Letti da fuori

Il brand che c’è in me: social, personal branding e costruzioni dell’identità in rete

Personal branding

Stavolta non parliamo di marketing di aziende, ma di persone. Il che può fare un po’ ridere, soprattutto perché la stragrande maggioranza delle persone, quando aprono un account su un non sono assolutamente consapevoli che da quel momento in poi, volenti o nolenti, e consciamente o a loro insaputa, diventano dei brand, destinati ad avere sulla rete più o meno successo, ma in sostanza assoggettati alle stesse regole, per averlo o meno, dei brand aziendali.

ubrandQuando uno apre un account personale su Twitter, Facebook o qualsiasi altro social quasi sempre non ha un business plan alle spalle: apre e scrive basandosi su ciò che è lui e su ciò che fa. Di solito dopo un po’ si annoia, perché i suoi contatti, bene o male, si accorge che sono sempre quelle dieci persone che lo seguono anche nella vita reale: la sorella, il cognato, l’amica del cuore, per cui, alla fin fine, stare on line non dà grandi soddisfazioni, visto che le cose che dici e che ti dicono sono le stesse che potrebbero comunicarti con un sms.

Ci sono però alcuni a cui succede una cosa strana: aprono un account Twitter, o su Fb, e improvvisamente o nel giro di qualche settimana si ritrovano seguiti da centinaia e anche migliaia di persone: sconosciuti che hanno incrociato i tuoi status per puro caso, li hanno trovati simpatici, intriganti, divertenti, interessanti, e quindi ti seguono. Ecco a quel punto, volente o nolente, conscio o no che tu sia del fatto, la tua vita social è cambiata. Non sei più uno che ha un account (seguito solo dalla moglie, dalla sorella e dall’amico del cuore): sei un brand.

Cambia il tuo approccio ai social? Sì. A meno che tu non sia scemo, te ne rendi conto. Il fatto di avere un pubblico, più o meno vasto, ti condiziona. Ed è un bene che tu te ne accorga, perché sapere che quello che twitti e facebucchi non è più letto da quattro gatti che conosci di persona ma da migliaia di estranei ti deve fare riflettere.

Ma comincia in quel momento, consapevolmente o meno, la costruzione del brand che sei tu. Non è che menti, ma, tanto per cominciare,
cominci a scegliere cosa postare, e quando. Anche se racconti cose apparentemente personali o addirittura personalissime, non racconterai più tutto tutto tutto, o tutto con la stessa libertà di prima. Ma la scelta verrà esercitata anche in modo più sottile: non solo tralascerai alcune informazioni che giudichi troppo personali per venire date in pasto al tuo pubblico, ma racconterai anche le altre in modo diverso, in modo che la narrazione della tua vita diventi coerente con il personaggio (cioè il brand) che ti sei costruito, la tua indennità in rete. Non è, sia chiaro, mentire: il face che inventa di sana pianta un’altra identità diversa dal reale è una cosa a sé. Ma anche tu, persona normale, che continui a raccontare davvero e sinceramente la tua vita sui social, comunque la filtrerai per darle quel “tono” che serve a dare di te l’immagine che vuoi. Ogni tweet diventerà o dovrà diventare coerente con l’immagine del tuo brand, che sarà di sicuro una versione idealizzata e migliorata di te e del tuo carattere. Anche l’informazione più idiota tipo: “Sono a prendere un caffè con Pippo” verrà aggiustata sia linguisticamente sia dal punto di vista della comunicazione per far capire ai tuoi follower che il tuo banalissimo caffè è del tutto speciale, e per Pippo prendere un caffè con te è un onore, e l’esperienza della vita.

meSiamo sinceri sui social? No. Come non si è sinceri nelle autobiografie, e come non si è mai sinceri nelle narrazioni in genere. E i social sono prima di tutto questo, una infinita narrazione di noi stessi in cui noi comunque ci costruiamo un personaggio, che è il protagonista della nostra storia, e, come ogni protagonista, non coincide mai se non in parte con l’autore.

Non si sfugge alla brandizzazione di se stessi, anche se il fenomeno può essere vissuto in maniera più o meno consapevole. Chi lavora nella comunicazione o si occupa di scrittura probabilmente lo capisce prima e meglio, o addirittura gioca nel guidare il processo e si diverte a creare il “personaggio”, trasformandolo in un esperimento scientifico per testare alcuni metodi di persuasione del pubblico. ma anche tutti gli altri, che non se ne rendono conto, obbediscono inconsciamente alle medesime regole, se vogliono diventare noti. Magari le seguono in maniera istintiva e non mediata, e questo li espone spesso a cadute e rovinosi fail di comunicazione. Ma quando si entra in una scacchiera non si può pretendere di giocarci dentro usando le regole del basket.

Quindi sui social, piccoli e grandi, siamo tutti brand, e dobbiamo scoprire ed adeguaci alle regole del gioco. Come si dice: #sapevatelo.

Mariangela Vaglio

Insegnante, Blogger e Giornalista, Mariangela Vaglio è nota in rete come “Galatea”. Nel suo blog riflette su costumi, abitudini, vizi e virtù degli italiani in rete. Lo stesso fa per TechEconomy.

Facebook Twitter 

1 Commento

Commenti e reazioni su:

Loading Facebook Comments ...

1 Commento

  1. Pingback: Il brand che c’è in me: social media e personal branding in rete | Il nuovo mondo di Galatea

Lascia una replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

No Trackbacks.

TechEconomy è il portale di informazione dedicato a manager, imprenditori e professionisti che vogliono approfondire e comprendere l’impatto delle tecnologie nello sviluppo del business nelle PMI come nell’industria, nella finanza, nei servizi.
Si rivolge insomma a tutti coloro che vogliono capire come le nuove realtà dell'Information Technology - Web 2.0, e-Business, net economy - stiano cambiando l’economia, e con essa la società.
Inizio
Shares
Share This