Visions

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Giunto a casa, prese subito i suoi diari, da tempo abbandonati, ne rilesse alcuni brani e scrisse quanto segue: “Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l’io più autentico, divino, che vive in ogni uomo. Per tutto questo tempo quell’io ha dormito, e io non avevo con chi dialogare”. (Lev Tolstoj “Resurrezione”)

Buona parte degli “innovatori” del Paese è cresciuta in un’epoca segnata dai diari con il lucchetto.
Mi rendo conto che questi oggetti sono finiti per lo più in mani femminili. Tant’è, anche i maschietti ricorderanno quegli strepitosi quadernetti, spesso a pagine bianche, che facevano bella mostra di sé nelle camere delle ragazze.

DiaryRicordo che si regalavano ai compleanni. Per il mio decimo compleanno, per esempio, ne ricevetti cinque. Un invito sontuoso all’autocoscienza.
La caratteristica dei diari era la loro aura di inviolabilità, significata simbolicamente dalla presenza di un lucchetto con chiave (chiave doppia). Tutti abbiamo sperimentato la fragilità dei lucchetti, che si aprivano con uno stecchino. Di solito, erano i maschi a dimostrarci che i segreti non erano tali.

Ma da quei diari violabili abbiamo imparato molto. La regola di scrivere pensieri serali, per molti, era una piacevole abitudine. E quella regola era la disciplina di chi si apprestava, tra tormenti vissuti da chissà quante generazioni, a diventare adulto.
Non so quand’è che abbiamo smesso di scrivere. Forse il giorno che ci siamo sentiti sufficientemente adulti per rinunciare ad ascoltarci.

Ecco, la rinuncia all’ascolto quotidiano, alla misurazione del sé in quell’ambito privato nel quale, da soli, ci abbandoniamo al giudizio sulle cose, è forse la peggiore perdita alla quale va incontro un essere umano.
Una perdita assolutamente recuperabile (non accade spesso di trovarsi in una simile condizione, bisogna approfittarne): bastano una penna e un quaderno. Oggetti analogici, mi rendo conto, che hanno tuttavia un senso. Avete presente la sensazione di “sentire la nostra voce” che proviamo quando vediamo dipanarsi su un foglio la nostra calligrafia? Ebbene sì, la calligrafia è uno strumento utilissimo al cervello. E tenere un diario aiuta a non perderlo.

E poi c’è il Perché. Perché farlo?
Perché non c’è progetto, , scelta di vita, che non meriti di essere appuntata nelle tappe che la segnano. In quelle tappe ci siamo noi per come ci percepiamo e ci sono gli altri per come li vediamo. Visioni parziali, è vero. Ma terapeutiche: consentono di prenderci le misure, di tornare indietro nelle pagine e leggere dove eravamo, confrontarlo con dove siamo, e decidere, di conseguenza, che fare. C’è sempre una decisione da prendere, quando si ha chiaro il rapporto tra Presente-Passato-Futuro. Questo, chi si confronta con i mille significati dell’, lo sa.

Fatevelo, questo regalo. Le giornate si accorciano, i divani sembrano più comodi, arriverà la primavera e sarà bello sfogliare a ritroso le vostre pagine per vedere quanta strada avete fatto.
E quando inizierà l’estate, sarete pronti per la Prova Innovazione: avrete osato un racconto analogico. Roba che un gantt, al confronto, è un apostrofo rosa tra le parole Io Sono Qui.

Francesca Quaratino

Francesca Quaratino

Francesca Quaratino è amministratore e socia di Manafactory srl, società che si occupa di strategie, contenuti e formazione per la comunicazione in Rete.

Nata nel 1974, dopo la laurea in etnologia ha iniziato a lavorare come community manager in una delle prime web agency italiane. Dice: “Volevo fare l’antropologa ma i popoli da studiare erano finiti e avevo a disposizione il mio modem 56K e il Web, che di tribù era pieno”.

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