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Internet of Everything: Florio “nelle Smart city serve visione di sistema”

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Cambiare i processi e modelli organizzativi, avere una visione di sistema e  offrire efficaci servizi al cittadino. Queste le azioni chiave su cui riflettere quando l’ entra nelle del futuro. Lo spazio urbano è, anche nell’immaginario comune, il luogo in cui vedere concretamente realizzati i principi dell’Internet of Everything. Il luogo in cui l’innovazione globale che essa porta con sé mira a raggiungere due obiettivi fondamentali: migliorare la qualità della vita grazie a servizi utili ed efficaci, e ridurre i costi valorizzando l’efficienza. E’ quanto ci spiega Fabio Florio, Manager of Business Development, Expo 2015 Leader di Cisco Italia, intervistato da TechEconomy sul tema dell’IoE applicato alle città intelligenti.

Contrariamente a quanto si possa pensare “la tecnologia per le smart city è solo uno strumento ma ciò che caratterizza davvero una città smart è il necessario cambiamento nei processi e modelli organizzativi.” Processi e modelli che devono essere in grado di rispondere, supportare e promuovere, in un’ottica di ciclo virtuoso, le sfide dell’IoE. Come? Innanzitutto cambiando paradigma e favorendo un approccio sistemico. “elementi come Big data e sensoristica sono fondamentali per l’IoE ma vanno letti in un’ottica di sistema, in continua evoluzione. Possiamo avere sensoristica eccellente che raccoglie enormi quantità di dati, ma se poi questi non sono open, non sono interpretati, né tantomento sono messi a fattor comune per i cittadini, non abbiamo raggiunto l’obiettivo del miglioramento nei servizi e della razionalizzazione dei costi”.  E si perde l’opportunità di sperimentare reali benefici, visto che l’IoE impatta su tutti i principali settori della “vita” pubblica, dalla mobilità, all’efficientamento energetico, all’edilizia e ai servizi tutti. Un esempio pratico, i parcheggi: “una città smart non solo dovrebbe raccogliere dati sui posti disponibili nelle zone di sosta attraverso sensoristica, ma dovrebbe elaborarli in tempo reale e metterli a disposizione dei cittadini che in quel momento stanno cercando parcheggio. Magari facendo arrivare una segnalazione di disponibilità sui loro device mobili”  spiega Florio.

Allo stesso modo, una città intelligente “deve poter modulare l’utilizzo dell’illuminazione, pubblica come accade a Barcellona, per illuminare quando effettivamente ci sono macchine o persone in movimento. La razionalizzazione anche economica che deriva da tale attenzione, in tempi difficili per la Pa, può determinare ottimizzazione dei costi e grandi risparmi”. Si stima, infatti, che l’IoE applicato alla Pa potrebbe generare un valore potenziale di 4,6 mila miliardi di dollari per le organizzazioni del settore pubblico mondiale.

Per l’Italia MilanoExpò 2015 sarà certamente un importante banco di prova sul versante IoE ma già oggi, attorno all’esposizione, nascono esperienze di rilievo “Cisco, Expo e gli altri partner stanno creando un modello di Smart City, che, pur nella differenza di realtà, possa essere parzialmente esportabile e replicabile in altre città del territorio italiano” spiega Florio. In particolare si stanno sperimentando modelli di cooperazione tra “diversi partner pubblici e privati, italiani e stranieri, in un modello di partnership virtuosa. A livello più pratico stiamo portando a Milano tutte le soluzioni tecnologiche più innovative che avremo nel 2015 e stiamo lavorando per esportare nelle strade della città tutti i servizi smart che saranno presenti sul sito della manifestazione. In modo che l’esperienza del visitatore risulti univoca, fuori e dentro il web”.

Tutto rose e fiori? Purtroppo no. Di ostacoli, alla realizzazione di smart community nel nostro Paese, ve ne sono molti, taluni legati ad abitudini, o meglio cattive abitudini, culturali “All’estero è meno difficile che in Italia mettere insieme progetti basati sulla cooperazione tra attori del pubblico e del privato. Inoltre, i progetti smart city hanno una prospettiva di realizzazione medio lunga, dai 5 ai 10 anni, pertanto necessitano di continuità amministrativa e anche politica per essere portati a termine. In Italia spesso i progetti delle amministrazioni precedenti vengono modificati o addirittura cestinati” precisa Florio, con inevitabili ripercussioni negative sui tempi di realizzazione. Però, aggiunge, “nell’arco del tempo è cresciuta la sensibilizzazione della Pa, locale e centrale, sulle smart city. La fase delle parole è stata superata da quella della pratica anche perché non abbiamo altre opzioni: la dimensione in ballo non è solo nazionale, oggi bisogna guardare, e confrontarsi, anche con il resto d’Europa”. E che il cambiamento si sia attivato lo dimostra il fatto che “Le amministrazioni si stanno rendendo conto che anche i ruoli, le competenze e le skill necessarie per gestire efficacemente processi smart sono diverse quando si parla di smart city. Fondamentale è il ruolo di regia, servono skill di project managing”.

In uno scenario così complesso, che chiama direttamente in ballo anche la politica, l’Agenda digitale potrebbe avere ruolo centrale. I Comuni, infatti, da soli non possono gestire la trasformazione smart “serve, ovviamente, il coinvolgimento anche degli altri livelli di governo. L’agenda digitale deve essere il modo, il modello, con cui il Governo stabilisce di fare le cose. Al momento in Italia l’agenda digitale è focalizzata su alcuni aspetti e non tutti sono direttamente pensati per le smart city, ma ci si arriverà”. L’importante, conclude Florio, è che “si crei un legame virtuoso tra agenda digitale, che riguarda processi statali centralizzati, e le singole “agende” digitali delle realtà territoriali, ad esempio di regioni e comuni”. 

Perché la prospettiva è di sistema, ed è l’unica via percorribile per realizzare davvero le Smart City.

 

 

 

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