Tecno Eresie

Ci sono cose che voi computer non potrete mai fare

Ci sono cose che voi computer non potrete mai fare

E’ abbastanza normale per noi attribuire al successo della forza bruta uno status inferiore rispetto a quello che possiamo immaginare sia il successo dovuto alla creatività e al pensiero rigoroso manifestato da un essere umano. Su questo semplice assunto abbiamo, negli anni passati, tracciato una linea di demarcazione tra quello che un , un software, un sistema elettronico in generale può fare e quello che invece sono i compiti specifici legati all’intelligenza umana e che un mai e poi mai avrebbe potuto fare. Questa linea e questa convinzione ci ha guidato fino ad oggi: “ci sono cose che voi computer non potrete mai fare”, parafrasando l’inizio di guerre stellari.
Questa convinzione ci portava ad essere “tranquilli”. Ai computer il lavoro “sporco” e a noi il lavoro creativo, “pulito”. Noi tanto tempo libero per i nostri pensieri e ai computer il compito di trasformarsi in schiavi senz’anima: un’evoluzione moderna degli schiavi romani con il vantaggio che non ci sono emozioni in gioco, tredicesime o giorni di malattia, solo qualche intervento di manutenzione per qualche aggiornamento di release. A quei tempi, nell’antica Roma era normale, anche per ranghi non proprio di alto livello, che si disponesse di sei schiavi.

Hal 9000Neanche nel capolavoro Odissea 2001 nello spazio ci sono tracce di questa preoccupazione. Un film visionario dove il computer (HAL) faceva cose ancora oggi non raggiunte, ma contemporaneamente mostrava che l’unica memoria di massa da cui prelevare i dati erano dei…nastri. Si dei nastri; un film visionario che non aveva assolutamente previsto la possibilità di dispositivi diversi dai nastri, o almeno le poche immagini lasciavano intravedere solo lettori di nastri. Beh..e come si poteva?

Da un lato quindi la forza bruta (sporca e senza pensiero) dall’altra la creatività (pulita) basata sul pensiero. Tutti a pensare ed essere creativi. Tutti pronti ad abbandonare la forza bruta, i mestieri senza creatività, ripetitivi e vivere in un ambiente “pulito“, senza fatica fisica se non quella necessaria per mantenersi in forma. Tutti i pensieri che formuliamo sono belli, puliti? Tutti siamo in grado di pensare e ragionare? Tutti sappiamo beneficiare del tempo libero in maniera creativa? beh!

Andiamo avanti. Che dire allora del gioco degli scacchi? Se siamo d’accordo che è un gioco che richiede creatività muovendosi all’interno di un insieme di regole definite e ben codificate allora secondo la definizione (comunque basta prendere qualche libro di soli dieci anni fa e pochi scommettevano su qualcosa di diverso da questa posizione) un compito di pensiero, “umano” lontano dalle possibilità di un computer. Nel 1997, dopo molti tentativi andati a vuoto, IBM sfida Kasparov in un incontro su sei gare con il suo nuovo “marchingegno” Deep Blue. Per la prima volta una macchina sconfigge il top player mondiale. La prima volta. Macchina costosa e gigantesca. Nel 2006 il nuovo campione mondiale di scacchi Valdimir Krammik, perde un incontro contro un programma software tedesco chiamato Deep Fritz. Mentre Deep Blue aveva bisogno di un macchina dedicata e costosissima delle dimensioni di un frigorifero e “buona” solo a giocare partite di scacchi, Deep Fritz funzionava su un macchina standard di mercato (con due processori intel) capace ANCHE di giocare a scacchi. Molto probabile che entro fine anno lo stesso programma “girerà” su tutti i lap top di qualsiasi dimensione. La forza bruta di un algoritmo ha sconfitto la creatività, a meno di non far passare il gioco degli scacchi tra quelli non creativi tipo tic tac toe (il nostro “tris”) così il nostro ego è salvo.

Deep FritzChe dire di lavori legati al mondo degli studi legali? Lettura di lastre radiografiche, interpretazione di analisi cliniche, scenari di simulazione di processi, gestione di eventi imprevisti e tanti altri dove la creatività la fa da padrone (meno male), rischiano anche loro di finire sconfitti dalla forza bruta di algoritmi sempre più potenti che si appoggiano in maniera sempre di più ad hardware potenti e ad algoritmi basati sull’intelligenza artificiale sempre più sofisticati? Un binomio capace di mettere assieme forza bruta e qualche piccola forma embrionale di creatività. Embrionale fino a quando?

Un altro pilastro che vacilla, diretta conseguenza dei discorsi fatti, è che non esiste nessuna relazione tra il tempo necessario ad una persona per imparare qualcosa e quello necessario per automatizzarlo. Per un radiologo, un biologo, un giocatore di scacchi ci vuole un training lungo e sofisticato per raggiungere buoni risultati, ma, purtroppo, questo non tiene lontano il rischio che questo lavoro possa essere automatizzato. È un problema relativamente semplice per un software accumulare conoscenza in un algoritmo o immagazzinarlo in basi dati accessibili e condivisibili capaci, inoltre, di espandersi all’infinito. Che dire dell’automazione finanziaria conseguente allo sfruttamento intensivo di una unica formula la Black-Scholes Option Pricing Models (di questo, comunque, parleremo diffusamente prossimamente) cui la potenza elaborativa sempre crescente ha permesso di creare, praticamente in automatico, la maggior parte delle “schifezze” finanziarie che oggi ci costano questo periodo di recessione.

Ma le cattive notizie non sono finite, non solo questi lavori possono potenzialmente essere automatizzati, ma i governi nella loro lungimiranza offrono incentivi “statali” per l’automazione e l’innovazione anche in questi settori. E se poi l’automazione non è così veloce nel raggiungere questi obiettivi, nel frattempo si può sempre far ricorso all’offshoring.
E se pensiamo che l’offshoring colpisca solo i grandi gruppi, siamo anche qui fuori strada. Ormai con le organizzazioni che spezzettano in parti sempre più piccole i propri processi aziendali, l’offshoring si rende disponibile anche per piccole e medie aziende che hanno processi simili (e li hanno).

Bisogna fermare tutto? certo che no! e allora?… Un po’ di pazienza, lo vedremo prossimamente.

Beppe Carrella

Beppe Carrella

Ha ricoperto nel passato incarichi di crescente responsabilità in grandi aziende sia in Italia sia all’estero (TSF, Aspasiel, Finivest, Emi/Virgin, Ebiscom, Price Waterhouse). È stato docente di Informatica e Tecnologie Multimediali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano , Federico II di Napoli e Luiss di Roma, visiting professor al MIT di Boston. Scrive su alcuni giornali e autore di qualche libro (nessuno di questi è mai diventato un best seller). Attualmente cerca di far decollare una propria iniziativa imprenditoriale.

2 commenti

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2 Comments

  1. michele de franchis

    15/03/2013 alle 22:35

    Comunque deep blue vinse sotto specifiche regole favorevoli alla macchina vs uomo (es tempo estremamente limitato per ogni mossa) e l algoritmo si basava molto su ritrovare stessa combinaziine di mosse giocata in partite precedenti con ovviam3nte risuktato positivo. Detto questo con la tcnologia che c é oggi potremmo lavorare tutti 4 ore al giorno e vivere molto meglio . Pr9blema é usarla a favore e nn contro di noi (es redditometro).

  2. Nicola

    18/03/2013 alle 19:41

    Il futuro spesso sembra più vicino di quanto poi non lo sia in realtà, certo il progresso tecnologico avanza ed i governi con le loro strategie non sembrano prenderlo in considerazione…lavorare meno, lavorare tutti, sembra una chimera per la quale forse serviranno rivoluzioni, almeno culturali. Sicuramente non è possibile fermare il futuro…così non ci rimane altro che attendere il prossimo articolo per capire dove emigrare…sicuri!

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