Appunti sull’Agenda (Digitale)

Riflessioni intorno alle strategie e alle wish-list

digital

Prendo spunto dal documento “La strategia italiana per l’Agenda Digitale”, redatto da (versione del 7 aprile 2014), per provare a mettere in fila un paio di ragionamenti. Premessa: il documento in sé, va benissimo. 86 pagine esposte in maniera inappuntabile.
Con due miei “però”.

Parto dal secondo, quello – se vogliamo – più semplice da risolvere.
Digital economySe è vero (come è vero) che la Sanità in Italia rappresenta 7 punti abbondanti di PIL e ben più che un problema per i bilanci di quasi tutte le regioni italiane, non si capisce come mai questo tema sia solamente “sfiorato” nelle 86 pagine del documento, e soltanto menzionando il Fascicolo Sanitario Elettronico (ovvero, la punta dell’iceberg rispetto a una montagna di cose da fare.
Questa è un po’ un’abitudine di AgID: trascurare il mondo della sanità digitale, quasi non facesse parte dell’ambito di intervento pubblico. Esiste il “fascicolo”, esiste l’anagrafe nazionale degli assistiti (in quanto “derivata prima” dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente”), esiste la “e-prescription”. Stop, fine delle trasmissioni.
Quando, invece, di cose da dire e da fare ce ne sarebbero tantissime: tutti i temi intorno ai quali sia il Ministero della Salute che le Regioni e il sistema delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere locali/regionali stanno lavorando alacremente da qualche anno a questa parte.

Ma il problema più serio è il primo.
Ho come la sensazione che il documento AgID, come dicevo “ineccepibile”, abbia un problema di titolo. Non sono cioè del tutto sicuro che esso sia un documento “di strategie per l’Italia Digitale”, quanto piuttosto un’enunciazione di “strategie per la digitalizzazione della PA”. Una sorta di wish-list, ottimamente documentata e con tanto di elencazione degli indicatori per la misurazione dei risultati.
Il che, rispetto al passato, rappresenta già un enorme passo in avanti.
Se però quello che abbiamo in mente è un documento “spendibile da un Governo”, ossia l’enunciazione dell’insieme di strategie finalizzate a perseguire degli obiettivi politico-sociali e politico-economici, allora non ci siamo.
Il documento AgID “parte sempre dalle tecnologie”, o comunque dall’enunciazione di risultati attesi comunque riconducibili a obiettivi tecnologici. Esempio (pag. 52): “digitalizzare tutti i processi della PA”.
Temo che un Presidente del Consiglio, allorquando deve fare propria una visione di “Italia Digitale” per poi tradurla in “politiche digitali”, abbia bisogno di qualcosa di più profondo.

Provo a spiegarmi meglio.
Una strategia, per definizione, è asservita a uno o più obiettivi.
Quali sono (quali dovrebbero essere) gli obiettivi per un’Italia più competitiva, maggiormente sintonizzata sul XXI secolo, più “utilizzatrice attiva” (e meno “utente passiva”) di quelle che – orrore! – ancora in moltissimi chiamano “le nuove tecnologie”?

Tutto dovrebbe partire da qui: dagli obiettivi.
Qualcosa tipo:

  • “Avere il 50% di PMI attive nell’e-commerce”
  • “Fornire al 100% degli assistiti del Servizio Sanitario Nazionale la possibilità di prenotare una determinata prestazione diagnostica o specialistica attraverso un sistema di booking online”
  • “Diminuire del 20% i ricoveri classificati come a forte rischio di inappropriatezza”
  • “Dimezzare nei primi due anni la spesa per notifiche a mano di atti giudiziari”
  • “Favorire l’abbassamento del rischio di credito sulle anticipazioni di fatture emesse verso enti della PA”
  • “Dimezzare il peso medio degli zaini indossati dagli alunni della scuola secondaria di primo grado”
  • “Portare al 20% la percentuale dei cittadini che pagano le tariffe locali e i servizi individuali attraverso strumenti di pagamento elettronico”
  • “Dimezzare i costi sopportati dalle imprese relativamente agli adempimenti burocratici verso la PA”
  • “Ridurre del 30% le spese postali degli enti della PA”
  • “Ridurre del 60% le spese per acquisto/noleggio di fotocopiatori e di carta per fotocopie negli enti della PA”
  • “Ridurre del 35% la spesa energetica per la conduzione dei data center pubblici”
  • “Aumentare del 20% i biglietti elettronici per i mezzi di trasporto pubblico urbano”

E così via. (I numeri associati agli obiettivi sono qui, naturalmente, “tirati a caso” a puro titolo esemplificativo).

Ecco che, a partire da obiettivi definiti secondo questa logica, diventa molto più semplice definire strategie centrate sul soddisfacimento di bisogni reali di cittadini e imprese piuttosto che sul dispiegamento di “questa” o “quell’altra” diavoleria tecnologica.
Diventa soprattutto molto più semplice, avendo a disposizione un quadro preciso dei costi attuali afferenti a ogni singolo processo, farsi un’idea precisa (e sostenibile!) delle risorse economiche allocabili su ogni singolo “item di innovazione” e – soprattutto – dei possibili premi di risultato riconoscibili ai dirigenti che raggiungeranno gli obiettivi loro assegnati.
Perché, è inutile nascondercelo, il successo dell’operazione “#rivoluzionePA” passa attraverso la carota del premio di risultato, molto più che non attraverso il “finto” bastone di norme e linee guida.

Last but not least, il tema relativo alle risorse.
Digital goalAgID ci spiega, nel suo documento, che la fonte di ogni salvezza ci è data dai fondi europei e dai soliti acronimi: PON, POR, PST. Con una concessione rispetto al partenariato pubblico-privato limitata al mondo delle “smart communities”.
Sarò monomaniaco, d’accordo: però non sono il solo a dire che una enorme “fetta” delle politiche digitali di questo Paese può trovare finanziamenti privati senza enormi difficoltà. Lo dice anche Confindustria Digitale, lo dicono ormai in tantissimi (anche singoli vendor IT e istituzioni finanziarie) soprattutto per quanto riguarda la Sanità.
Continuo, ad esempio, a pensare che molti dei 240 mila avvocati italiani potrebbero essere molto ben disposti a finanziare un fondo specializzato finalizzato a prendersi in carico un piano straordinario di Giustizia Digitale, ottenendo in cambio un evidente (e anche piuttosto consistente) ritorno economico in termini di “ore di coda” risparmiate dai loro praticanti (ai quali faranno fare cose più produttive) in coda in cancelleria tutte le mattine.

Eccetera, eccetera.

Si ritorna a bomba: il piano industriale.
Obiettivi, strategie, provvista finanziaria, risorse umane (competenze), metriche per la valutazione, premi di risultato.
La somma, probabilmente, di tanti piani settoriali: Giustizia, Sanità, Scuola, Trasporti, Energia, Agricoltura, Commercio, Turismo, Cultura, eccetera. Ciascuno col suo bel set di obiettivi digitali.
Un lavorone? Certamente sì.
Ma i vari stakeholder sono ben lieti di collaborare e contribuire a questi piani settoriali. Se già riuscissimo ad uscire dall’autoreferenzialità permanente, avremmo fatto cinquina.
La tombola è nello riuscire a raggiungere gli obiettivi, e sta tutto nelle nostre mani e nella nostra determinazione a farlo succedere.

Paolo Colli Franzone

Paolo Colli Franzone

Fondatore e direttore di Netics, uno tra i principali osservatori del mercato ICT specifico per la pubblica amministrazione e la sanità italiana.
Esperto di marketing strategico, collabora con alcuni tra i principali vendor IT nazionali e internazionali in qualità di advisor per il Public Sector.
E’ anche coordinatore del think tank “NextCityLife”, focalizzato sul tema delle Smart Cities & Communities.

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