Letti da fuori

L’incapacità italica alla discussione costruttiva (sul web e soprattutto altrove)

discutere

Questo post non c’entra niente con il marketing, le aziende, e, forse forse, nemmeno con la rete in sé. Questo post è dedicato ad un problema serio, serissimo, e, per quello che ne so, molto italiano: ovvero l’assoluta incapacità italica di avere uno scambio di opinioni ed una discussione costruttiva. Non è una cosa legata ai o ad internet. Aprite un programma televisivo, o ascoltate una discussione in famiglia o in un bar, e vi renderete conto che pochi, pochissimi, in Italia, sono in grado di affrontare uno scambio sereno di opinioni.

discutereSiamo un popolo di parlatori compulsivi: parliamo di tutto, sempre. Ma il modello, anche al bar, anche a tavola a cena con gli amici, è quello dell’oratore solitario. A espone una tesi, in modo toccante, affascinante, alle volte anche retoricamente elaborato. Persino il vecchietto al bar che si limita a dire: «Le donne son tutte zoccole e i politici ladri.» lo dice con l’abilità di un Cicerone che parla in Senato. Ma, una volta finita l’esposizione, che raramente porta uno straccio di dato a supporto, in quanto è giocata sul sentimento, la discussione finisce là. Il pubblico si può al massimo dividere fra chi concorda con l’oratore e chi gli dice: «Hai torto marcio.» Anche le obiezioni, però, raramente sono suffragate da dati.

Il contraddittorio “italico” è inesistente: la discussione e l’ulteriore disamina punto per punto delle affermazioni fatte non è contemplata nel modello. Se uno la vuole fare, subito viene tacciato di essere una “maestrina” (se donna), un “rompiballe” se uomo.

Questo modello “italico” di discussione viene applicato anche in rete e nei social. Sui blog o sulle pagine facebook le discussioni successive ad un post, nonostante il tipo di struttura del social permetta disamine approfondite punto per punto, degenerano quasi subito in risse fra fazioni, alle volte anche indipendentemente dalla volontà del gestore della pagina. Il blogger pure disposto ad avviare un confronto vero su un tema, si trova ingorgato di gente che di punto in bianco arriva là postando commenti taglienti e persino offensivi senza peraltro fornire uno straccio di dato a supporto.

Provate a scrivere un post in cui, in maniera neutra, chiedete: «Devo comprare il telefonino/computer nuovo, prendo X o Y?» e una buona metà dei commenti inizierà a lodare la marca X o Y o insultare la marca “avversaria” senza portare però un solo dato reale valevole come suggerimento di vendita. I commenti saranno del tenore: «Ma sei scemo? lo sai che Y è il migliore in assoluto!»

Da notare, non si tratta di troll pagati dalle aziende: sono gente comune, vostri amici, che però sono fan e non ammettono che il computer/cellulare/squadra di calcio/politico che piace a loro non possa non piacere anche a tutti, e pretendono che tutti, immediatamente, e per un atto di fede, concordino con la loro posizione e vi aderiscano.

E questo succede sui blog e sulle pagine di FB, dove è possibile postare testi di apertura lunghi e circostanziati, e commenti articolati e diffusi.

Su Twitter dove il limite dei 140 caratteri è ferreo, le discussioni prendono una piega da slogan urlato dalla finestra (alle volte, sembrano più che altro urlati dal balcone di Piazza Venezia). I post del blog rilanciati su Twitter vengono commentati da gente che interviene a gamba tesa lanciando proclami, senza argomentare. Se si cerca di rispondere, l’insulto è dietro l’angolo, anche perché in 140 caratteri non è che si possa usare molto altro.

La netiquette imporrebbe di invitare il contestatore ad un franco confronto in un terreno più appropriato (tipo scrivergli in dm: qua non possiamo esaminare a colpi di tweet la crisi economica mondiale, ci sentiamo in chat?). Ma l’esperienza personale di anni e anni mi dimostra che la cosa non serve a niente.

Anche quando non si tratti di “troll”- e io su questa definizione avrei dei forti dubbi – ma di persone in buona fede che sono conviti di voler discutere, resta il problema che noi italiani non sappiamo in generale discutere costruttivamente delle cose proposte, indipendentemente dal mezzo usato.

urlareLe si trasformano quasi subito in una serie di OT infilati a caso («Sì, certo, i tassi di cambio! Ma tu sei uno di quelli che attacca Berlusconi per le Olgettine, moralista, vergogna!» «Ok, il femminicidio è un problema, ma vuoi mettere la pace nel mondo? Perché non parli prima di quella, eh?» «Certo, tu vuoi sapere del cellulare nuovo da comprare, ma perché non dici che l’ultima generazione del sistema X fa schifo?»), oppure di commenti che non prendono in considerazione le fonti citate a sostegno della tesi («Citami la fonte precisa di questo!» «Legge xxx/2000, articolo tot comma 2» «Ma è una legge approvata da quei venduti del partito X, non conta!») oppure che non tengono conto dell’autorevolezza delle fonti citate («Sui vaccini dici scemenze»«Veramente riporto l’opinione del Premio Nobel XXX citato da tutte le riviste di immunologia mondiali.» «No, ha ragione il ragionier YYY che ha scritto tre giorni fa un articolo sul suo blog ivaccinifannomorireibambini.com!» «Ok, ma è ragioniere, non ne sa una cippa di medicina e non cita nessun dato medico a sostegno!» «Ecco, sei una maestrina presuntuosa!»).

Perché ci riesce così difficile discutere civilmente sui social? Perché non siamo abituati a farlo nella vita reale. Perché a scuola, in casa, in famiglia non ci viene mai insegnato, o molto raramente, come costruire una argomentazione solida e, soprattutto, come rispondere alle obiezioni in modo pacato, senza reagire come se ogni richiesta di chiarimenti, di fonti o di approfondimento fosse un atto di lesa maestà.

Lo vedo a scuola: quando ad un ragazzino che ha scritto un tema argomentativo tu vai a fare le pulci, segnalandogli che qua il ragionamento non regge, qua manca una fonte a sostegno, etc., la reazione è, nel migliore dei casi, piccata: lui e molto spesso anche i genitori desumono subito che sei una insegnante rompiscatole che ce l’ha con lui per oscuri motivi; se un amico fa una osservazione e tu non ti dici d’accordo o ribatti fornendo dati alternativi, ti guarda storto e finisce in lite. Se ad uno che parla per slogan rispondi con una argomentazione puntuale, smontando l’assunto punto per punto, sei noiosa e pignola.

Proprio per questo io, a tutt’oggi, ho qualche forte dubbio che le conversazioni in rete di per sé servano, come credono molti, a far emergere la “verità”, dal momento che in moltissimi casi sono inutili e mal impostate come quelle nella vita reale. Perché se sono impostate come queste fornite d’esempio, e quindi portate avanti tra persone che non sanno in realtà né fare né trarre vantaggio da una discussione costruttiva, discutere nei social vale quanto discutere al bar fra vecchietti: ognuno resta della propria opinione, non emergono dati utili e al massimo si litiga davanti al bianchetto.

Mariangela Vaglio

Insegnante, Blogger e Giornalista, Mariangela Vaglio è nota in rete come “Galatea”. Nel suo blog riflette su costumi, abitudini, vizi e virtù degli italiani in rete. Lo stesso fa per TechEconomy.

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3 commenti

Commenti e reazioni su:

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3 Comments

  1. marco procida

    17/04/2013 alle 14:05

    Esprimo un dubbio sulle conversazioni in rete.
    Andando a discutere su forum specifici degli argomenti trattati dal forum spesso ho l’idea contraria a quella esposta.
    Certo è importante si tratti di un “buon forum” . Per me il “buon forum” è quello dove i moderatori seguono scrupolosamente il loro incarico (moderano) gli utenti non rispondono ai “troll”.
    Assicuro che sono stato iscritto a diversi di questi forum e la cosa non ha fatto che giovarmi. Quando incappo in un forum che non ritengo buono smetto di frequentarlo.

  2. Andrea

    17/04/2013 alle 18:30

    Ottimo articolo, lo condivido appieno.

    A mio avviso l’incapacità di avere conversazioni per lo più costruttive è data da un mix di fattori (osservazione valida per ogni sistema complesso, es: essere in salute, non è un solo elemento che fa la differenza ma la somma di tante interazioni) che sono i classici citati quando si parla in negativo del popolo italiano:
    – scarsa cultura scientifica e approccio razionale (esaltazione delle materie umanistiche come “necessariamente” migliori per lo sviluppo umano)
    – irrazionalità e credulità in tutte le sue forme (oroscopi, astrologia, gratta e vinci, …)
    – religione troppo invasiva (con relativa richiesta di una forma mentis maleabile non portata allo spirito critico)
    – fanatismo e partigianeria senza analisi distaccata (politica, calcio, di nuovo religione, …)
    – arretratezza culturale su moltissimi temi (internet, valori moderni, apertura, …)
    – poca onestà intellettuale (siamo tutti CT della nazionale, poca umiltà, …)
    – etc.. etc..

    La somma di tutte queste cose rende la persona media facile preda di sensazionalismo, emotività, scarsa autocritica, etc.. etc.. il classico pollo da spennare o da gomblottto!!11

    Da cui tutti gli esempi che citavi te.

    Sempre a mio avviso l’unica è cercare almeno di affrontare questi temi con le persone a noi vicine in modo che, per quanto poco, un metodo più corretto si affermi a “macchia d’olio”. Poi se non si espande più di tanto pazienza, almeno sapere di aver fatto il possibile (nei limiti dei nostri obbiettivi) per me è sufficiente.

    Anche perché per cambiamenti di portata maggiore si dovrebbe intervenire a livello istituzionale… peccato che anche chi stia a livello istituzionale è influenzato in egual modo dalle criticità di cui sopra (ed anche da altre di natura economico-politca).

    My 2 cents.

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    19/05/2013 alle 07:40

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