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Una legge per portare a scuola l’educazione all’uso dei social media? Parliamone

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Introdurre “educazione all’uso dei social media” nei programmi scolastici. Ci hanno pensato nel New Jersey (USA) dove il Senato dello Stato sta per approvare una legge in base alla quale a partire dall’anno scolastico 2014/2015 – nelle scuole pubbliche dovranno essere fornite ai ragazzi indicazioni per un “uso responsabile” sei social media.

Il programma prevede che agli studenti tra gli 11 e i 14 anni siano illustrate quali sono le principali piattaforme di social media, le opportunità che offrono, come utilizzarle in modo sicuro e, infine, quali sono le conseguenze di un uso scorretto.

LiceoL’idea di inserire lo studio dei social media nei programmi scolastici nasce dalla constatazione per cui sono sempre più frequenti le notizie delle conseguenze (non solo legali, purtroppo) di un uso troppo disinvolto e inconsapevole dei social media da parte degli adolescenti (basti pensare, ad esempio, alla esponenziale crescita dei fenomeni di cyberbullismo), legato ad una scarsa consapevolezza delle implicazioni sottese alla sempre più massiccia diffusione di questi strumenti.

Che si tratti di un tema di cruciale importanza, anche per il futuro, è dimostrato da un’altra legge, approvata dallo Stato americano della California, definita “legge-gomma” in quanto – dal 2015 – consentirà ai ragazzi sotto i 18 anni di poter eliminare dal Web i contenuti imbarazzanti e compromettenti.

Tuttavia, a mio avviso, è di gran lunga preferibile l’iniziativa del New Jersey: fornire ai ragazzi gli strumenti per evitare di danneggiare sé stessi e gli altri e non (solo) aiutarli a rimediare quando, ormai, le conseguenze si sono già prodotte.

Nel leggere questa proposta di legge, mi sono chiesto se non potrebbe essere una soluzione replicabile anche in Italia. Magari potrebbe essere l’occasione per evitare che dei social media si parli sempre in modo negativo o diffidente su giornali e TV oppure per prevenire alcuni gravi episodi (basti pensare, su tutti, al caso “Google-Vividown”, alla rissa di Bologna scatenata da una discussione su Ask.fm oppure al suicidio di un’adolescente a Novara).

Nel corso degli ultimi anni, mi è capitato più volte di essere chiamato nelle scuole (non dal corpo docente, ma dagli stessi ragazzi) per parlare dell’uso corretto di Web e social networks: l’impressione che ho ricavato da queste esperienze è che gli adolescenti sappiano utilizzare tecnicamente gli strumenti, ma non siano assolutamente coscienti delle implicazioni di quanto postano.

L’educazione all’uso dei social media non servirebbe solo a contrastare il cyberbullismo (che – nel nostro Paese – rappresenta una minaccia per 7 ragazzi su 10), ma anche ad accrescere la consapevolezza sulla cautela da avere nel condividere le proprie informazioni in rete (secondo Pew Internet, la propensione degli adolescenti nel pubblicare le proprie informazioni sul web è molto aumentata in seguito alla diffusione dei social media).

Qualche mese fa, del resto, lo stesso Garante Privacy aveva scritto al Ministro dell’Istruzione per richiedere che questi temi rappresentino un “momento imprescindibile di formazione dei nostri giovani”: solo la , infatti, può farsi carico di questa importantissima opera di formazione e sensibilizzazione.

Cyberbullismo

Secondo una ricerca di Jobvite, il 94% delle società di selezione del personale usa (o si appresta ad usare) i social media come strumento di recruiting. Significa che tutto quello che viene postato sulle diverse piattaforme (anche le foto su Instagram) viene passato al setaccio dai cacciatori di teste. Addirittura, nel 42% dei casi la posizione di un candidato è stata rivalutata dopo aver consultato i profili sui social media.

Ma lo studio dei social media nei programmi scolastici non avrebbe solo finalità di prevenzione. Potrebbe servire a promuovere la cultura digitale in un Paese che – ancora troppo spesso – guarda al Web come ad uno strumento per sfaccendati perditempo (non dimentichiamoci che è ancora vigente una Direttiva Ministeriale che – in molti uffici pubblici si è tradotta in un blocco indiscriminato ai social media site).

Inoltre, insegnare ai ragazzi come si usano i social media potrebbe aiutarli a prendere dimestichezza con le social media policy e le corrette dinamiche di uso e interazione in ambito lavorativo (oltre ad aiutarli – insieme a genitori e professori – a definire regole condivise per un uso di questi strumenti nel contesto scolastico).

In questo modo, oltre a proteggere gli adolescenti, si formerebbero persone in grado di supportare aziende e pubbliche amministrazioni ad affrontare le sfide dell’innovazione.

Naturalmente, bisognerebbe reperire le risorse, mettere a punto programmi adeguati ed evitare il rischio di ogni approccio di tipo paternalistico.  Anche perché, come sosteneva Georg Kerschensteiner, “la migliore educazione è quella che rende sempre più inutile l’educatore stesso”.

Ernesto Belisario

Avvocato, specializzato con lode in Diritto Amministrativo e Scienza dell’Amministrazione. Si occupa, per professione e per passione, di diritto delle nuove tecnologie e di diritto amministrativo. Docente presso l’Università degli Studi della Basilicata, è relatore in convegni, incontri e seminari sulle materie di attività e tiene lezioni in Master Universitari, corsi di formazione e specializzazione.

Autore di numerose pubblicazioni (cartacee e digitali) sui temi del Diritto Amministrativo e dell’Information Technology Law, è Vice Direttore del Quotidiano di informazione giuridica “LeggiOggi.it” e componente del Comitato Scientifico della Rivista “E-Gov” di Maggioli. È referente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza presso la Fondazione Italiana per l’Innovazione Forense (FIIF) e componente del Gruppo di Lavoro per i giovani avvocati del Consiglio Nazionale Forense.
È socio fondatore e segretario generale dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione e Presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government; oltre al proprio blog (“Diritto 2.0”), è tra i curatori di “TheNextGov”, uno spazio sul sito de “L’espresso” in cui parla di nuove tecnologie e innovazione in ambito pubblico.

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