#SocialCare

La legge (che manca) nel Social Care

acqua

Una nuova filosofia del diritto: è questo ciò di cui oggi abbiamo maggiormente bisogno? O vale quanto cantava Dante nel XVI del Purgatorio: «le leggi son, ma chi pon mano ad esse?».

prateriaCi riferiamo al web, al quel mondo della rete e dei social che sempre più somiglia ad una prateria incolta, ove ciascuno si sente libero di piantar il proprio orticello e, magari, distruggere quelli altrui. Un mondo che, quanto più cresce nella consapevolezza collettiva e la gente se ne appropria quale primaria fonte di comunicazione e rapporto, tanto più è all’apparenza sguarnito delle sostanziali fondamenta giurisprudenziali in grado di regolarne e mantenerne l’assetto democratico. Anche se resta vero che “questo” mondo, proprio in quanto facente sempre più parte dei nostri tradizionali canali espressivi, tantomeno è un “altro mondo” rispetto a quello “comune”: ove le leggi vigono, ove ci sono reati e sanzioni, un Codice Civile e Penale. E non potrebbero valere forse le stesse regole, debitamente applicate ai social?

L’argomento sarebbe vastissimo e, qui, ci limitiamo ad accennarlo quale spunto di riflessione, onde riprenderlo in seguito. Perché l’esigenza è ormai un’urgenza: in quanti abbiamo ormai a che fare quotidianamente non solo con clienti irritati, imbestialiti, ma che passano la misura iniziando a “trollare” diffamazioni, accuse infamanti, offese lesive della dignità non solo del Brand, ma anche del network in ascolto?

Tu non puoi farci nulla: se non un inutile, e spesso dannoso, «delete and ban», unito a richiami a «Netiquette» e «Social Media Policy», il più delle volte inascoltati. «Eppure un modo dev’esserci», vien da dirsi. Perché se qualcuno mi infama nella «realtà», dal vivo o magari a mezzo stampa, posso querelarlo, pensando fondatamente di vedere accolte le mie istanze, e qui no – se non attraverso innumerevoli capriole giuridiche? Le leggi insomma ci sono, forse, e basterebbe prendersi la briga di codificarne l’applicabilità al web?

Di troll e flame abbiamo già più volte parlato. Il troll è «l’anonimo disinibito»: un «narcisista, machiavellico, psicopatico, sadico» – così ne è stata definita la genetica psicologica – governato da una «Tetrade Oscura» contro cui è bene vaccinarsi. «Trolls just want to have fun», titola un recente studio di Erin Buckels, Paul Trapnell e Delroy Paulhus, ricercatori canadesi del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Manitoba. Contro questo fenomeno, che facilmente porta alla violenza – verbale e potenzialmente non solo – è bene prendere le misure da subito, con una #SocialEducation articolata su due principi: #DFTT, «Don’t feed the Troll» e #StopWebViolence.

In primis, dunque, ignorare i troll: saper dire «Noli me tangere», o meglio ancora «no» e un «sì». No alle risse, a flame accesi col solo scopo di ferire, di infiammare la rete. Sì a quanti realmente, invece, richiedono attenzione. Ignorare quelli e valorizzare questi, non curandosi degli altri, ma «guardando e passando». Anche perché sempre più facile e frequente è il passaggio alla violenza. Al diavolo la coerenza: come si è visto, più infondata e strumentale è l’accusa, più emergerà la potenza distruttiva del troll. Largo così a offese e oscenità: l’istantaneo grido all’#EpicFail nulla è rispetto a ciò che segue dopo. Nemmeno più le basi della caciara son da ricondursi, sebbene pregiudizialmente, a fattori oggettivi. Qui si viaggia nel non-sense assoluto della contestazione inutile e dannosa.

Qui si alza il grido #StopWebViolence, che vale per il Brand, leso e offeso stavolta immotivamente, come a maggior ragione per la persona, il singolo che può spesso finire vittima del branco online. Che cosa può fare costui, oltre a continuare a ignorare chi lo “lapida virtualmente”, oltre a sperare che si stanchi? Possibile che io – persona fisica o giuridica – mi trovi ogni volta dinanzi al muro del silenzio di un Facebook o di qualunque social, cui «è inutile scrivere e segnalare abusi, tanto non rispondono», o della legge stessa che, quando nell’emergenza interpellata, risponde mostrando le proprie lacune circa tanti dei crimini commessi su web? Possibile che i colpevoli abbiano così numerose chance di passarla liscia?

Occorre senza dubbio ripensare e rinnovare la formazione, i processi educativi nella famiglia e a scuola: riscoprendo discipline tanto semplici quanto in disuso come l’educazione civica, per poi passare ad elaborare un percorso di «educazione digitale», di «educazione civica digitale» – come suole definirla Andrea Ferretti, docente di filosofia del diritto. Tenendo conto però, verosimilmente, che non c’è bisogno di «leggi speciali», ma che basta applicare quelle già stabilite per la cosiddetta «vita reale»: leggi in vigore ora anche per la realtà online, vera e autentica quanto e più della cosiddetta «realtà».

pecchioI social network non sono che lo specchio della realtà, di ciò che noi siamo: uno specchio, però, che riflette esponenzialmente e amplifica la nostra identità. Se siamo violenti su web, è perché lo siamo nella cosiddetta «vita reale». I social si limitano a rispecchiarlo – ma lo fanno tanto bene che incidono sul nostro potenziale, rendendoci ancora più violenti. In base a questo è pensabile che i richiami alla Social Policy, alla Netiquette, possano ben appoggiarsi su quello che già, semplicemente, è il nostro Codice Penale. Senza dover ricorrere a chissà quali processi legislativi ma limitandosi solo a chiedere – a gran voce però – che “qualcuno lo scriva” che il diritto comunemente e storicamente stabilito vale anche per questo: non un mondo a parte ma, ormai, il nostro mondo.

Il web non è «buono per natura». Eccitati da battaglie di difesa della libertà della Rete, inneggianti al grido «Internet Nobel per la Pace» o «Nessuno Tocchi La Rete», si è finito talora per diventare integralisti e dimenticare, invece, che web e social sono strumento: come un martello, che si può usar bene per attaccare un chiodo, o male, per uccidere qualcuno. Se le voci si uniranno per costruire qualcosa che limiti, argini, il potenziale malevolo – del web come del mondo in generale – se si riuscirà a dire, e fare, «stop» alla web violence, senza dover ogni volta ricorrere alle capriole, mostrando di esigere né più né meno quanto ci spetta di diritto, anche questo mondo sarà più bello: fiorirà la democrazia, contro quelle tendenze anarchiche, demagogiche o dittatoriali di cui invece sempre più spesso vediamo innervarsi strade e vicoli della Rete.

 

 

 

Rachele Zinzocchi

Rachele Zinzocchi

Digital Strategy R&D Consultant, Public Speaker, Lecturer, Coach, Author. Honoured by LinkedIn as one of the Top 5 Italian Most Engaged and Influencer Marketers.
#SocialCare, «Utility & You-tility Devoted», Heart-Marketing and Help-Marketing passionate theorist and evangelist. One watchword – «Do you want to Sell? Help! ROI is Responsibility, Trust» – one Mission: Helping Companies and People Help and Be Useful To Succeed in Business and Life.
Writer and contributor to books and white-papers. Conference contributor and Professional Speaker, guest at events like SMX, eMetrics, ISBF, CMI, SMW. Business Coach and Trainer, I hold webinars, workshops, masterclasses and courses for companies and Academic Institutes, like Istituto Tagliacarne, Roma, TAG Innovation School, Buzzoole, YourBrandCamp, TrekkSoft. Lifelong learning and continuing vocational training are a must.

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