La Bella Terra

Le competenze per la governance dell’Innovazione

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Qualche giorno fa, Stefano Epifani ha scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio, chiedendo la nomina di un Ministro dell’ a cui affidare la responsabilità di guidare, coordinare e indirizzare il lavoro del Governo – e quindi del Paese – sui temi dell’agenda digitale. Il tema è importante. Servono sia un modello di che funzioni e che superi la frammentazione di interventi degli ultimi anni, sia persone capaci in grado di interpretare questo ruolo in modo credibile e autorevole. È quindi un problema sia organizzativo e di processo, che di persone.

Su questo ultimo tema Stefano Epifani indica cinque importanti caratteristiche/requisiti del Ministro ideale:

  1. Competente
  2.  Professionale, ma non della politica
  3.  Trasversale
  4.  Giovane
  5.  Europeo

Sono caratteristiche importanti non solo per l’eventuale Ministro o Sottosegretario per l’Innovazione, ma in generale per selezionare la classe dirigente del paese che si deve occupare di questi temi (nelle amministrazioni pubbliche come nelle aziende private!). Come sottolinea lo stesso Stefano, queste caratteristiche devono essere ben comprese e studiate, per evitare di trasformare un ragionamento complesso e articolato in un puro esercizio retorico. Provo in questa sede a contribuire al ragionamento di Stefano, discutendo e approfondendo la prima caratteristica da lui citata, la competenza.

La natura dei problemi

Da un po’ di tempo a questa parte si assiste ad una discussione alquanto surreale. Da un lato si ripete incessantemente, quanto meno nella comunità degli addetti ai lavori, che il paese è arretrato sul fronte delle tecnologie e dell’innovazione digitale e che quindi serve una decisa svolta che renda possibile un loro uso più diffuso e pervasivo. Dall’altro si continua a ripetere che la poca innovazione non dipende dalla mancanza di tecnologie e di tecnologi: i problemi – si ripete come un mantra – “non sono tecnologici”. Anzi il problema sarebbero i tecnologi che non capiscono “i problemi organizzativi e i sistemi complessi”. Di conseguenza, ne deducono molti, ciò che serve è “ben altro”.

Questo “sillogismo” è profondamente sbagliato e viziato al fondo da confusione e anche schizofrenia intellettuale. 

Provo a spiegarmi.

Il ruolo delle tecnologie

techIl nostro paese utilizza poco e male le tecnologie digitali. Ci sono molte motivazioni che possono spiegare questa situazione. Certamente una delle cause più importanti è la frammentazione di responsabilità e una cronica anarchia progettuale e realizzativa. Presumibilmente, come in altri settori, ci possono essere anche fenomeni di corruzione e interessi privati che inquinano i processi di innovazione. Spesso si ignorano le complessità dei sistemi, o l’insieme degli aspetti organizzativi e normativi. Si tratta peraltro di problematiche trasversali e di carattere generale, vere in tutti i settori delle nostre amministrazioni e delle stesse imprese, anche se, ahimè, per questo certamente non meno importanti. È ovvio, quindi, che servono una governance più efficace, una visione sistemica, e persone oneste e realmente al servizio dello sviluppo del paese, nel digitale come in qualunque altro settore.

Ma allo stesso tempo, l’esistenza di questi problemi di carattere generale non può nascondere il fatto che esistono problemi specifici del mondo dell’innovazione digitale che non vengono analizzati come dovrebbero e che portano alle situazione deficitaria nella quale ci troviamo.

In particolare, i problemi che viviamo nascono e si ingigantiscono perché chi si occupa di tecnologie e innovazione digitale troppo spesso non ha reali, radicate e profonde competenze su queste materie.

Il tutto origina da una distorsione di fondo che deriva in parte da ignoranza e in parte da malizia interessata. Spessissimo si dipinge il tecnologo come un geek che ha una visione fideistica e quasi fanciullesca nelle “magnifiche sorti progressive della tecnologia”, un maniaco dell’ultima innovazione apparsa sul mercato che ha come unico obiettivo quello di fare uno sterile e fine a se stesso “technology push”. Oppure, paradossalmente, si fa passare la favola secondo la quale il tecnologo è colui che è interessato a comprare (o vendere) tecnologie come se fossero di per se stesse soluzioni che risolvono i problemi, delle commodity.

La realtà è esattamente opposta a quanto delineato da queste posizioni. 

I veri innovatori

Steve Jobs, considerato un dei più grandi innovatori di questo secolo, più di chiunque altro ha saputo cogliere i bisogni visibili o latenti degli utenti, riuscendo a portare sul mercato prodotti che hanno cambiato radicalmente molti settori della nostra società. Ha avuto un impatto concreto e profondo sul mondo attorno a lui. Ebbene Jobs non era “semplicemente” un buon manager o un “esperto di processi”: Jobs era un profondo conoscitore delle tecnologie e del design di prodotto/servizio e non solo del marketing o delle politiche commerciali. In altri termini, analisi e conoscenza dei processi, marketing, cambiamento organizzativo sono elementi essenziali per trasformare una “materia prima” in un prodotto di qualità. Ma senza la conoscenza della materia prima, anche le competenze organizzative e i processi più sofisticati sarebbero vuoti e fini a se stessi, o banalmente destinati a produrre risultati di corto respiro.

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Molta innovazione oggi è basata sullo sviluppo e sul deployment di soluzioni software evolute. Ebbene, il primo capitolo di un qualunque corso di Ingegneria del Software è di solito intitolato “Analisi del problema, del dominio applicativo e dei requisiti”. Un vero ingegnere del software, così come un qualunque “bravo tecnologo”, non si sognerebbe mai di comprare alla cieca prodotti e “scatole” senza capire contesto, processi, regole, modelli, cambiamenti organizzativi e culturali indotti.

Sono i finti o cattivi tecnologi, o gli incompetenti, che non lo sanno e che banalizzano i problemi. È chi non conosce le tecnologie che le compra ed usa come se fossero commodity. Molte delle distorsioni, dei limiti e degli errori che viviamo nel mondo dell’innovazione digitale derivano da una conoscenza scarsa o del tutto assente o superficiale o puramente aneddotica della “materia del contendere”. Ed è inevitabile che una conoscenza limitata o nulla di materie così complesse porti a fallimenti, distorsioni, delusioni.

Il mito de “il problema non è mai tecnologico” è solo una cortina di fumo per nascondere la carenza cronica di vere competenze tecnologiche, la mancanza di professionalità, e la difesa o promozione di certa classe dirigente “technology illiterate” o, peggio, dei “teorici” senza alcuna esperienza e competenza diretta e concreta dei temi in discussione, se non per sentito dire.

Il tema di fondo

L’innovazione digitale è caratterizzata da tre gravi problemi specifici che devono essere affrontati in modo urgente e deciso:

  1. le tecnologie sono intrinsecamente complesse;
  2. i problemi sono spesso, alla loro radice, tecnologici;
  3. troppo spesso non abbiamo bravi, autentici, e autorevoli tecnologi che se ne occupino.

Per convincersi di questa amara realtà è sufficiente osservare come sono fatte molte gare per servizi e progetti digitali: al massimo ribasso, parcellizzate, disorganiche, non allineate alle evoluzioni del mercato e dei bisogni. Allo stesso modo, molti progetti di innovazione digitale sono gestiti in modo semplicistico, senza utilizzare le moderne pratiche di project e program management, scollegati da una reale strategia di sistema. Per non parlare di come sono scritte molte leggi e decreti: è del tutto evidente che chi se ne occupa ha conoscenze tecnologiche limitate e non è in grado di valutare impatti, vincoli, implicazioni.

In altre parole, il tema delle competenze tecnologiche, vere, profonde, mature, articolate, è un aspetto chiave della crisi delle nostre classi dirigenti e, in generale, del nostro paese.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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