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Openaccess: perchè parlarne?

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A cominciare a parlare di si finisce solitamente in un discorso di principio: la libera distribuzione del sapere contro la privatizzazione della pubblica. Ma come diceva J. Rawls, ogni elemento di valore deve poter far affidamento sulla ragione pubblica. Deve cioè far parte di una concezione politica della giustizia che consente di trasformare un’idea sociale in una scelta politica condivisa.

openaccess1Cos’è l’Openacces come idea sociale ce lo ricorda ogni giorno la morte di Aaron Swartz, attivista americano per i diritti civili e dell’informazione libera, e il suo Guerrilla Open Access Manifesto.  Ma la guerrilla non è un discorso, è un atto di disobbedienza civile che serve a puntare il dito contro il vuoto che circonda alcuni problemi che la società contemporanea deve affrontare.

L’Openaccess come scelta politica è molto più complessa: si tratta di costruire un modello di distribuzione della conoscenza in grado di distribuire in modo appropriato i costi complessivi e i vantaggi, verso tutte le parti in gioco –editori, enti, ricercatori, lettori e investitori.

L’Openaccess è quella giusta scelta politica che crea un business capace di favorire la distribuzione dell’output di ricerca a chi è fuori dalle istituzioni accademiche, garantendo anche che parte del ritorno di quel business aperto torni ai ricercatori come fonte di investimento.

Si dirà, “Ma li abbiamo gli strumenti per fare tutto questo?”. Eccome se li abbiamo. Lo scorso 8 agosto è stato approvato il decreto n.91 che stabilisce che i risultati delle ricerche finanziate con soldi pubblici –almeno al 50%– siano depositati in repository pubbliche ad accesso gratuito. Cristina Togna, su Linkiesta, aveva pubblicato un bel post localizzando su mappa i portali openaccess delle nostre università. Il problema? Pubblicazioni scarse e poco comprensibili. Soprattutto poco chiare le informazioni su quali siano i progetti, sia in essere che conclusi, i responsabili della gestioni, le risorse economiche stanziate, quante e da quale ente di ricerca. Insomma nel rispetto della norma, ma pur sempre informazioni insufficienti per costruire un buon modello di sviluppo.

Un gran peccato, perché da un’analisi delle attività dei ricercatori e delle community sul social network Academia.edu è palese come molte Università cercano, senza un modello di supporto e riferimento, di far circolare il più possibile il materiale prodotto al loro interno nella speranza possa raccogliere l’interesse di qualche investitore. Il dato sicuramente notevole è che le università più attive in questo senso sono quelle minori il cui futuro, più di tutte le altre forse, dipende da un oculato investimento e una più spiccata capacità di canalizzare le risorse.

Dovremmo quindi chiederci “Ma lo abbiamo il metodo per fare tutto questo?”. Se crediamo che un investitore vada a leggersi una pubblicazione per capire se può sfruttare un certo output di ricerca per creare nuovo business, o non conosciamo il mondo del business o  pretendiamo il risultato senza offrire nessuno strumento.

Se voglio investire in nanotecnologie e creare un network con le Università, io imprenditore ho bisogno di sapere chi lavora sul tema, su quali ricerche nello specifico, chi finanzia i suoi progetti e se ci sono opportunità di collaborazione. E di certo questo lo si può fare a partire dai dati di ricerca, prima che dalle pubblicazioni.

La prossima settimana conosceremo alcuni di questi progetti da vicino.

Andrea Raimondi

Dottorando in Filosofia all’Università di Nottingham. Ha lavorato alla crescita dell’opendata dalla PA italiana al G8, e non riesce a smettere. Membro di SpaghettiOpendata.

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