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Napolitano, i dieci saggi e l’occasione perduta per il crowdsourcing

napolitano_giorgio

È la notizia del giorno: oggi il Presidente della Repubblica, , incontrerà i dieci componenti dei gruppi di lavoro istituiti – al termine delle consultazioni – che avranno il compito di discutere dei temi istituzionali e di quelli economico-sociali (i cosiddetti “saggi”).

La scelta del Capo dello Stato ha sollevato molte critiche e polemiche: più di qualcuno ha eccepito l’irritualità della procedura e la sua scarsa aderenza alla nostra Costituzione, tanti hanno protestato perché tra i dieci saggi non vi sono né donne né giovani, molti altri hanno criticato i criteri con cui si è proceduto all’individuazione dei componenti dei gruppi di lavoro.

E non si tratta di tema secondario, visto il compito affidato ai saggi. Nel parlarne ai giornalisti, Napolitano ha detto “mi accingo a chiedere a due gruppi ristretti di personalità tra loro diverse per collocazione e per competenze di formulare – su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo – precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche”.

A mio avviso, uno dei punti più problematici dei gruppi di lavoro è proprio questo: nell’era dell’Open Government e a solo un mese dalle elezioni politiche in cui i diversi schieramenti si sono presentati con proprie proposte programmatiche, il Presidente della Repubblica ha scelto di affidare la realizzazione del programma di un nuovo Governo ad organismi non previsti dalla Costituzione (né da alcuna legge o prassi) e senza alcuna legittimazione popolare.

 Consapevole di questa criticità, ieri il Quirinale – con un comunicato stampa – si è affrettato a precisareil carattere assolutamente informale” e “il fine puramente ricognitivo“ dell’iniziativa assunta dal Presidente della Repubblica.

Insomma, la costituzione dei gruppi di saggi rappresenta l’esperimento creativo in una situazione politica del tutto anomala e indecifrabile. Ebbene, anche visto in quest’ottica, l’esperimento non convince perché figlio di una concezione e di una logica del secolo scorso: nomina di personalità illuminate che non devono rendere conto a nessuno se non a chi li ha nominati, con attribuzione dell’importantissima funzione di individuare le riforme da fare, scavalcando così il dialogo tra i rappresentanti dei cittadini eletti in Parlamento.

Se proprio c’era bisogno di una soluzione creativa, poteva essere scelto un metodo al passo con i tempi, utilizzando la rete e coinvolgendo i cittadini attraverso il crowdsourcing.

Da un lato, infatti, questo avrebbe consentito di aprire il processo in modo realmente trasparente (ma fuori dalla retorica della “democrazia diretta” e dello streaming), ma avrebbe anche permesso la formulazione di proposte di riforma che andassero oltre quelle su cui – da anni – i partiti sono “incartati” e avrebbe garantito una maggiore legittimazione democratica dei risultati di tale processo.

E non si tratta di fantapolitica. In Finlandia, attraverso il progetto “OpenMinistry”, le proposte di legge possono nascere anche grazie al web.

In Islanda – invece –  all’indomani della gravissima crisi finanziaria che ha colpito il Paese, si è deciso di mettere mano alla Costituzione del 1944, ma i diversi partiti non riuscivano a trovare un accordo. E allora si è scelto di utilizzare Internet e i social media per formulare le ipotesi di modifica: il tutto è stato suggellato con un referendum consultivo in cui la proposta di nuova Costituzione è stata approvata dal 67% dei cittadini.

Certo la proposta di costituzione islandese non era vincolante per il Parlamento (che, infatti, ha deciso di non ratificarla), come non lo saranno quelle degli italici saggi.

Ma si sarebbe potuta cogliere questa occasione per sperimentare – data anche la nostra adesione a Open Government Partnership – schemi nuovi, come una palestra in cui provare a risolvere i nostri atavici problemi con metodi nuovi, senza lasciare i temi della democrazia partecipativa e collaborativa solo a determinate forze politiche, ma rendendoli il  cardine per l’ammodernamento delle nostre istituzioni e della nostra economia.

Da questo Capo dello Stato, però, non potevamo decisamente aspettarcelo. Meno di un anno fa, in un messaggio ai giovani, Napolitano ha detto “La rete non è il luogo delle decisioni politiche, per questo servono ancora i partiti che sono le cinghie di trasmissione delle istanze dei cittadini verso le istituzioni”.

Presidente Napolitano, dopo aver visto dove ci hanno portato i partiti e dopo averli tutti sentiti nelle consultazioni, ne è ancora così sicuro?

Ernesto Belisario

Avvocato, specializzato con lode in Diritto Amministrativo e Scienza dell’Amministrazione. Si occupa, per professione e per passione, di diritto delle nuove tecnologie e di diritto amministrativo. Docente presso l’Università degli Studi della Basilicata, è relatore in convegni, incontri e seminari sulle materie di attività e tiene lezioni in Master Universitari, corsi di formazione e specializzazione.

Autore di numerose pubblicazioni (cartacee e digitali) sui temi del Diritto Amministrativo e dell’Information Technology Law, è Vice Direttore del Quotidiano di informazione giuridica “LeggiOggi.it” e componente del Comitato Scientifico della Rivista “E-Gov” di Maggioli. È referente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza presso la Fondazione Italiana per l’Innovazione Forense (FIIF) e componente del Gruppo di Lavoro per i giovani avvocati del Consiglio Nazionale Forense.
È socio fondatore e segretario generale dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione e Presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government; oltre al proprio blog (“Diritto 2.0”), è tra i curatori di “TheNextGov”, uno spazio sul sito de “L’espresso” in cui parla di nuove tecnologie e innovazione in ambito pubblico.

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2 commenti

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2 Comments

  1. Flavia Marzano

    02/04/2013 alle 12:13

    Abbiamo bisogno anche del Piano D

    Se volete aderire mandatemi sms/msg/twitt/mail/ o commentando il post:

    http://blog.wired.it/codiceaperto/2013/04/01/dopo-il-piano-b-e-il-piano-c-adesso-serve-il-piano-d.html

  2. Pingback: I partiti non riescono a modificare la legge elettorale? Proviamo con il crowdsourcing

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