London Notes

I bambini inglesi: uno strumento di persuasione?

I bambini inglesi: uno strumento di persuasione?

In questi giorni mi è capitato di leggere diverse opinioni riguardo all’utilizzo e agli effetti della pubblicità sui e sulla dubbia moralità di chi la opera. In particolare un articolo pubblicato da George Monbiot, attivista ambientale e giornalista del Guardian, ha ri sollevato il polverone portando all’attenzione del suo pubblico il problema dell’aggressività con la quale i bambini vengono bersagliati dalla pubblicità nelle scuole in GB.

Il problema non è certamente nuovo. Da tempo si discute sulla moralità o meno di utilizzare i bambini per vendere i propri prodotti; una semplice ricerca su Google rivelerà numerosi articoli, anche accademici, sull’argomento. Dopotutto McDonald ci ha costruito sopra una fortuna. Ma in Gran Bretagna sembra essere particolarmente pesante visto che, come negli Stati Uniti, è legale fare pubblicità direttamente all’interno delle scuole. Purtroppo non ho esperienza diretta con le scuole britanniche ma ricordo chiaramente come ai tempi dell’High School negli Stati Uniti, in ogni aula c’era un televisore che per il primi 15 minuti della giornata trasmetteva pubblicità praticamente ininterrottamente, e il professore non poteva (per statuto) nè abbassare nè spegnere il televisore. Tutto questo ovviamente a lezioni iniziate, cosicché noi non potessimo nemmeno uscire dalle aule.

Dall’articolo di Monbiot non mi sembra che qui il targeting sia cosi aggressivo ma solleva alcune critiche molto importanti. Ad esempio, un’agenzia inglese, Boomerang Media, è specializzata nel raggiungere i bambini nelle scuole con la pubblicita’ dei proprio clienti. Riporta Monbiot come in alcune scuole, Boomerang media, spingesse persino i bambini a provare campioni di prodotti cosmetici.

Secondo uno studio di TenNine la pubblicità nelle scuole è 4 volte piu efficace che l’outdoor ma questo non e’ di per sè un argomento. E’ ovvio che se lo scopo è quello di convincere i bambini a comprare, o meglio di trasformare i bambini in strumenti di persuasione per poi spingere i genitori ad acquistare, allora lo si cerca di fare al meglio. Ma la domanda che si pone Monbiot nel suo articolo è’: “E’ veramente questa la società che vogliamo costruire”?

La risposta dell’ISBA, la voce degli pubblicitari britannici, non si è fatta attendere e il suo responsabile delle comunicazioni ha etichettato Moinbot come in “malafede” per non aver sottolineato come, invece, la pubblicità nelle scuole serva a promuovere anche servizi ed attività utili mentre fanno anche l’interesse dell’azienda.

Il dibattito dovrebbe, a mio avviso, essere spostato su un altro piano: la pubblicità nelle scuole sicuramente garantisce una fonte di entrata importante per le scuole, le quali possono poi riutilizzare gli introiti per investirli in attività utili per i bambini o per potersi permettere materiali che prima non potevano. Questo è il terreno su cui si dibatteva ai miei tempi a scuola negli Stati Uniti. Ed infatti avevamo delle tecnologie avanzatissime che altrimenti una piccola scuola della campagna dell’Illinois non si sarebbe mai potuta permettere.

L’associazione “Leave our kids alone”, formatasi in questi giorni da giornalisti e intellettuali, si batte proprio per lo smantellamento delle pubblicità nelle scuole e per la salvaguardia dei minori di 11 anni dalla pubblicità ed i suoi effetti, in un paese in cui l’advertsing genera 12miliardi di sterline all’anno.

Ma, in tempi in cui i soldi mancano per tutti, le scuole italiane non possono permettersi la carta per le fotocopiatrici o la carta igienica nei bagni…quale delle due società scegliamo? Quella in cui i bambini sono uno strumento di persuasione o quella in cui le attività didattiche vengono ridotte all’osso per mancanza di fondi?

Io personalmente sono convinto che la salvaguardia dei bambini venga prima di ogni altra cosa e che in una società normale sarebbero i soldi dei contribuenti a finanziare le attività didattiche nella scuola pubblica. Voi che ne pensate?

Marcello Mari

Marcello Mari

Vive a Londra dove ha fatto della tecnologia e dell’ICT un interesse prima che un lavoro. Laureato in Scienze Politiche, appassionato di Relazioni Internazionali e di Politica, ha vissuto per due anni negli Stati Uniti, uno in Indiana e uno in Illinois. Per TechEconomy è stato osservatore di usi e costumi della rete in terra londinese, ed oggi si occupa di analizzare trend digitali dati alla mano.

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    19/05/2013 alle 07:18

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