Visions

WSD – Ufficio

coworking

Ringrazio la mia amica Marina, che, sapendomi alle prese con l’ennesimo trasloco aziendale, qualche giorno fa ha pubblicato sulla mia bacheca di Facebook questo link che riepiloga –qualora non ce lo avessero detto abbastanza- come dovrebbe essere uno spazio lavorativo degno di un pensiero innovativo.

Fabbrica del cioccolatoLeggendolo, e vedendolo pieno di luoghi-Google, ho ripensato alla mia recente “gita” a Mountain View (una deviazione sulla strada da San Francisco a Big Sur), e alla sensazione inquietante di aver visto una versione reale della Fabbrica di Cioccolato: un mondo perfetto, con le colline dei Teletubbies, le bici aziendali, i totem aziendali, i Google-bus, le fermate del Google-bus a forma di puntatore  GoogleMaps. Un mondo pieno di giovani asiatici, tutti in infradito, pantaloni a sigaretta e camicette striminzite. Felici, sì, ma TUTTI UGUALI in un mondo ossessivamente monomarca. Certo, se il brand che mette il cappello a tutto ciò si chiama Google, è difficile pensare che non si sia fatta .

Devono essere tempi di grande riflessione sul tema dello spazio lavorativo, se poi incrocio un articolo altrettanto interessante nel quale si racconta la moda di lavorare nei casotti degli attrezzi. Si chiama (tutto ha un nome) shedworking e, ci viene detto, può essere una soluzione anche assai chic, quindi costosa.
Se penso al casotto da giardino, mi viene in mente quello nel quale mio nonno riparava il motore dell’autoclave dalle avversità. Esso conteneva anche svariati attrezzi, tutti riposti in maniera tale che, se non ne eri il padrone, potessero colpirti, ferirti, forse ucciderti. Il casotto era vietato ai bambini, non a caso.

Vada per le mode, vada che la riflessione sullo spazio è parte del lavoro sia perché bisogna stare comodi sia perché bisogna avere qualche comfort sia perché un ufficio deve rappresentare l’immagine di un’azienda. Come faccio a dirmi innovativo se lavoro nell’appartamento di un mesto condominio tra moquette marrone, tavoli scuri e pareti rivestite con pannelli di lamellare? E, su questo, credo, siamo tutti d’accordo.

Ma un ufficio deve essere pensato per il tempo e l’immagine che si ha, senza eccessi autoreferenziali o tremendamente alla moda.
Faccio un esempio personale.

La mia azienda, nella sua versione ultima pre trasloco attuale, aveva un locale su strada che tanto assomigliava a un bistro. Lo avevamo arredato con i pallet (per chi volesse scatenarsi, consiglio la Bibbia del Pallet) e i nostri clienti amavano molto quella forma di informalità che raccontava chiaramente costi contenuti (a te, cliente, non carico nel preventivo le spese di una sede di rappresentanza).
Divenuti un po’ più grandi, nel bistro non ci stavamo più e ci siamo spostati.
Abbiamo dedicato all’arredamento del nuovo ufficio svariate riunioni, nel corso delle quali è emerso che il pallet, per quanto bello, alla lunga è assai scomodo.
Pertanto, abbiamo deciso di dotarci di sedie normali, comprese quattro “poltrone direzionali” in saldo su Groupon. Il sito le chiama “poltrone direzionali”, cosa che ci ha fatto pensare che la seduta possa anche farci giocare con i ruoli, così che, passandoci simbolicamente la Direzione dell’azienda, ogni tanto noi si possa viaggiare, deresponsabilizzati, per il mondo, come si addice alla nostra specie.
Tutti noi che lavoriamo in aziende che si fregiano del marchio dell’innovazione e del cambiamento, non dovremmo dimenticare che siamo fatti per viaggiare e tornare più ricchi, non per giocare a ping-pong in ufficio mentre arricchiamo altri. Oppure sì, ma allora la Felicità va a braccetto con la Consapevolezza e ci si costruisce sopra il Futuro personale.
L’esercizio per tutti i gruppi di lavoro è immaginare e desiderare uno spazio che “racconti il gruppo”. Guardatevi attorno ora e provate, con la giusta indulgenza, a dirvi se è così. E se non è così, fate le mosse giuste per confrontarvi e prendere decisioni che adeguino lo spazio professionale a ciò che siete: professionisti, non polli in batteria.

PS. Il il nuovo ufficio ha un giardino e un casotto per gli attrezzi. Quando lo abbiamo preso in affitto, ignoravamo tutti che esistesse lo shedworking. E bisogna ringraziare la Fase-Pallet, quindi il nostro passato recente, se siamo arrivati nel punto giusto al momento giusto.
Ma, detto tra noi, non vedo perché dovrei sfrattare un rastrello. Tempo che scarichiamo il furgone e sarà tornata di moda la scrivania.

 

Francesca Quaratino

Francesca Quaratino

Francesca Quaratino è amministratore e socia di Manafactory srl, società che si occupa di strategie, contenuti e formazione per la comunicazione in Rete.

Nata nel 1974, dopo la laurea in etnologia ha iniziato a lavorare come community manager in una delle prime web agency italiane. Dice: “Volevo fare l’antropologa ma i popoli da studiare erano finiti e avevo a disposizione il mio modem 56K e il Web, che di tribù era pieno”.

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