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Telco: alla ricerca della neutralità

reti

E’ passata un po’ di acqua sotto i ponti dal confronto tra Gambardella-Ciccarella e Quintarelli-De Biase sulla neutralità della rete e quindi può valere la pena di riprendere in modo distaccato alcuni spunti.
Per semplicità introdurremo due personaggi: Telco (portavoce degli operatori di telecomunicazioni) e Rete (portavoce dei paladini di Internet aperta e neutrale).

RetiPreambolo.  Tutto nasce dall’analisi delle proposte presentate, a fine 2013, dalla Commissione europea per il mercato unico delle telecomunicazioni, che da un lato rappresentavano un ardito esercizio di equilibrismo e, dall’altro, miscelavano poco sapientemente aspetti  regolamentari, concorrenziali e di mercato, fino a toccare i temi della criminalità… Il dibattito si è poi riacceso a valle della sentenza a favore di Verizon contro l’Authority statunitense (FCC) sul tema della neutralità della rete, nonché dell’ultimo accordo tra Netflix e Comcast.

Cosa vogliono i contendenti?  Telco deve fondamentalmente risolvere una frustrazione sempre più evidente: continuare a investire, o addirittura aumentare i propri investimenti, a fronte di ricavi in progressivo calo e volumi di traffico in continuo aumento. Contrariamente a quanto si tende spesso a pensare, il nemico non sono di per sé le Internet companies o i content provider (senza i quali non avremmo assistito all’esplosione dei ricavi da connettività), ma le pressioni sui prezzi (frutto innanzitutto della competizione all’interno del settore) e i fenomeni di sostituzione di servizi a pagamento con servizi free (messaggistica vs SMS o telefonate e così via), erogati di norma in un contesto fortemente asimmetrico per quanto riguarda i vincoli regolamentari. Urge quindi trovare soluzioni per aumentare i ricavi e/o ridurre i costi.

Rete vuole invece difendere il sogno di dare libero sfogo all’innovazione e alla creatività, che è stata alla base del successo di Internet e dei nuovi attori. Insomma, tra laissez faire e animal spirits, che è in fondo patrimonio della cultura occidentale liberista. Rete vuole anche un ecosistema aperto e neutrale, che eviti innanzitutto discriminazioni tra i diversi attori e nuove forme di monopolizzazione o la nascita di oligopoli collusivi. Anche se rimangono forti pulsioni verso la gratuità, non è vero che Rete non si pone il problema della remunerazione dei servizi. Al di là di dichiarazioni talvolta filantropiche dei nuovi leader di mercato, il loro fine ultimo è la remunerazione dei propri azionisti. In sintesi, il tema chiave è  quello della non discriminazione.

Entrambi gli obiettivi sono più che legittimi, anche se si dovrebbe  valutare l’impatto complessivo di sistema, sia a livello Paese che sovrannazionale, nonché dei relativi equilibri tra i diversi attori.

Certezze. Il dibattito ha poi contribuito a dare alcune certezze. Come ricorda Rete, anche se magari in modo un po’ caotico e modificando i rapporti di forza, il modello di  governance di Internet ha consentito finora di aprire nuovi  mercati e di generare un nuovo valore dalle reti e all’ecosistema digitale. E siamo solo all’inizio.

Allo stesso tempo Telco ci rende edotti sul fatto che l’esplosione del traffico richiede di  gestire in modo sempre più efficiente  le risorse di rete, e lo è sempre stato, a garanzia del continuo miglioramento della qualità dell’esperienza del consumatore finale (il mito della Quality of Experience), che è poi condizione per l’innesco di un circolo virtuoso tra lo sviluppo di nuovi servizi e ricavi.  Il collo di bottiglia sarà sempre di più nella componente di terminazione/accesso ai clienti finali, laddove tra l’altro sono richiesti gli investimenti più rilevanti.

soldi

Visto che Internet è in realtà un insieme di reti interconnesse, già oggi i content e service provider più strutturati utilizzano forme di interconnessione e/o strumenti quali le CDN (Content Delivery Network) per garantire una migliore fruizione (innanzitutto in termini di latenza e qualità in senso lato) e differenziare l’erogazione dei propri servizi rispetto a quelli della concorrenza. Riproporre questo schema anche nella rete di accesso/terminazione è uno scenario da tenere presente, ricordando che in questo caso la regolamentazione dovrebbe garantire condizioni eque e non discriminatorie. Per tutto il resto c’è l’Antitrust direbbe qualcuno, ovvero il “mercato concorrenziale” direbbero altri. In fondo, chi può voler discriminare (o meglio differenziare) è più il content/service provider che non l’operatore di rete, che deve tutelare la sua immagine di fornitore di accesso a “tutti i contenuti”.

Rete invita a non dimenticare come periodicamente compaiono tentativi di creare walled garden (anche se non più nelle forme sperimentati agli albori) e di discriminazione a favore dei propri servizi, ovvero per inibire quelli degli altri (ad esempio fenomeni di blocking o throttling). Come dimostrano recenti sentenze Antitrust, il problema non è riferito  necessariamente agli operatori tradizionali, ma sempre più spesso ai nuovi attori che hanno assunto delle posizioni dominanti.

Proposte. Per trovare un accordo serve sicuramente formulare proposte, ma anche dilettarsi con la teoria dei giochi per comprendere e simulare le esigenze reciproche (cfr. sopra). In fondo, conciliare investimenti, concorrenza e innovazione dovrebbe essere la missione sia dei Regolatori che dei Governi. Da quanto abbiamo succintamente raccontato, l’equilibrio va anche trovato tra remunerazione delle reti e non discriminazione nei confronti dei nuovi attori, specie quelli minori e prossimi venturi. La ricetta richiede anche un pizzico di rimozione di asimmetrie laddove anacronistiche (anche se un piano leggermente diverso, ricordiamoci il pasticcio italico del WiFi pubblico). Dal punto di vista del mercato, da un lato va garantita la trasparenza sui meccanismi utilizzati (consentiti?) per la prioritizzazione del traffico e, dall’altro, favorita la trasparenza sulla qualità (magari end to end) di diversi livelli di servizio, in modo neutrale rispetto ai servizi veicolati. Se i meccanismi sono trasparenti, l’ingegno genera soluzioni spesso molto efficaci, salvaguardando sia le startup che i fornitori di contenuti premium. I grandi attori troveranno comunque il modo di negoziare forme di interconnessione di reciproco interesse, l’importante è non sfociare nella creazione di accordi collusivi, mantenendo le condizioni per stimolare contesti concorrenziale e meno oligopolistici.

La soluzione finale sarà una rete un po’ meno neutrale e più aperta?

Cristoforo Morandini

Cristoforo Morandini

Cristoforo Morandini lavora da oltre 20 anni nel settore dell’ICT, analista per professione, studia le trasformazioni digitali per passione. Laureato in Discipline Economiche e Sociali, dopo un’esperienza accademica entra nella consulenza marketing e strategica, prima nel settore informatico e successivamente nelle telecomunicazioni. Ha creato e dirige l’Osservatorio Banda Larga, che dal 2000 analizza gli scenari regolamentari, tecnologici e di mercato alla base della convergenza multimediale. Advisor in operazioni di
M&A.

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