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Bill Maher e Jason Biggs: quando Twitter non è il tuo palcoscenico

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A chiunque sia attivo sui social media è capitato almeno una volta di commentare un fatto di attualità particolarmente rilevante. Che sia un evento di politica o di cronaca, drammatico o frivolo fa poca differenza: davanti a qualcosa che riconosciamo come “importante”, percepiamo l’urgenza di dire qualcosa, per “marcare presenza” nelle conversazioni che stanno avvenendo in quel momento sul web.

E ognuno lo fa a modo suo: in un luogo dove l’identità è data da un nome e da una foto 400×400, diventa fondamentale riuscire a infondere nel messaggio che stiamo per pubblicare tutta la nostra personalità, in modo da essere riconoscibili e, in un certo senso, rendere efficace quello che abbiamo da dire. Anche a costo di infrangere quelle regole non scritte che vogliono un comportamento consono alle circostanze: esattamente come non si ride ai funerali, le battute ironiche su Twitter a commento di una tragedia non sono particolarmente ben viste, anche se a fare dell’ironia è un personaggio universalmente noto per il proprio humour.

Negli ultimi giorni il mondo ha assistito a due gravissimi fatti di cronaca: la drammatica evoluzione del conflitto israelo-palestinese e l’abbattimento dell’aereo di Malaysia Airlines in Ucraina. Due eventi di portata mondiale che hanno generato conversazioni in tutto il web, cui hanno partecipato praticamente tutti, commentando, retwittando, diffondendo contenuti o semplicemente esprimendo la propria opinione, ognuno a modo proprio. Peccato che quel “modo proprio”, in alcuni casi, abbia fatto saltare la mosca al naso degli utenti, generando feroci critiche.

Bill Maher è un comico americano, lavora principalmente in tv ed è noto soprattutto per la sua satira politica. Venerdì 18 luglio, commentando le notizie dalla striscia di Gaza, Maher ha twittato: “Avere a che fare con Hamas è come avere a che fare con una donna pazza che cerca di ucciderti – Puoi solo stringerle i polsi prima di prenderla a schiaffi”.

Bill Maher[Fonte: Politico]

Non ci vuole un indovino per immaginare come possa essere andata a finire: la battuta di Maher – giudicata razzista, sessista e profondamente offensiva – è stata sommersa dalle critiche di chi, pur non essendo coinvolto nel conflitto nemmeno indirettamente, ha trovato fuori luogo il tweet del comico.

Maher2[@billmaher hai mai pensato di limitare le tue battute, paragoni e commenti ad argomenti che capisci davvero? – Bill Maher ricorda al mondo il suo essere un maiale sessista e ha una terribile concezione del Medio Oriente]

A differenza di quello che succede spesso in questi casi, Maher non ha cancellato il tweet, che ha continuato a raccogliere un considerevole numero di commenti negativi, finendo anche per essere ripreso da diverse testate.

Soltanto il giorno prima era successo qualcosa di molto simile: Jason Biggs, l’attore americano noto per essere il protagonista delle serie cinematografica di American Pie, ha commentato la strage del volo MH17 di Malaysia Airlines, abbattuto nell’Ucraina orientale da un missile militare. “Qualcuno vuole comprare le mie miglia di frequent flyer della Malaysia Airlines?”

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La battuta si basa sulla drammatica coincidenza che ha colpito la compagnia aerea malese, che lo scorso marzo ha visto scomparire nel nulla un aereo della sua flotta con 239 persone a bordo, e che l’altro giorno è diventata nuovamente protagonista di una nuova strage di proporzioni enormi.

Anche il tweet di Biggs non è piaciuto. Soprattutto perché, dopo che sono cominciate ad arrivare le prime critiche, l’attore ha replicato che tutti coloro che se l’erano presa per la sua battuta stavano semplicemente cercando una scusa per attaccare briga. Biggs è andato avanti a perorare la propria causa per un po’, ma poi ha cancellato tutti i tweet “incriminati” sostituendoli con un lungo messaggio di scuse piuttosto polemico.

In entrambi i casi tuttavia, non è tanto la battuta a essere “sbagliata”, quanto il fatto che entrambi i personaggi non hanno tenuto conto del fatto che Twitter non è un programma televisivo o una sala cinematografica, e che tutti coloro che potevano leggere i loro tweet non erano necessariamente fan del loro tipo di comicità.

Se una persona guarda un monologo televisivo di un comico è perché ne apprezza la comicità, e difficilmente si sentirà offeso da una sua battuta. Ma Twitter è come una enorme piazza dove tutti parlano e dove tutti, potenzialmente, ascoltano: per questo chi parla deve essere consapevole che non si rivolge solo al proprio affezionato pubblico, ma a tutti quanti.

Un personaggio pubblico che è perfettamente in grado di “tenere la scena” su un medium non non per forza è in grado di farlo anche altrove: cambiano i pubblici, cambiano le circostanze e, cosa ancora più importante, cambiano i tempi. Infilare una battuta comica nel bel mezzo di un evento drammatico e ancora poco chiaro produce un effetto molto diverso da quello che produrrebbe la stessa battuta comica quando ormai la narrazione di un evento è già più definita. Soprattutto, fare dell’humour nero su Twitter è molto diverso che farlo in televisione, dove il pubblico non ha la possibilità di interagire in modo immediato, esprimendo apprezzamenti o critiche per ciò che è stato detto.

E questo non vale solo per i comici che fanno i comici anche su fatti di cronaca che scatenano l’emotività degli utenti ma, più in generale, per tutti quei personaggi pubblici che sono ancora convinti che parlare sui social media sia un modo di comunicare limitato e circoscritto ai propri follower e sostenitori, dove ci si può prendere la libertà di conversare con i propri amici senza rendersi conto che, in realtà, ci si sta rivolgendo a un pubblico molto più vasto.

Lesson Learned: I social media non sono il tuo salotto, dove puoi fare la selezione all’ingresso: ogni cosa che dici è potenzialmente diretta a tutti, in un luogo dove tutti possono prendere la parola e risponderti. 

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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