come aumentare l’attrattività del nostro paese e rendere facile “fare impresa”?

In questa sede mi limito a proporre qualche pensiero sul primo punto, rimandando ad un altro post qualche ulteriore riflessione sul secondo.

2. Quali sono i nostri asset?

campagna-d-abruzzoPenso per affrontare un tema così complesso sia utile provare a rispondere ad una semplice domanda: Quali pezzi del nostro paese “non si possono proprio spostare”? Cosa non ci possono portare via o replicare?
Banalizzando, il Colosseo o i Faraglioni di Capri possono essere visti solo da noi, venendo qui. La Ferrari ha senso solo se costruita a Maranello. Il vero Prosciutto di Parma è fatto … a Parma. Ci possono essere tentativi di imitazione o contraffazioni, ma indubbiamente sono asset unici e insostituibili.
Ma al di là delle frasi fatte e dei luoghi comuni, come possiamo in modo più sistematico caratterizzare gli elementi insostituibili e inamovibili della nostra Bella Terra?

A mio parere, un primo modo per caratterizzare questi asset risiede nel riconoscere quali siano i contesti, gli ambiti nei quali essi esistono, si qualificano e si sviluppano.

  1. Il territorio. Indubbiamente il territorio non si può spostare, è per definizione “nostro”. È quindi chiaro che tutto ciò che è legato al territorio (bellezze naturali, culturali, alimentari…) è sicuramente un asset straordinario. Dove trovare nel mondo le Dolomiti, la Laguna di Venezia, Capri e la Costa Smeralda, Piazza San Pietro e Santa Maria del Fiore, la Val d’Orcia o il Monferrato?
  2. Gli ecosistemi. Subito dopo il territorio in senso stretto esistono gli ecosistemi in tutte le diverse accezioni e forme secondo le quali essi possono declinarsi. Sono ecosistemi, per esempio, la riviera Romagnola, l’Emilia Romagna dei motori (Ducati, Ferrari, Dallara, Lamborghini, Maserati, …), le imprese del tessile Comasco, le università e le altre componenti culturali ed economiche che fanno di Milano una delle città universitarie più importanti del mondo.
  3. La Cultura, lo Stile e l’immagine Italia. Andando in giro per il mondo non si può non notare che la cultura e lo stile italiano siano un segno unico e insostituibile. A mo’ di esempio un po’ “estremo”, ricordo che la gran parte degli hotel a tema di Las Vegas, dovendo utilizzare un sogno o un mito al quale ispirarsi, si rifanno principalmente a luoghi, parole e stereotipi italiani (The Venetian, Aria, Bellagio, The Palazzo, Caesar Palace).

Indubbiamente, se è vero che nessuno può portarci via le Dolomiti o Piazza San Pietro, è altrettanto vero che gli altri elementi, per quanto radicati, non sono immuni da rischi, anzi! La realtà è che non appena ci distacchiamo appena un po’ dalla realtà fisica del territorio, ci accorgiamo che i rischi di “espropriazione” o di forte competizione aumentano significativamente. Anche perché gli altri paesi non stanno fermi, mentre noi sembriamo ogni giorno impantanati in discussioni di retroguardia e veramente miopi.

Tuttavia, è indubbio che dobbiamo partire proprio da questi elementi a maggiore radicamento per capire come consolidarli, rafforzarli, svilupparli e utilizzarli per creare nuove unicità peculiari e caratterizzanti la nostra Bella Terra.

3. Quali contenuti?

Quali sono i contenuti che distinguono i territori, gli ecosistemi, la cultura e lo stile dell’Italia? Ce ne sono tanti, ma a me piace ricordarne alcuni:

  • Abbiamo un paesaggio unico e inconfondibile.
  • Abbiamo il più grande patrimonio artistico e culturale del mondo.
  • Siamo terra di inventori e di persone creative.
  • Siamo la terra dei distretti industriali, delle filiere e delle imprese ad elevata flessibilità e specializzazione.
  • Siamo la terra dell’artigianato di qualità.
  • Siamo la terra del design, della bellezza e dello stile.
  • Abbiamo una tradizione e cultura umanistica uniche, congiunte ad una forte attenzione alla cura e alla salute della persona.
  • Siamo la terra del buon cibo, di produzioni alimentari e culinarie uniche e della dieta mediterranea.
  • Abbiamo territori straordinari che offrono una qualità della vita unica.

Molti di questi elementi sono prettamente e unicamente italiani. Altri vedono nell’Italia un attore certamente inconfondibile e fortemente caratterizzante. Questi sono i nostri asset. Su di essi dobbiamo pensare a costruire una strategia distintiva e competitiva. E secondo me sono tutti riconducibili ad un concetto unificante: la bellezza, in tutte le forme nelle quali essa si può declinare. Troppo spesso ce lo dimentichiamo, ahimè. Perché invece non farne l’elemento unificante del nostro modello di sviluppo? Chi altri può dire di essere la terra della bellezza, declinata in tutte le forme che caratterizzano il nostro paese?

Vorrei sottolineare che “bellezza” non vuol dire solo arte o moda o turismo. Una Ferrari è uno dei simboli più straordinari della bellezza, così come lo è lo stile che caratterizza le splendide navi da crociera di Fincantieri. E cosa ci può essere di più profondamente “bello” di centri di cura e assistenza medica che coniughino alta competenza scientifica con una attenzione unica al benessere della persona, alla sua accoglienza e al sollievo dalla sua sofferenza?

In ogni caso, ovviamente, non intendo in alcun modo pensare che ci dobbiamo occupare solo di quelle attività e di quei prodotti che sono strettamente riconducibili al concetto di “bello”. Ci deve essere ovviamente spazio e sostegno per tutte le vocazioni e per tutte i settori che costituiscono il tessuto economico, sociale e culturale di un paese moderno. In particolare, avremo certamente bisogno di promuovere attività economiche essenziali allo sviluppo del paese come le banche e le assicurazioni o l’industria per la lavorazione delle materie prime necessarie a fare le Ferrari o le navi di Fincantieri. Ma indubbiamente la bellezza può essere un elemento unificante, un trait d’union che da un lato rafforzi e caratterizzi l’immagine del nostro paese e, dall’altro costituisca una sorta di focus distintivo e di linea guida nella definizione delle politiche e delle strategie di sviluppo.

4. In quali settori?

CruscaNon voglio certo esaurire qui il discorso e l’analisi dei settori economici di interesse. Ne vorrei proporre alcuni, soprattutto per provare a declinarli alla luce di quanto dicevo prima.

Ci tengo a sottolineare che quanto segue sono solo esempi e spunti di riflessione. Non ho certo la presunzione di pensare di poter esaurire un discorso così complesso e delicato in poche righe.

Cultura ed educazione

L’Italia dovrebbe investire per costruire e sviluppare le migliori università e istituzioni culturali del mondo. Dove trovare un tale patrimonio di arte, storia, cultura, musica? Dove trovare un simile incontro tra impresa e territorio, tra tradizione ed innovazione? Chi ha, prendendo ad esempio Milano, in una stessa città La Scala, 7 università, l’industria della moda e del design, l’alta finanza? Dove trovare nel mondo luoghi altrettanto unici e “belli” per studiare, ricercare e formarsi, mettendo insieme qualità delle istituzioni, unicità dei territori e specificità della nostra storia? Certamente non potremmo avere successo in tutti i settori scientifici e in tutte le zone del territorio, ma certamente potremmo creare luoghi di eccellenza con i quali competere e essere leader in molte aree e discipline.

Turismo

È incredibile quello che è accaduto al turismo nel nostro paese. Da fonte di ricchezza è divenuto uno dei settori in maggiore ritardo e in progressivo declino. È una follia. Chi ci potrà mai togliere la bellezza del nostro paese? Certamente, negli anni questo tema è stato interpretato in modo estremamente provinciale o di pura conservazione. Spesso lo si è contrapposto all’immaginario delle nuove tecnologie, facendo intendere che il turismo rappresenterebbe un settore del passato, a basso contenuto tecnologico e con ritorni economici limitati. Nulla di più falso. Il turismo è un settore straordinariaramente dinamico e ricco, che può per di più sfruttare e al tempo stesso promuovere e sostenere un intelligente sviluppo delle più moderne tecnologie.

Artigiani del futuro

L’Italia è la terra degli artigiani creativi, delle produzioni uniche e specializzate, nel tessile, nel legno arredo, nell’arredamento, nell’abbigliamento, nell’agroalimentare. Quanto potrebbe rendere una strategia intelligente di sviluppo di un artigianato di qualità, che sappia sfruttare le tecnologie digitali, il radicamento sul territorio, le sinergie con il turismo, l’arte, la cultura e le altre industrie?

La patria dei creativi e dei designers

Ma perché mai le capitali della creatività e del design dovrebbero essere Londra o New York o Londra o … Singapore? Noi che abbiamo ecosistemi come Milano, Venezia, Firenze, non dovremmo valorizzarli come capitali mondiali del design e della creatività, in sinergia con tutte le imprese e i settori industriali che ci caratterizzano come l’arredo, l’abbigliamento, i prodotti a media-tecnologia? Non dovremmo essere noi i principali candidati a promuovere il “design del bello” nel mondo? Un po’ lo siamo già, ma largamente al di sotto delle nostre potenzialità e con altri paesi che stanno correndo più velocemente di noi. Non è che stiamo vivendo dei successi e dei fasti di un passato sempre più lontano?

Industrie di qualità e filiere specializzate

Magari l’Italia non potrà (né vorrà) più essere la terra di industrie pesanti o manifatturiere in senso stretto e classico. Ma negli anni si è visto che non è facile replicare la flessibilità dei nostri distretti e delle nostre filiere specializzate. Certamente non possono più sopravvivere né microaziende sottocapitalizzate, né imprese focalizzate in produzioni di bassa qualità e “bellezza”, né piccoli battitori liberi che pensano di poter competere da soli. Ma se pensiamo al distretto della piastrella, al serico e al tessile di alta qualità, o all’industria del packaging non è forse vero che siamo in grado di dispiegare una capacità industriale distintiva unica? Se aggiungessimo valore aggiunto ai nostri prodotti tradizionali grazie alle tecnologie (pensiamo al caso dell’airbag Dainese), chi potrebbe battere la creatività e lo stile italiani uniti con tecnologia e prestazioni evolute? Se fossimo meno frammentati e più organicamente collegati in sistemi di marketing, produzione e distribuzione integrati chi potrebbe battere le nostre capacità e caratteristiche distintive? Se solo usassimo l’ICT in modo intelligente e integrato per perseguire tutto questo!

Pensiamo ai risultati straordinari che Andrea Pontremoli (Dallara) ha ottenuto nelle valli del Parmense attraverso la diffusione della banda larga (in luoghi dove gli operatori non ritenevano conveniente investire), investimenti in tecnologie di punta (ICT e materiali), lo sviluppo della vocazione motoristica del territorio, la creazione di un ecosistema organico di fornitori specializzati. Il tutto conservando le caratteristiche e la specificità di una delle zone più belle del paese.

Servizi e prodotti legati alla tutela del territorio

Se investissimo per tutelare, conservare e promuovere la nostra Bella Terra indubbiamente creeremmo anche prodotti, servizi, imprese in grado di esportare e vendere all’estero. Chi potrebbe battere il mix di referenze e esperienze di quelli che promuovono e conservano la “più Bella Terra del Mondo”? Come possiamo perdere l’occasione di rendere sempre più bella l’Italia e andare poi a vendere tutto questo agli altri paesi?

La cura della persona

L’Italia ha una grande tradizione nella cura della persona, ricca di successi, premi Nobel e esperienze di livello mondiale. Dovremmo investire nelle industrie e nei servizi collegati all’assistenza sanitaria, alle biotecnologie, alla qualità della vita, all’assistenza agli anziani. Già oggi l’Italia (quanto meno alcune zone) è destinazione per molti cittadini di altri paesi che vengono da noi a curarsi (si pensi a quanti pazienti vengono a curarsi a Milano dai paesi medio-orientali). Certamente, abbiamo una situazione a macchia di leopardo, con zone di eccellenza che si accompagnano a situazioni di profondo degrado e “mala-sanità”. Ma è indubbio che se guardiamo alle potenzialità, alla storia e tradizione, e agli asset di cui il nostro paese ancora dispone, questo sarebbe un settore di grandissima attrattività.

5. E il digitale?

futuroPer anni abbiamo discusso di un tema per certi versi lunare: l’ICT è un settore industriale specifico o solo un abilitatore di altre imprese e servizi?Con gli anni, mi sono reso conto che spesso questa discussione è usata in modo strumentale da due schieramenti contrapposti:

  • Quelli che vogliono l’ICT come settore a sé stante per avere ruolo e rappresentanza e per intercettare finanziamenti e processi di allocazione di risorse pubbliche.
  • Quelli che non capiscono l’ICT e/o non lo vogliono come scomodo interlocutore nei “tavoli che contano”.

Indubbiamente, l’Italia ha bisogno di imprese ICT in grado di sostenere i processi di innovazione del resto del paese. Non bastano filiali commerciali che distribuiscano prodotti standardizzati sviluppati altrove, né piccole aziende che offrono servizi di sviluppo software gestionale tradizionale. È vitale che ci siano imprese capaci da un lato di essere parte dei processi di ricerca e innovazione a livello internazionale e, dall’altro, di interagire in modo proattivo con le imprese clienti, nei diversi settori industriali nei quali esse operano, e aiutandole a reinventare la propria offerta grazie alle tecnologie del software e all’ICT in generale.

Peraltro, negli ultimi anni abbiamo visto che è possibile creare nuove imprese innovative nel settore ICT anche in Italia. Sono piccoli esempi, ancora troppo rari. Ma sono un segnale positivo. Alla fine non è tanto importante pensare ai treni del passato che abbiamo perso, ma provare a saltare sui treni che il futuro inevitabilmente ci proporrà.

6. Quindi, che facciamo?

Ebbene sì, servono politiche industriali. In generale, serve una politica buona, forte, autorevole, lungimirante. Serve uno Stato che sappia assumere la leadership dei processi di innovazione del Paese. Non per ricostruire uno Stato imprenditore, né per sostituirsi alle dinamiche del mercato, ma per sostenere le migliori energie del paese, promuovere le nostre eccellenze, sfruttare possibili sinergie e caratteristiche peculiari dei nostri territori.

È vitale utilizzare in modo intelligente e lungimirante tutte le leve e azioni a disposizione:

  • Spesa corrente.
  • Investimenti pubblici in ricerca e sviluppo.
  • Fondi strutturali.
  • Politiche di incentivazione fiscale.
  • Indirizzi e interventi legislativi.

È vitale che si pensi a costruire il futuro e non a tutelare il passato che prima o poi è comunque destinato a tramontare.

È vitale capire che certe relazioni di causalità spesso proclamate come ovvie ed evidenti non lo sono. Per esempio, ha senso dire che è inutile fare la banda larga in quelle zone del territorio dove “non c’è nessuno”? Se pensiamo a zone ad alto potenziale turistico, per esempio, non accade forse che ci sono poche persone e turisti anche perché non c’è la banda larga? Quanto meno, non è il caso che prima di ripetere all’infinito certi stereotipi si provi a fare una analisi un po’ più libera dai condizionamenti del passato? Non è forse vero che un manager e imprenditore illuminato come Andrea Pontremoli ha ottenuto risultati stupendi proprio andando contro questi stereotipi e luoghi comuni?

Infine, è vitale preservare in modo prioritario alcune elementi essenziali del nostro essere Bella Terra. Ne cito alcuni che dovrebbero essere tra le priorità più importanti di qualunque governo:

  • Qualità e tutela dell’ambiente e delle ricchezze paesaggistiche.
  • Qualità e cura dell’arredo urbano.
  • Conservazione dei beni culturali.
  • Sicurezza e accoglienza delle nostre città.

Non ho certo l’ambizione di definire in poche righe, in un blog, la strategia di sviluppo del paese. Ma vorrei quanto meno contribuire a definire lo schema di ragionamento e i parametri di giudizio che dovremmo seguire per costruire tale visione. Credo serva una chiave di lettura forte, chiara, condivisa che ci ispiri e guidi, che ci dia una direzione e nuove energie per uscire dalle secche nelle quali da troppo tempo siamo insabbiati.

Siamo la Bella Terra, la Terra della Bellezza: preserviamola, promuoviamola, valorizziamola nelle nostre attività umane e economiche, e usiamola per definire un futuro convincente che recuperi e valorizzi la nostra ricchezza e unicità.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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