London Notes

Italiani alla scoperta dei Brand Online

E-commerce

Mi e’ capitato piuttosto spesso di parlare di in questa mia rubrica. Ho parlato del suo utilizzo, di scandali che lo hanno coinvolto e di come abbia dominato il panorama mediatico olimpico.

Recentemente Martin Sorell, CEO di WPP, ha condiviso il suo punto di vista (che personalmente condivido) col resto del mondo, facendo presente che secondo lui Twitter non è una vera e propria piattaforma di ma più uno strumento di pubbliche relazioni. Lo definisce il vero vincitore delle olimpiadi ma troppo debole e superficiale, a causa dei  140 caratteri, come strumento pubblicitario. E la stessa cosa vale per , troppo lento rispetto a Google search per poter vendere, ma piuttosto potente come strumento di branding.

I dati di GlobalWebIndex  dimostrano come il Brand Discovery passi anche dai Social Network, ma come sostiene Sorell, esistono forme di adversting molto più incisive. Certo, è anche vero che dipende dal paese di riferimento. Ci sono paesi in cui i social contano per quasi un terzo del processo di Brand Discovery, come ad esempio in Indonesia, mentre altri dove incidono in maniera del tutto irrisoria (Germania, Olanda, Giappone).

Rispetto agli UK,  in Italia ci affidiamo di piu ai Social per quanto riguarda la scoperta di nuovi marchi e prodotti.

Ci fidiamo, ad esempio, molto delle raccomandazioni dei nostri “amici digitali” (nessun riferimento se siano persone conosciute fisicamente o meno) rispetto agli utenti inglesi; da noi sono ben il 30% coloro che si fanno influenzare da questa tipologia di utenti, contro appena il 4% degli i inglesi. E ancora il 38% degli utenti italiani si informa su forum dedicati, contro il 19% dei più scettici utenti inglesi; sono addirittura di più di coloro che si informano grazie ai motori di ricerca.

Ma allora quali strumenti utilizzano di più gli italiani online riguardo propri acquisti se non sui social?

La fonte principale di scoperta di nuovi brand sia in Italia che in UK, sono ancora le raccomandazioni degli amici fisici, in carne ed ossa (l’Arabia Saudita è l’unico mercato nella nostra ricerca in cui la fiducia negli amici online eccede quella negli amici fisici) e gli articoli su siti dedicati di settore.

In generale possiamo tranquillamente affermare che gli italiani utilizzano molto di più il Web per informarsi riguardo ai propri acquisti rispetto ai corrispettivi britannici come dimostrato recentemente da GlobalWebIndex grazie al “Brand Discovery Index”. Tutto sommato gli italiani sono un popolo piuttosto avventuroso per quanto riguarda la scoperta di nuovi brand, soprattutto  in confronto a Spagna e GB che sono paesi piuttosto “tradizionalisti”, in cui i consumatori preferiscono rimanere fedeli al brand.
Per menzionare qualche dato, in Italia il 74% dei consumatori dichiara di essere sempre disposto a provare nuovi prodotti, mentre il 58% preferisce rimanere fedele al brand una volta che si trova soddisfatto. Gli inglesi, invece, sono meno inclini a fidelizzarsi al marchio ma in linea coi colleghi europei per quanto riguarda la volontà di provarne di nuovi.

In quasi tutti i mercati cosiddetti “maturi”, quelli cioè in cui i brand hanno avuto più tempo a disposizione per entrare nelle abitudini dei consumatori, la componente social incide in maniera quasi irrisoria sul processo di scoperta di nuovi prodotti online. Con questo non voglio però dimostrarne l’inefficacia, ma semplicemente sottolineare che l’eccessivo entusiasmo verso questa forma di promozione (come sottolineava Martin Sorell) potrebbe indurci a sottovalutare altre forme di advertising online invece più incisive.
Marcello Mari

Marcello Mari

Vive a Londra dove ha fatto della tecnologia e dell’ICT un interesse prima che un lavoro. Laureato in Scienze Politiche, appassionato di Relazioni Internazionali e di Politica, ha vissuto per due anni negli Stati Uniti, uno in Indiana e uno in Illinois. Per TechEconomy è stato osservatore di usi e costumi della rete in terra londinese, ed oggi si occupa di analizzare trend digitali dati alla mano.

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