Interviste

Professioni web: Luca Corsato e il Knowledge Manager

Knowledge Manager
Luca corsato

Luca Corsato si occupa di estrazione dati e loro comunicazione e riuso, fa parte di IWA, della comunità di Spaghetti Open Data e del board italiano della Open Knowledge Foundation; lavora presso il Comune di Venezia, per il quale ha partecipato alla redazione del Regolamento per la distribuzione degli OpenData.

Continuano gli appuntamenti con le interviste realizzate da TechEconomy,  in collaborazione con , per dare voce ai professionisti del web e capire come cambiano i profili professionali legati alla Rete.

A rispondere alle nostre domande oggi è Luca Corsato, che ci parla del .

1) Di cosa si occupa precisamente un Knowledge Manager?

Precisamente è difficile da definire, perché il KM deve saper individuare le specifiche conoscenze diffuse tra i vari settori dell’azienda o dell’ente e riuscire a promuoverle. Per promozione è da intendere sia internamente (maggior livello di condivisione e integrazione) sia esternamente (aggregazione delle conoscenze per promuovere una forma omogenea di conoscenza dell’ente o azienda). Risulta quindi una figura più propensa all’eclettismo piuttosto che alla specializzazione; in sintesi si può dire che il KM è la figura più curiosa all’interno della struttura: è interessato a conoscere le singole specificità dei settori, ai lavori delle persone e a metterle in relazione a prescindere delle competenze. E’ ovvio che si pone come “traduttore” tra i vari manager presenti in azienda o nell’ente, facilitando la “mescolanza creativa”: in fondo è un promotore di ricerca e sviluppo… una specie di motore di ricerca interna. Dalla ricerca interna si passa all’esposizione della conoscenza: quindi saper strutturare dei sistemi di fornitura di questa mole di dati perché sia utilizzata dal più vasto numero di persone e aziende o enti.

2) Studi e pratica sul campo: cosa serve per diventare Knowledge Manager?

Tutto. Nel senso che il KM non esclude nessun tipo di studio o pratica. Ad esempio elementi di filosofia della conoscenza, di biblioteconomia o di archivistica non sono da sottovalutare: nel momento in cui si va ad agire su archivi, che siano materiali o digitali, sempre di archivi stiamo trattando. Una buona dimestichezza con le teorie economiche legate ai beni comuni è fondamentale, in particolare con le teorie di Ostrom. Poi una discreta conoscenza dei vari linguaggi di programmazione; non necessariamente deve essere in grado di programmare, ma di comprendere le difficoltà o le esigenze dei programmatori, quello è fondamentale. Queste competenze risulteranno utili sia al settore informatico sia al settore acquisti in fase di valutazione di un software. Sono importantissimi studi o competenze di marketing (non necessariamente web marketing) e di gestione di comunità.

Assolutamente imprescindibile è la conoscenza di ogni sistema operativo (OSX, Windows, Linux) e familiarità con il terminale o almeno un sistema linux; io consiglio sempre Debian perché aiuta tantissimo a comprendere le dinamiche di sviluppo comunitario e opensource e freesource. Familiarità con almeno un sistema di versioning come GIT, ottima conoscenza delle piattaforme Wikimedia (wikipedia, wikicommons, wikisource…); una buona conoscenza di tecniche di metadatazione e la loro applicazione nei vari settori; la capacità di maneggiare dati geografici. Familiarità con gli standard W3C, o quantomeno la capacità di comprenderne l’essenza; essere sempre aggiornato con le normative sia italiane che europee in ambito di gestione di dati (opendata, big data…)… insomma un percorso di studi e pratiche che hanno come base, sempre e comunque, la curiosità e la capacità di coglierne il nucleo centrale.

3) Come hai capito che il web sarebbe diventato la tua professione?

Personalmente non ritengo il web la mia professione, quanto il canale più rapido e meno costoso per raggiungere una quantità di conoscenza incredibile. Penso solo a Wikipedia o OpenStreetMap, oppure alla costellazione di progetti legati alla Open Knowledge Foundation (OpenGLAM, Public Domain Review per esempio). Con il web ho potuto accedere a settori informativi impensabili, e relazionarmi con persone dalla cultura e dal carattere molto diversi dai miei. Chi ritiene che il web sia un luogo d’incontro asettico, non si è mai trovato in mezzo ad una discussione sulle linee direttive di un progetto opensource!

All’interno delle comunità web, penso a quella di Debian e a quella a cui sono più affezionato debianizzati.org, ho imparato la doocracy, la fare-crazia. Questo tipo di organizzazione comunitaria è alla base di Spaghetti Open Data (altra grandissima comunità incentrata su opendata e civic hacking), dove il perno si potrebbe riassumere in “invece di dire “bisognerebbe” fallo!”. La mia presenza in tutte queste comunità (con vari gradi di presenza e di interazione) mi consente di essere sempre aggiornato e umile: c’è sempre qualcuno che ne sa più di te! Il bello è che c’è sempre qualcuno che ha voglia di insegnartelo, e questo è il metodo lavorativo di un KM: il mio lavoro, in fondo, è la condivisione e invitare alla condivisione

4) Qual è la cosa più difficile da far capire ai clienti?

Che una “cosa che sta su internet” non è gratis, anche se è disponibile. Wikipedia NON è gratis ma libera: per cui ognuno è chiamato a contribuire secondo le proprie capacità o disponibilità. Un cliente magari insistente in un settore nel quale la mia azienda ha una lacuna informativa: meglio stabilire un rapporto di scambio per aumentare ognuno la propria offerta (sommando le competenze) piuttosto che richiedere un pagamento. Qualora un cliente invece paga i servizi dell’azienda o dell’ente, è importante che il KM sappia comunicare l’impiego sia interno che esterno di quei guadagni. Questo è marketing della conoscenza, in cui il Manager del Marketing è chiamato a trovare la soluzione comunicativa migliore per rendere comprensibili i dati (senza svelare segreti industriali dell’azienda).

5) E ai colleghi?

Che quello che loro producono è di loro proprietà e che hanno ragione a ribadirne (e pretenderne) la paternità, ma che senza la condivisione tutto ciò che loro fanno e producono lo sanno solo loro. Io sono un entusiasta del metodo agile per cui spingo i miei colleghi a comunicare ogni singolo traguardo o soluzione condividendola non solo col compagno di stanza, ma sfruttando proprio la macchinetta del caffé: ho visto nascere più soluzioni lì che in tante riunioni. Il punto è che non sappiamo mai di quale informazione un collega potrebbe avere bisogno, e a volte (io quasi sempre) nemmeno noi: quindi condividiamo e qualcosa di buono nasce sempre. Amo citare spesso il caso del Post-It: senza la condivisione Arthur Fry non avrebbe mai saputo che Spencer Silver aveva trovato un adesivo potente che poteva staccarsi e riattaccarsi… condividete senza paura! Non sto parlando di condividere un intero progetto (di fronte ad un’azienda che possiede un progetto geniale come il Post-It non mi sognerei mai di condividerla su wikipedia) ma di fronte a ricerche o idee ancora grezze… beh la cosa migliore è “rilasciarle” e vedere cosa succede.

6) Cosa ti piace di più della tua professione e cosa meno?

Adoro ascoltare storie di studi e tentativi anche su cose minime fatti dalle persone; adoro il momento in cui le persone vedendo che non ho la minima remora a condividere mi mostrano archivi o progetti che tenevano chiusi nei cassetti per timore di una sottrazione. Rimango sempre stupito di fronte alla gioia delle persone quando scoprono che invece di essere “saccheggiati” vengono accolti come degli “scopritori”. Quello che non mi piace, anzi mi fa arrabbiare, sono quelli che sfruttano parole come “opensource” o “wiki” con il solo scopo di riferirsi alla nobiltà di quei termini come trappola per accaparrarsi dati e conoscenza. Bisogna sempre stare attenti e verificare sempre l’onestà degli interlocutori.

7) Che consiglio daresti a chi volesse diventare Knowledge Manager?

Di non escludere nulla dalla propria strada e di lasciarsi condurre dai percorsi e dai luoghi dove è più alto il livello di condivisione. Meglio accettare un impiego con una remunerazione più bassa ma con un grado di fludità delle conoscenze tra uffici molto alta, piuttosto che venire pagati di più (sempre considerando “quanto” di più) in un’azienda che non rende permeabili i propri settori: in quelle realtà è più facile essere soggetti a “sfruttamento di competenze” senza nessuna possibilità di imparare.

8) In tre aggettivi, un buon Knowledge Manager deve essere?

Curioso, Generoso, Attento.

9) E ora in un tweet: chi è il Knowledge Manager?

Kknowledge manager: il segugio curioso delle conoscenze interne che sa condividerle con le persone (e creare ottimi affari).

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