#EpicFail

Washington Redskins, Twitter e le questioni di orgoglio

Sellers-Redskins

I Washington sono una squadra di football americana che milita nella NFL, il corrispettivo della nostra Serie A calcistica. Quindi, una squadra importante, in vista e con un sacco di tifosi in tutto il paese. E ha anche una piccola particolarità: il suo nome, Redskins – Pellerossa – è spesso accusato di suonare razzista o comunque offensivo nei confronti dei nativi americani. Regolarmente qualcuno propone un cambio di nome, e regolarmente la squadra si rifiuta di farlo, lasciando tutto così com’è sempre stato. Ed è successo anche qualche giorno fa, quando il senatore democratico Harry Reid, dallo stato del Nevada fa partire una petizione diretta ai dirigrenti della NFL, chiedendo loro di intervenire sulla squadra e sollecitarla a cambiare il proprio nome.

I dirigenti dei Redskins decidono quindi di passare al contrattacco e di rispondere al senatore Redid con una campagna Twitter. L’idea è semplice: “aizzare” i tifosi contro il senatore, facendo loro spiegare che il nome della squadra non può essere cambiato perché questo “significa troppo” per i fan.

REDSKIN

[Twitta al @SenatoreReid per mostrargli il tuo #OrgoglioRedskins e dirgli cosa significa per te la squadra]

Ma i dirigenti e i social media stratgist dei Washington Redskins hanno fatto i conti senza l’oste o meglio, senza quello spirito di contraddizione proprio del web che già in passato ha fatto finire a tarallucci e vino tante campagne simili. E infatti, mentre alcuni tifosi si sono messi a difendere orgogliosamente il nome della propria squadra del cuore, altri – forse non proprio tifosi, ma comunque utenti di Twitter – hanno deciso di calcare un po’ la mano, rispondendo, con una certa precisione, alla domanda di’ cosa significa per te il nome Redskins:

REDSKIN2

[Sono abbastanza sicuro che significhi “Siamo razzisti” – Significa mancare di rispetto alla voce dei capi dei Nativi]

E il discorso si allarga pericolosamente, andando perfino a toccare le pagine più nere della storia dell’uomo: con un tweet il comico statunitense Rob Delaney alza il tiro, e accosta il razzismo implicito contenuto nel nome dei Redskins a Hitler e ai campi di concentramento della Seconda guerra mondiale.

Redskin3[Hitler ha studiato le riserve indiane in America per progettare i campi di concentramento. #OrgoglioRediskins!]

E addirittura sono gli utenti stessi a supportare un contro-hashtag, #ChangeTheName, per invitare la squadra a cambiare nome liberandosi di un concetto che suona “pesante” anche agli stessi tifosi. Non manca nemmeno qualche punzecchiata al social media strategist dei Redskins, evidentemente considerato il creatore di una campagna che si è rivoltata contro la squadra stessa:

 REdskin4

[I Redskins licenzieranno chiunque abbia avuto l’idea di questo hashtag #OrgoglioRedskins, molto prima di cambiare il nome. – Amo questa squadra da tutta la vita. Cambiate il nome]

Insomma: niente che i vertici dei Washington Redskins e che i social media strategist della squadra avrebbero voluto leggere a proposito di un hashtag nato per esaltare il senso di affezione dei tifosi nei confronti della squadra stessa. Purtroppo, però, si direbbe proprio che i Redskins si siano dimenticati di considerare tutti quegli utenti di Twitter che, pur non essendo tifosi della squadra, hanno letto “l’appello” di #RedskinsPride e hanno deciso di partecipare alla conversazione, peraltro avendone pieno diritto.

Se i Redskins avessero interpellato i propri fan “altrove”, ad esempio su un forum riservato ai tifosi e fossero stati sommersi da tweet contro la squadra, allora la questione sarebbe stata diversa e forse si sarebbe potuto parlare di un atto di sabotaggio. Ma non in questo caso, visto che l’hashtag era sì rivolto a un preciso gruppo di persone, ma che è stato anche lanciato in uno spazio che, per definizione, è pubblico. Non si può impedire alle persone di partecipare a una conversazione pubblica e, allo stesso tempo, non si può ignorare la possibilità questo possa accadere davvero, con tutte le conseguenze del caso.  

Lesson Learned: Non pensare di conoscere i tuoi fan: non dare per scontato che decidano di stare sempre al gioco che gli proponi. Soprattutto tieni presente che il web è uno spazio pubblico: non puoi impedire ad altre persone di partecipare a una conversazione che tu hai pensato per essere destinata esclusivamente ai tuoi fan. 

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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