In Controluce

Un commento dal #ForumPA2013: Caro Naddeo, l’OGP è un’altra cosa…

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Mai dare nulla per scontato. Ad esempio, potrebbe essere un errore pensare che se un Paese sottoscrive un accordo il cui elemento connotante è il supporto alla partecipazione dei cittadini nelle scelte pubbliche questo Paese sia realmente intenzionato a dar seguito a quanto sottoscritto. Il rischio, convincendosene, è rimanerci male quando si vede che la realtà è un’altra.

  • Certo, qualche dubbio può venire se quello stesso Paese nell’ospitare il primo incontro internazionale di un gruppo di paesi che si impegna per promuovere politiche e prassi orientate al Governo Aperto decide unilateralmente ed in maniera arbitraria chi invitare all’incontro. Ossia: quali parti della società civile ascoltare. Ma sono errori di gioventù, si possono perdonare.
  • E’ vero, può portare a qualche amara riflessione il fatto che quello stesso Paese indìca una consultazione pubblica i cui risultati sono portati all’attenzione degli ospiti internazionali invitati all’incontro di cui sopra per poi – dopo oltre sei mesi dall’incontro – non dar alcun tipo di seguito  a quanto emerso durante la consultazione.
  • Può generare un po’ di amarezza il fatto che nemmeno le idee che nella consultazione hanno riscosso il maggior livello di consenso siano state prese in considerazione dalle Istituzioni, neanche per comunicare il fatto che non si fosse interessati ad attuarle. Ma probabilmente c’è ben altro a cui pensare, in quel Paese.
  • Così, tutto sommato, è inutile prendersela se, durante un incontro nel quale si parla delle prospettive della partecipazione e si chiede esplicitamente ai rappresentanti della società civile di segnalare all’Istituzione i punti di forza e di debolezza di un Action Plan, i massimi rappresentanti dell’istituzione in questione (i responsabili dell’action plan), una volta finito di parlare, invece di ascoltare la società civile si alzano alla chetichella e senza salutare abbandonano il convegno.

Se quel Paese, poi, si chiama Italia, il rischio è che tutto ciò venga considerato assolutamente normale.

Normale al punto che – probabilmente – non ci si rende nemmeno conto della dimensione di ciò che si fa. Perché nessuno pensa che sia un maleducato. Nessuno vuole pensare che non abbia alcun tipo di interesse verso ciò che avevano da dirgli le associazioni presenti ieri all’incontro “Open Government: prospettive ed opportunità”, organizzato nell’ambito del . Nessuno può pensare che derivi da una innata supponenza il fatto che non si sia nemmeno preso la briga di rispondere ad una lettera nella quale molti rappresentanti di associazioni e organizzazioni della società civile chiedono esplicitamente un cambio di passo nei rapporti tra essa e le istituzioni.

Antonio Naddeo, come buona parte degli alti rappresentanti delle Istituzioni, probabilmente è semplicemente inconsapevole. Ma il fatto che il nostro Paese aderisca ad un accordo internazionale nel quale viene sancito un ruolo nuovo e diverso per la società civile non rappresenta un particolare irrilevante. L’ non è un obbligo. Le nazioni che vi aderiscono non sono costrette a farlo. Aderirvi non comporta vantaggi o sanzioni, se non l’obbligo (morale) di essere conseguenti a quanto sottoscritto ed impegnarsi affinché ciò che si è sottoscritto venga attuato.

Oggi, a distanza di due anni dalla sottoscrizione dell’accordo , nulla è cambiato. Poco, molto poco di quanto programmato nell’Action Plan è stato fatto. E spesso ciò che è stato fatto è il risultato dell’impegno appassionato di civil servant che contro tutto e contro tutti si sono dedicati a progetti gestiti in condizioni critiche, portati a compimento soltanto perché le istituzioni di appartenenza non si rendevano pienamente conto del significato e della portata di ciò che si stava facendo.

Considerato quindi che aderire all’OGP non è un obbligo, viene da chiedersi per quale motivo il nostro Paese, nell’espressione delle sue Istituzioni, voglia far parte di qualcosa in cui non crede e del quale disattende quotidianamente i principi. E viene da chiedersi se – considerato che pare trattare la società civile come una foglia di fico dietro la quale celare le proprie pudende – non sia più corretto uscire da OGP, prendendosi di fronte al Paese la responsabilità di una scelta che, se fatta, ad oggi non farebbe altro che sancire uno stato di fatto. In caso contrario, un cambio di passo non è una scelta, ma una condizione imprescindibile.


Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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  1. Caerlo Vaccari

    30/05/2013 alle 13:01

    Sono pienamente d’accordo.
    E’ semplicemente scandaloso che questi dirigenti possano comportarsi in questo modo.
    Ragosa e Naddeo, alzandosi prima di (per non?) ascoltare i brevi interventi delle associazioni, hanno dimostrato per l’ennesima volta il disprezzo che hanno verso chi non fa, come loro, parte della “casta”.
    Personalmente me ne sono andato da ForumPA e non ci torno. Togliamo spazio a questi personaggi!

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