Appunti sull’Agenda (Digitale)

Quello che Renzi non ha detto alla Kroes

Renzi

Digital Venice, Arsenale di Venezia, mattina di martedì 8 luglio.
Il problema di questi eventi “ufficiali” è che si finisce inevitabilmente col privilegiare la forma e col voler a tutti costi “piacere” all’interlocutore Europeo. Scatta il meccanismo “l’Europa ci guarda severamente, facciamogli vedere che stiamo facendo i compiti”.
RenziI grafici a radar che rappresentano il gap italiano rispetto al raggiungimento degli obiettivi di Digital Agenda diventano incubi: “quanto ci manca per”, “come facciamo a”. Esattamente come se stessimo parlando di rapporto deficit/PIL.
Mettiamoci poi nei panni di colui che diventa Presidente del Consiglio qualche mese fa, ereditando una situazione di fermo totale di qualsiasi attività – rispetto al digitale – da almeno 3 anni: valzer dell’Agenzia, cabine di regia che vanno e che vengono, nessuno a Palazzo che prenda in mano la situazione facendola propria.
Il risultato non può che essere quello che è stato: frasi di circostanza, perché altrimenti l’Europa ci sgrida.
Si abbozza, diciamo.
Ma non poteva andare altrimenti: in questi casi, si sa, prevale la diplomazia e la ricerca dell’equilibrio totale. Dietro, ci stanno le parole che Renzi non ha detto alla Kroes. Per meglio dire, le parole che Renzi “non ha potuto” dire alla Kroes.
Parole che molto probabilmente assomigliano al “Cambiamo tutto!” di Riccardo Luna, peccato che non le si possano dire quando sei un Presidente del Consiglio messo di fronte alla Commissaria arrivata per ricordarci quanto siamo rimasti indietro col programma e “se non ti metti sotto, finirai per essere bocciato”.
Come fai, se sei un Presidente  del Consiglio, a dire alla Commissione Europea che l’Italia sa perfettamente cosa deve fare e anzi – per l’appunto – sta comiciando finalmente a farlo e che, cortesemente, non è il caso di metterci tutta quest’ansia addosso.
Perché il problema esiste, ed è serio. Ma è tutto sotto controllo, amici di Bruxelles, state tranquilli.
E la soluzione, amici di Bruxelles, non risiede nel puntiglioso inseguimento di puri e semplici obiettivi numerici, né tantomeno dentro le scartoffie di cento studi di fattibilità o mille papers di raccomandazioni.
Non sta neppure (e qui provo a dire una cosa forte) dentro l’ossessione dello scadenzario rispetto all’attuazione del CAD. Non sta neppure nella rincorsa alla costruzione dei grandi data center per il cloud, almeno sino a quando non si sarà capito esattamente cosa ci finirà dentro, a questi data center, e – soprattutto – a quale modello di crescita e di semplificazione dovrà essere asservita tutta questa meravigliosa infrastruttura tecnologica.
Il tema non può essere “quando avremo l’identità digitale”: il tema deve essere “a cosa servirà, l’identità digitale, quali benefici ne deriveranno per la casalinga di Voghera”.
Altrimenti, finiremo per replicare il flop di inizio millennio: un tentativo di mega push tecnologico nella più totale assenza di un obiettivo di sistema.
Provo a spiegarmi ancora meglio, partendo dall’ossessione rispetto alla percentuale di popolazione che usa Internet: se la mettiamo in termini di puro assolvimento al “compitino comunitario”, potremmo fregarcene se avremo milioni di italiani connessi a Internet per guardare YouPorn o per sparlare della vicina di casa attraverso Facebook. Avremmo comunque raggiunto l’obiettivo, con buona pace dei benchmarker.
Idem per le imprese: vogliamo centinaia di migliaia di imprese connesse in rete per fare rateizzazioni dei loro debiti verso Equitalia, o magari ci piacerebbe di più vedere agricoltori calabresi vendere online peperoncini e bottiglie di Cirò?

futureParadossalmente questo ragionamento lo capiscono benissimo anche i vendor di tecnologie, ai quali non interessa tanto lavorare in modalità “una botta e via”, quanto piuttosto creare un mercato di lunghissimo periodo per il digitale.
Il tema centrale quindi deve diventare la costruzione di un disegno complessivo, partendo dal raffigurare il Paese come ce lo immaginiamo per poi arrivare all’elencazione puntuale di obiettivi non già tecnologici (“quanti PC”, “quante caselle di posta”, “quale piattaforma per l’interoperabilità”, ecc.) quanto piuttosto di sistema: “come interagiscono online clienti e fornitori”, “quanto velocemente si incontrano domanda e offerta sul mercato del lavoro”, “cosa succede se un paziente molisano va a ricoverarsi in un ospedale abruzzese”, eccetera.
Assegnare a un dirigente pubblico obiettivi commisurati al puro assolvimento di “obblighi tecnologici” è una colossale stupidaggine. Potrei raccontarvi di un ente locale dove, qualche anno fa, qualcuno pensò di assegnare obiettivi ai dirigenti sulla quantità di documenti firmati con firma digitale: finì che si firmarono digitalmente persino gli auguri natalizi.

Sogno una “nuova” : me la immagino come un documento corposissimo dentro il quale non si parla di tecnologia, quanto piuttosto di “Obiettivi Paese” che qua e là richiamano le possibili soluzioni basate sulle tecnologie dell’informazione.
Mi eccita poco sapere che “il 50% dei cittadini dovrà usare i servizi di e-government”: vorrei sapere perché, quali, quando. Perché, se ci si ragiona su, in qualche caso si potrebbe arrivare a capire che non ha senso offrire servizi online tutto laddove esistono soluzioni più efficaci (vedasi, ad esempio, il mandare a casa degli italiani la dichiarazione dei redditi pre-compilata piuttosto che sviluppare meravigliosi front-end per la compilazione online).
L’ossessione per l’assolvimento degli obblighi comunitari rischia, anche per quanto riguarda il digitale, di diventare patologica. Finiremo per impazzire sulla curvatura massima della banana (argomento ben noto a chi frequenta Bruxelles) dimenticandoci completamente del suo sapore.

Paolo Colli Franzone

Paolo Colli Franzone

Fondatore e direttore di Netics, uno tra i principali osservatori del mercato ICT specifico per la pubblica amministrazione e la sanità italiana.
Esperto di marketing strategico, collabora con alcuni tra i principali vendor IT nazionali e internazionali in qualità di advisor per il Public Sector.
E’ anche coordinatore del think tank “NextCityLife”, focalizzato sul tema delle Smart Cities & Communities.

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  1. Dayana

    04/12/2016 alle 10:20

    When I submit a video to Life in a Day, it stops at the "The legal part" and nothing happens when I press continue. I have accepted and added the inrtomafion. How do I know if my video was submitted? Why does it stop there?

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