Appunti sull’Agenda (Digitale)

Agenda 27: i miliardi che non possiamo perdere

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Con o senza ministro, con o senza sottosegretario, ora comunque si comincia a fare sul serio. Il Presidente del Consiglio ha comunicato che intende seguire personalmente i temi relativi allo sviluppo delle politiche digitali del Paese, riservando quindi a sé una delega specifica in seno al Governo.

L’uomo ha referenze interessanti, in questo senso: sin dai tempi della Provincia di Firenze, e poi da Sindaco, ha dimostrato di capirci e di crederci. Ottimo. Adesso, però, la sfida si fa dura. E seria. Tanto seria che verrebbe voglia di darci degli obiettivi concreti, soprattutto per quello che riguarda gli aspetti economici e mercatistici del problema. Terremo sotto controllo gli indicatori voluti dalla Ue per misurare l’avanzamento della ormai mitica “Agenda Digitale”, d’accordo. Lo faremo.

euroMa proviamo anche a mettere giù un’ipotesi espressa in termini di PIL, visto che poi – alla fine – questo è il numero principale, quello a partire dal quale tutto il resto si genera. Cosa succederebbe se l’ riuscisse a raggiungere i valori medi di incidenza sul PIL della sua spesa annuale in Information Technology e Digital Contents?

Il valore medio sta tra i 6,5 e i 7 punti di PIL. Noi, oggi, siamo intorno ai 4 punti. Raggiungere la media UE, significa generare 27 miliardi di “nuova spesa” ogni anno. Qualcosa come 200 mila nuovi posti di lavoro.

Di questi 27 “nuovi” miliardi, almeno 5 potrebbero essere conseguenti a un considerevole incremento della spesa “pubblica” (Stato, Regioni, Enti locali, Sanità), anche in questo caso non facendo altro che avvicinarci ai valori medi UE. Risorse teoricamente “difficili” da reperire in regime di spending review, salvo che si riesca – una volta per tutte – a uscire dal tunnel mentale dell’informatica pubblica vista come centro di costo e si cominciasse a ragionare in termini di ICT al servizio della razionalizzazione della burocrazia e della sanità.

Qualcosa di vicino ai 4 miliardi l’anno (calcolando una media di 500 euro pro-capite) potrebbe generarsi attraverso una completa digitalizzazione della didattica nelle scuole italiane (7 milioni di studenti coinvolti) ipotizzando di far ricadere interamente sulle famiglie il costo di apparati (tablet, PC) e contenuti digitali. Questo valore è praticamente identico a quello che già oggi le famiglie italiane spendono per libri di testo, dizionari, altri contenuti “analogici”.

Altri 4 miliardi possono essere generati da quella che si potrebbe definire la “promessa non ancora mantenuta” delle Smart Cities. Se soltanto la si smettesse di vederle come palestre per sperimentazioni socio-tecnologiche e si cominciasse seriamente a lavorare all’efficientamento energetico, all’installazione di impianti intelligenti di illuminazione, a sistemi di gestione della logistica di ultimo miglio urbano, eccetera. Partendo dalla considerazione (facilmente dimostrabile attraverso business plan concreti) che stiamo parlando di investimenti a ritorno praticamente garantito e attivabili attraverso operazioni di project financing.

I rimanenti 12 miliardi dovrebbero arrivare dalle PMI, oggi caratterizzate da una spesa ICT per addetto molto distante dai valori dei principali Paesi UE. Si tratta, in estrema sintesi, di raddoppiare i valori di spesa attuali. Sapendo che si parte praticamente da zero: la spesa ICT per addetto nelle microimprese italiane è molto vicina ai 400 Euro/anno. Monetine, praticamente. Anche nelle fasce più alte di PMI (intorno ai 50 addetti), la spesa per addetto non supera i 600 Euro. Contro valori almeno tripli in Paesi come Francia, Germania e Regno Unito, e quadrupli rispetto agli USA.

Come fare per convincere gli oltre 4 milioni di PMI italiane a spendere almeno 3.000 Euro all’anno in più per IT e TLC?

E’ evidente che la partita si gioca tutta intorno a non più di 3-4 “killer application”. Partendo dalla fatturazione elettronica e dall’Internet Banking, per arrivare all’e-commerce. E “usando” il Cloud come leva strategica capace di nascondere tutte le complessità gestionali sotto un bouquet di servizi “affittabili on demand”.

Siamo pronti per tutto questo?

cloud-computingLato offerta (i vendor dell’IT), c’è ancora moltissimo da fare. Ancora troppi vendor non riescono a “sparigliare” prendendo tutta la consapevolezza nei confronti dell’esigenza di cambiare modelli di business. Il “tunnel” delle licenze d’uso e della vendita di hardware “un tanto al chilo”.
La “cloud revolution” è destinata ad accelerare i processi di cambiamento delle aziende IT “tradizionali”, spostando in misura rilevante il valore dal possesso di asset alla capacità di renderli disponibili on demand.
E’ necessario compiere lo sforzo immaginativo necessario a capire come funzionerà un mercato dove tendenzialmente nessuno (tranne i grandi Cloud Services Provider) comprerà più server, storage, software, servizi IT “tradizionali”. Dove il focus (e il valore) sarà interamente sulla capacità di erogare servizi giocando su fattori di scala capaci di garantire competitività e profittabilità. Dove sempre più software sarà “usato” da altri software, e dove la parola chiave sarà “sharing resources”.

Lato domanda, è tutto da inventare. Partendo dal principio che forse neppure una PMI sarà disposta a “investire” in Information Technology fine a sé stessa. Ma che probabilmente tutte le PMI saranno ben felici di mettere soldi (in OpEx, rigorosamente!) destinati a risolvere problemi e necessità. Pagando in base all’effettivo utilizzo.
Per quanto riguarda la PA e la Sanità, sarà necessario forse qualche sforzo normativo finalizzato a promuovere l’utilizzo di formule di partenariato pubblico-privato. Ma, soprattutto, è improcastinabile mettere mano al tema dei processi (e dei tempi) di acquisizione di tecnologie e/o di servizi innovativi.
Il gioco, complessivamente, vale la candela. E tutti devono fare la loro parte: il Governo, lanciando una buona volta un piano di politiche digitali che non sia l’ennesimo libro dei sogni con allegata wish-list; l’industria ICT, alla quale si chiede uno sforzo di ragionamento in chiave strategica abbandonando la logica perversa del “ragionamento per quarter”; il mondo dei Media “nazional-popolari”, ai quali si chiede di promuovere modelli e stili di vita digitali.

Perché, fino a quando continueremo a parlarci tra noi, il “salto di qualità/quantità digitale” non si compierà. Provare, per credere.

 

Paolo Colli Franzone

Paolo Colli Franzone

Fondatore e direttore di Netics, uno tra i principali osservatori del mercato ICT specifico per la pubblica amministrazione e la sanità italiana.
Esperto di marketing strategico, collabora con alcuni tra i principali vendor IT nazionali e internazionali in qualità di advisor per il Public Sector.
E’ anche coordinatore del think tank “NextCityLife”, focalizzato sul tema delle Smart Cities & Communities.

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