Amministrazione Digitale

Processo Civile Telematico: i problemi sono telematici o di processo?

PCT

Dopo una lunga pausa, ritorno qui su Smart Law con una conversazione via email fra me e Ernesto Belisario a cui tutti i lettori, avvocati e non, sono caldamente invitati ad unirsi nei commenti. In generale, l’intenzione di Smart Law era ed è investigare come e dove un uso intelligente delle tecnologie digitali potrebbe rendere la gestione della “macchina della giustizia” italiana più efficiente, meno costosa, più comprensibile ai cittadini.

Nel caso del (PCT), qualche tempo fa mi ero chiesto: “quali sono, oggi, i problemi principali del PCT dovuti all’informatica oppure a norme scritte senza conoscere a sufficienza l’informatica?”. Eccovi, per iniziare la discussione, le risposte di Ernesto, con qualche considerazione mia alla fine.

Funzionalità non disponibili per tutti gli uffici giudiziari nazionali

La diffusione delle funzionalità informatiche a supporto del PCT è tutt’altro che omogenea. Si passa da città coperte dalla quasi totalità delle tecnologie (ad es. Milano), ad altre che beneficiano al momento solo di pochissimi strumenti.

Informatizzazione che non tocca tutte le fasi dei procedimenti

GiustiziaLa gestione totalmente informatizzata del procedimento non è possibile in tutte le sue fasi. La causa che inizia per via telematica spesso deve necessariamente continuare con la classica procedura cartacea. Ad esempio, nonostante siano presenti dei decreti che dispongono la possibilità di depositare degli atti per via telematica, in molti casi gli uffici giudiziari non sono ancora attrezzati a gestire l’intera procedura in digitale.

Formazione del personale (cancellieri, giudici, avvocati)

Una rapida ed efficace adozione del PCT non è solo frutto dell’introduzione di tecnologie e strumenti. In assenza di un’adeguata predisposizione e preparazione di tutte le parti in causa il meccanismo non può acquisire consistenza e, pertanto, realizzarsi in tempi brevi.

Procedimenti attualmente su doppio binario

In attesa dello switch-off definitivo, si verifica spesso che nei procedimenti che vedono contrapposti un avvocato “telematico” ed uno “analogico”, il personale di cancelleria sia costretto a svolgere un doppio lavoro di gestione dei documenti cartacei e digitali.

Mancanza di strumenti tecnologici adeguati

Le riforme a costo zero non sono possibili. Senza il potenziamento delle strutture nazionali e locali, attraverso investimenti in strutture a supporto della giustizia digitale, difficilmente il PCT verrà compiutamente realizzato nei tempi prefissati. In alcuni uffici, sono gli avvocati (attraverso i consigli dell’ordine) a “sponsorizzare” le spese necessarie per digitalizzare (es. firma digitale e scanner).

Quadro normativo frammentario

L’evoluzione normativa scostante e poco omogenea e la mancanza di sufficienti regole tecniche, hanno provocato un qualche grado di incertezza nell’evoluzione del PCT. Ad esempio, il sistema non prevede la possibilità di delegare qualcuno – come un collega o la segretaria – per prendere visione o estrarre copia: tale facoltà, invece, è ampiamente esercitata nel mondo “analogico”.

Commenti da fuori

Non essendo io (Marco) un avvocato, sicuramente mi sfuggono tante complicazioni che Ernesto non ha citato per brevità e perché sono ben note ai suoi colleghi. Sono ben consapevole di questo, così come del fatto che la vita reale non è mai bianco o nero e va presa con pragmatismo. Chiarito questo, eccovi una domanda e (nel classico stile poliziotto buono/poliziotto cattivo, al fine di stimolare la discussione) una amichevole provocazione.

La domanda: abbiamo dati affidabili, ovviamente aperti o da aprire, su quanti e dove sono i veri colli di bottiglia? Per esempio su quali specifici uffici giudiziari o categorie di procedimenti sono più in ritardo, proprio per i motivi riassunti da Ernesto? In caso contrario, come ottenerli prima possibile? App contest dedicato o altro?

La provocazione: se una cosa è nuova, si ha tutto il diritto di non conoscerla, e anche di essere aiutati a imparare a usarla. Ma solo finché è nuova. E forse word processor, fogli elettronici e moduli da compilare in un browser (che non significa per forza banda larga, e nemmeno connessione a Internet) ormai sono in giro da un po’ troppo tempo per poterli ancora chiamare “nuove tecnologie”. Prima smettiamo di farlo, meglio sarà.

Anche SE, solo per amor di discussione, i soldi per pagare corsi di formazione tradizionali a tutti gli interessati ci fossero, spenderli oggi in quel modo non sarebbe un pochino come pagare corsi su come telefonare correttamente con un cellulare e la relativa rubrica? Non dico certo che nessuna formazione sia necessaria. Dico solo che le competenze propriamente informatiche che servirebbero sono ormai minime. E dico che, senza soldi e con ricambi del personale lentissimi per mille motivi, vedo solo due strade percorribili (nel PCT in questo caso, in generale in tutta Italia). Una, se la “mancanza di adeguata predisposizione e preparazione di tutte le parti in causa” è bloccante, è accettare formalmente che nulla cambi per una generazione o due, con tutti i costi del caso, per risparmiare stress e sforzi inutili all’intero sistema. L’altra è produrre due cose:

  • strumenti seri per l’auto formazione, da manuali come si deve a simulatori online, Webinar e simili (tutta roba da fare una tantum), che ogni interessato possa usare per proprio conto.
  • una motivazione seria per servirsene. Per esempio, uno switch-off “domani”, senza se e senza ma, e chi non c’è peggio per lui (come s’è già fatto per le iscrizioni online, con molti meno danni concreti di quanto si creda)

A scanso di equivoci, per switch-off “domani” intendo uno swich-off programmato accuratamente e con i piedi per terra (per esempio una regione o una funzione alla volta), ma con due requisiti primari: avvenire davvero prima possibile, e senza preoccuparsi troppo di fornire formazione alla vecchia maniera, visto che per tutti i motivi già esposti non è certo la criticità maggiore. A voi la parola!

Marco Fioretti

Marco Fioretti si è reso conto a metà anni ’90 che diritti civili e qualità della vita dipendono fortemente da come il software è usato INTORNO a noi ed è da allora che cerca di capire come funzionano certe cose. Per questo oggi, dopo diversi anni nell’industria telecom, fa a tempo pieno o quasi formazione, divulgazione e ricerca su come tecnologie e standard digitali aperti influenzano educazione, etica, diritti civili, politica, ambiente e, in generale, la vita di tutti i giorni.

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