#EpicFail

#AskMichelle, quando un’insegnante si fa interrogare da Twitter

question

Il “question time” su Twitter sta affascinando sempre più politici e personaggi pubblici che, uno dopo l’altro, utilizzano questo sistema per guadagnare un po’ di visibilità e generare buzz intorno a se stessi. L’idea di base è semplice: annuncio ai miei follower che, nel dato giorno alla data ora, sarò disponibile a rispondere alle domande degli utenti, raccogliendole tutte sotto un hashtag univoco.

Nel giro degli ultimi mesi ci sono stati parecchi esempi più o meno vincenti: il segretario del Pd Matteo Renzi, ad esempio, ha basato una buona fetta della propria campagna per le primarie su questo sistema, e continua a usare il question time per dialogare con i propri elettori (e non solo).

 Ma la manovra non è priva di rischi, soprattutto perché le probabilità di finire “fuori tema” sono pericolosamente alte: dichiarare di essere disponibili a rispondere a qualsiasi domanda significa, anche, aprire il vaso di Pandora della propria reputazione e scoprire – talvolta in modo traumatico – quali sono i temi che l’opinione pubblica associa al brand o persona in questione.

E questo accade con maggior frequenza quando non si definisce bene il tema del question time: un conto è dire “Oggi pomeriggio, dalle due alle tre, sarò disponibile a rispondere alle domande sul mio piatto preferito”, un altro è annunciare semplicemente che “Oggi pomeriggio, dalle due alle tre, sarò disponibile a rispondere alle vostre domande”. Nel secondo caso, semplicemente, significa dare carta bianca al mondo intero e, implicitamente, essere pronti a rendere conto di tutta la propria vita, pubblica e privata.

Qualche esempio? Lo scorso ottobre, Bert Pijls, il direttore del servizio clienti di British Gas ha annunciato il question time su Twitter. Peccato che, lo stesso giorno, l’azienda avesse annunciato pesanti rincari del costo della fornitura elettrica. Gli animi, già caldi, hanno trovato una facile valvola di sfogo e più di una persona ha chiesto a Pijls un consiglio su quali mobili di casa avesse dovuto bruciare per primi, in modo da riuscire a far fronte al freddo inverno inglese. E ancora, un paio di mesi più tardi, il cantante statunitense R. Kelly usò la stessa strategia per promuovere il suo nuovo album, sperando che quelle accuse di produzione di materiale pedopornografico, vecchie di più di cinque anni, fossero ormai state dimenticate. Ovviamente non è stato così, e come sia andata a finire non c’è nemmeno bisogno di immaginarlo.

La stessa cosa, purtroppo, è successa qualche giorno fa a Michelle Rhee, ex rettore delle scuole di Washington D.C. Al di qua dell’Atlantico questo nome non ci dice un granché, ma la Rhee è un pezzo grosso del sistema scolastico degli Stati Uniti. Qualche anno fa Michelle Rhee è stata a capo degli istituti scolastici della capitale americana e più tardi, ha fondato StudentsFirst, un’organizzazione no-profit che fa da gruppo di pressione sul tema della riforma scolastica statunitense.

La carriera di Michelle Rhee però è stata costellata di polemiche e lei stessa è diventata una figura molto controversa: parecchie novità da lei introdotte sono state accusate di voler creare una separazione tra gli studenti, discriminandoli sulla base del ceto e dell’etnia; ha chiuso numerose scuole e licenziato “in modo poco trasparente” centinaia di insegnanti e decine di dirigenti scolastici, scatenando le ire dei sindacati. Tra le critiche più pesanti che le sono state mosse, tuttavia, c’è quella di aver “gonfiato” i risultati ottenuti dagli studenti delle sue scuole, attraverso quella che molti dei suoi detrattori hanno definito come una “frode istituzionalizzata” che ha abbassato il livello della preparazione di una fetta degli studenti americani.

Insomma, c’è parecchia carne al fuoco e, anche se questa “carne” risale a qualche anno fa, continua a trattarsi di un argomento molto caldo e molto dibattuto. Così, quando mercoledì scorso Michelle Rhee ha annunciato il proprio question time su Twitter, gli utenti hanno ripassato la lezione e si sono preparati a dovere.

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[Hey Twitter! Sarò qui per un po’, qualcuno ha delle domande per me? Usate #AskMichelle]

A chi ha letto il tweet non deve essere sembrato vero: avere, per una volta, la possibilità di interrogare un’insegnante. Un’insegnante sul cui capo, poi, pesano pesanti accuse. L’occasione è troppo ghiotta per non farsela scappare e quella disponibilità così pericolosamente neutra che emerge dal tweet della Rhee rende il tutto ancora più divertente.

Ed è andata a finire che tra le centinaia di tweet raccolti da #AskMichelle, la maggior parte sono di questo tenore:

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Tra chi le chiede “come faccia a divertirsi ora che non può più licenziare a caso presidi e insegnanti” e chi insinua che “sia andata a correggere le risposte di #AskMichelle” come faceva con i test scolastici, c’è anche chi si prende deliberatamente gioco del question time, chiedendole, ad esempio, come funzioni un magnete e  – in definitiva – mettendo nero su bianco cosa pensi l’opinione pubblica di Michelle Rhee e della sua reputazione.

Il “giochino” contro Michelle Rhee è diventato presto virale, richiamando sempre più persone desiderose di partecipare alla “trollata del giorno”. Di certo è stato generato traffico e buzz ma, con tutta probabilità, l’esperimento non è stato dei più riusciti. Tanto è vero che la Rhee ha battuto in ritirata dopo aver dato qualche risposta, rigorosamente alle domande meno “piccanti”. Ed è un utente che, una volta tanto, offre una lezione a un’insegnante e al resto della classe-Twitter:

Pillole gratis di social media: se sei più controverso di Elmo, non fare un question time su Twitter. Esempio: quello che sta succedendo adesso su #AskMichelle.

Michelle3

Lesson Learned: Se sei un personaggio pubblico, i tuoi scheletri nell’armadio veri o presunti prima o poi salteranno fuori. E se sono già noti, nessuno perderà mai l’occasione di ritirarli in ballo. Sei sicuro che valga la pena di esporti al fuoco incrociato del web, senza prima dotarti ti una rete di sicurezza?

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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