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WSD – Vestiti

vestiti

Questo titolo può essere letto sia come plurale di vestito, sia come l’imperativo vèstiti!
E lo so che sembrerà frivolo ai più, se si parla di Innovazione. Ma, nella sua frivolezza è un tema fondamentale. E poi è estate, quindi versatevi una birra e rilassatevi.

Partiamo dalle regole, partiamo al contrario. Le spiego dopo.
Ecco le 10 regole del dress code dell’azienda innovativa (che punta a fare business, sennò non è un’azienda).
Nascono dall’osservazione del contesto in cui ho vissuto in questi ultimi anni di lavoro, tra startuppers e makers generalmente impresentabili.
Eccole:

  1. Una giacca su una maglietta nerd si può portare purché la maglietta non rechi scritte blasfeme, oscene, ambigue o Homer Simpson.
  2. Le Birkenstock di qualsivoglia modello non si indossano mai, né in ufficio e TANTOMENO dal cliente (punto fortemente influenzato dalla visione di una consulente, l’estate scorsa).
  3. No alla canottiera. Vale per uomini (tantissimo) e per le donne (abbastanza, soprattutto se la depilazione passa dal rasoio).
  4. Sì alla cravatta dal cliente ma no a una cravatta spiritosa né di quelle enormi da rappresentante di aspirapolvere (tenete una cravatta nel cassetto, uomini innovatori!)
  5. No, no, no, mai, mai, mai ai sandali maschili o infradito di qualsiasi materiale.
  6. No, no, no, mai, mai, mai al sandalo modello ciabatta o all’infradito per le donne.
  7. No alle borse o alle ventiquattrore di Prada dal Cliente. Si vede lontano un miglio che vi siete indebitati per acquistarle.
  8. No alle borse di stoffa e qualsivoglia accessorio etnico, che oltretutto, dopo una certa età, fanno risultare noi donne goffe imitazioni di principesse indiane. Che sono principesse e poi sono indiane.
  9. Sì agli abiti colorati, servono a rallegrare chi vive nel grigiore di aziende enormi e lente.

Veniamo alla spiegazione.
Partiamo da una premessa: molti di noi crescono convinti che il lavoro intellettuale si debba accompagnare a scomodi abiti e altrettanto scomode scarpe. Ammettiamolo, tutti ci siamo presentati a un colloquio in base a ciò che ritenevamo opportuno e degno di una persona che ha studiato, dimenticando che quel dress code andava poi sostenuto o rimandando il problema a un’assunzione tutta da venire.

cena-di-lavoro-come-vestirsi-per-lui-119399-1Se per caso siamo stati assunti in un’azienda, in una grande azienda, siccome siamo esseri umani e apprendiamo dal gruppo, sappiamo che ci siamo conformati tra atroci fatiche.
Fateci caso, nelle aziende le persone si vestono più o meno tutte secondo un codice. Infatti esiste l’informal friday che è la croce dei colleghi in là con gli anni, che arrivano vestiti da golfisti poco convinti.
Sia chiaro: conformarsi è giusto. Così come è giusto che in un’azienda ci sia uno stile da interpretare senza violare un codice.

E ora rivolgiamo lo sguardo a noi che abbiamo aziende innovative, non grandissime, relativamente giovani e che, soprattutto, traffichiamo con materie che nutrono anche la creatività. Spesso siamo un drammatico caso a parte.
Abituati a stare tra noi, tendiamo a esprimere la nostra personalità fino all’estremo. Gli sviluppatori mettono la maglietta nerd, i grafici l’occhialone hipster, gli account la scarpa comoda, e via dicendo.
Spicchiamo, è vero, quando andiamo a offrire la nostra consulenza nelle grandi aziende. Ma non spicchiamo in senso positivo. Chi vive in giacca e cravatta, e spesso è il nostro interlocutore, detesta (detesta) l’idea di lavorare con gente in maglietta e jeans. Per il semplice motivo che lui o lei sta scomodo/a mentre noi ostentiamo un’aria rilassata da “quando esco da qui vado in palestra”.
Spicchiamo anche nel chiuso delle nostre pareti, dove, talvolta o troppo spesso, nel nome della comodità, cediamo a scarpe da tempo libero estremo, tipo le Birkenstock. E partecipiamo alle riunioni in sandali, che ci fanno sembrare accompagnatori di un centro anziani finalmente seduti al bar mentre i vecchietti giocano il torneo di bocce. Siamo credibili per noi? Siamo credibili come lavoratori? Non molto.

Imparare a rispettare il dress code, nelle aziende innovative, non è semplicissimo.
Bisogna stare comodi, è vero. Quindi no giacca e cravatta, no tailleur. No.
Ma nell’armadio di casa vanno tenuti puliti e stirati, avendo cura di averne quanti basta per andare dai clienti comunicando che siamo vestiti “solo un po’ più comodi” di loro ma non poi così tanto.
E ai nostri stessi colleghi, nel quotidiano, comunichiamo rispetto professionale attraverso un abito che non sia lo stesso che indosseremmo quando andiamo a nutrire i lama nelle fattorie dell’agro cittadino.

Vestitevi bene. Vestitevi con poco. Vestitevi serenamente.
E cambiatevi a casa, che fa caldo.

 

Francesca Quaratino

Francesca Quaratino

Francesca Quaratino è amministratore e socia di Manafactory srl, società che si occupa di strategie, contenuti e formazione per la comunicazione in Rete.

Nata nel 1974, dopo la laurea in etnologia ha iniziato a lavorare come community manager in una delle prime web agency italiane. Dice: “Volevo fare l’antropologa ma i popoli da studiare erano finiti e avevo a disposizione il mio modem 56K e il Web, che di tribù era pieno”.

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