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Equo compenso: imprese Ict dicono no a contributo “ingiustificato e obsoleto”

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Dopo la Web Tax, stavolta a incassare le critiche del mondo delle imprese legate all’ICT è la proposta di aumento dei compensi per copia privata, vale a dire il contributo imposto ai produttori e agli importatori di smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici come indennizzo verso i titolari dei diritti di sfruttamento delle opere video e musicali. Si tratta di una provvedimento “ingiustificato, obsoleto e dannoso per l’innovazione digitale del Paese“. Questa la posizione di espressa dal presidente Stefano Parisi, nel corso di una conferenza stampa convocata per contestare le intenzioni del ministro dei Beni culturali Massimo Bray, che vuole aumentare il contributo in alcuni casi del 500%.

L’associazione è preoccupata per la proposta della , a cui viene versato il contributo, che è stata approvata dal Comitato consultivo sul Diritto d’Autore e quindi trasmessa al ministro: il contributo sugli smartphone, in particolare, salirebbe da 90 centesimi a 5,2 euro, quello sui tablet da 1,9 a 5,2 e verrebbero coinvolte anche le Smart tv con un contributo di 5 euro. In totale, secondo i calcoli di Confindustria digitale, il gettito passerebbe da 72 a 200 milioni di euro, pari al 30% della raccolta della . Gran parte di questo ammontare, oltre tutto, secondo le aziende alla fine graverebbe sulle tasche dei consumatori, su cui i produttori riversano l’onere del contributo: “I corrispettivi compensi – avverte l’associazione – vengono versati alla Siae, la quale dovrebbe redistribuirli, una volta tolte le spese di gestione, agli aventi diritto”.

Parisi ha  poi ricordato come ormai il fenomeno della copia privata “vada via via riducendosi, perché si usa sempre più spesso la modalità streaming” e quindi dovrebbe proprio essere eliminato, così come avvenuto in Spagna nel 2012. La proposta di Confindustria digitale è dunque quella di sospendere l’aumento (che dovrebbe avvenire con un decreto del ministro), convocare il tavolo tecnico con tutte le parti interessate per condurre uno studio indipendente e arrivare così a “un compenso effettivamente equo”. In caso contrario, ha concluso Parisi, “le aziende sarebbero pronte al ricorso al Tar con il sostegno delle associazioni che le rappresentano”. 

Critico anche Cristiano Radaelli, presidente dell’ (Associazione nazionale industrie di informatica, tlc ed elettronica di consumo),  per il quale l’eventuale aumento dell’ sulla copia privata “si trasformerebbe, di fatto, in un costo aggiuntivo che graverebbe sui consumatori e sulle famiglie, generando il concreto rischio di allargare il digital divide italiano”. Come Anitec, prosegue in una nota Radaelli, “riteniamo innanzitutto che debbano essere salvaguardati da una parte i diritti degli autori perché venga loro riconosciuto un contributo per l’utilizzo della loro opera d’ingegno e dall’altra gli sforzi nell’accelerare l’innovazione e la diffusione delle tecnologie digitali, il più potente motore di sviluppo e di creazione di posti di lavoro. Quindi il compenso deve essere pagato sul reale utilizzo dell’opera degli autori e non sull’acquisto tout court di un dispositivo tecnologico. Inoltre molti dispositivi digitali non permettono la creazione di una copia ad uso privato ed è quindi inverosimile applicare un balzello sull’acquisto di tali dispositivi”. 

 

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