Tecno Eresie

Tecnologia? per gli economisti: missing in action

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Siamo in una situazione in cui abbiamo raggiunto il punto dove persino le brutte notizie sono considerate buone. Dai dati leggiamo che nel mese di maggio 2012 gli occupati sono aumentati dello 0,3% rispetto ad Aprile, vi troviamo anche altre “buone notizie”: gli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuiscono dello 0,2% (-25mila unità). I giornali, come sempre in questi casi, enfatizzano questi dati e i politici sono pronti a far sentire la loro voce di esperti affermando che “ancora un piccolo sforzo ed usciamo dalla crisi”.

Anche un bambino capirebbe che una crescita del genere è insignificante, non è sufficiente  a coprire né la crescita della popolazione né tantomeno compensare quella dei  2.5 milioni di disoccupati a Marzo 2012 (in crescita del 23,4 rispetto all’anno precedente). Che significa? Semplice che anche se si raddoppiasse la capacità di creare nuovi posti di lavoro e tenendo conto dei nuovi lavoratori e di quelli che nel frattempo perderanno il  lavoro (e ancora lontani dalla pensione) dovremo arrivare al 2021 per compensare il gap creato da questo periodo di depressione. E basta guardare sempre i dati Istat per scoprire che il vantaggio di Maggio presto si è spento, il report di ottobre riporta: “A maggio 2012 gli occupati sono 23.034 mila…a settembre 2012 gli occupati sono 22.937”, altro che raddoppio.

Qual è il problema? Semplice abbiamo creato un sistema economico che non prevede per le persone che perdono il lavoro un rientro nel mondo produttivo. A luglio del 2012 (5 anni dall’inizio della depressione) il tasso di resta al d sopra del 10% e, purtroppo, è previsto in crescita anche per il 2013. Siamo praticamente ai livelli precedenti all’ingresso massiccio delle donne (1983) nel mondo del lavoro.

La storia dell’economia ci riporta che quando le Aziende crescono, fanno profitti e acquisiscono macchinari e tecnologia contemporaneamente assumono forza lavoro. Oggi sappiamo bene che le aziende che superano la crisi e ricominciano a crescere acquisiscono macchinari e tecnologie, ma non assumono o reintegrano forza lavoro umana. Insomma, dove vanno a finire questi lavori? Quale magia li fa scomparire? Come mai i celebrati modelli degli economisti di mezzo mondo non danno spiegazioni? Anzi, per la verità gli esperti dopo sono molto bravi a dare spiegazioni. Vorrei vedere: sbagliare col senno di poi è proprio da pirla! Eppure qualcuno continua a sbagliare e dire scemenze nonostante le evidenze. Gli economisti (quelli attaccati all’idea dei cicli-economici) dicono e scrivono che non c’è niente di misterioso in quello che sta accadendo infatti sono convinti che questo è semplicemente dovuto al fatto che l’economia non cresce abbastanza da permettere di recuperare posti di lavoro. Bisogna attendere che il ciclo riparta in maniera forte (e nel frattempo?). Il premio nobel Paul Krugman è uno di questi e dice:”All the facts suggest that high unemployment is the result of inadequate demand – full stop”.  In sintesi ci troviamo in un altro dei casi di cicli economici anche se questo è decisamente violento e lungo.

Un altro club di economisti è sponsor della stagnazione  e ritiene la crisi diretta è dovuta all’incapacità nel lungo-periodo di innovazione e aumento della produttività (e a chi si riesce a vendere in queste condizioni?). In pratica pensano che l’economia ha raggiunto uno stallo, un momento di pochi cambiamenti che fa seguito ad un periodo di grande attività e progresso (una sorta di equilibrio, proprio quello che permette di trovare soluzioni ai loro modelli) qualcuno ha il coraggio di chiamarlo “technological plateau”.  In particolare Tyler Cowen scrive “..We have failed to recognize that we are at a technological plateau..Tht’s it. That is wahat has gone wrong”. Prima con arroganza ci avevano liquidato con un “full stop” e questo ci liquida con un “That’s it”. La stagnazione non ignora la depressione in cui ci troviamo, ma questi economisti non credono che sia la principale causa della lenta ripresa e della perdita di posti di lavoro. Leo Tilman e il premio Nobel Edmund Phelps fanno parte di questo gruppo: “…but dynamism has been in decline over the past decade”. La causa è la lentezza nel produrre nuove idee le uniche che guidano il progresso economico. Una variante a questa posizione è che non è l’Italia o l’America in una fase di stagnazione ma che sono le altre nazioni (Cina e India) che hanno raggiunto (e superato) gli stessi livelli. Quindi non tanto un nostro rallentamento, ma un’accelerazione degli altri (comunque il risultato è lo stesso)

La terza spiegazione (fine del lavoro) parte dall’idea della stagnazione facendo una piccola modifica: non è colpa della lentezza della tecnologia, insomma non c’è una fase dovuta alla “technological plateau”, ma esattamente il contrario: la tecnologia corre troppo. Per loro stiamo entrando in una nuova fase della storia e lo sviluppo sociale dove c’è sempre bisogno di meno e meno persone per produrre beni e servizi per l’intera popolazione. Chi ha permesso questo stravolgimento? Il computer. La tecnologia ha creato quella che oggi chiamiamo “seconda economia”. Ignorata e tenuta lontano dai ragionamenti dagli esperti economici. Impossibile, starete pensando. Eppure.. Dove sono arruolati i migliori e più profondi conoscitori di economia (strapagati)? Sicuramente lavorano presso la Federal Reserve Bank di Richmond. Ebbene nel documento di analisi del 2010 dal titolo “The rise in Long-Term Unemployment: Potential causes and implications” non è citata una sola volta la parola computer, e neanche hardware nè tantomeno software e, meraviglia delle meraviglie, neanche technology. Un caso isolato, una svista? e allora provate a leggere il documento del Fondo Monetario Internazionale del 2011dal titolo: “New evidence on Cyclical and Structural sources of Unemployment”: stesso approccio la tecnologia? “missing in action”. Si può sbagliare benissimo col senno di poi..

Beppe Carrella

Beppe Carrella

Ha ricoperto nel passato incarichi di crescente responsabilità in grandi aziende sia in Italia sia all’estero (TSF, Aspasiel, Finivest, Emi/Virgin, Ebiscom, Price Waterhouse). È stato docente di Informatica e Tecnologie Multimediali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano , Federico II di Napoli e Luiss di Roma, visiting professor al MIT di Boston. Scrive su alcuni giornali e autore di qualche libro (nessuno di questi è mai diventato un best seller). Attualmente cerca di far decollare una propria iniziativa imprenditoriale.

9 commenti

Commenti e reazioni su:

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9 Comments

  1. carlo ruggeri

    02/02/2013 alle 14:23

    uno dei migliori articoli di economia

  2. fabio degli esposti

    02/02/2013 alle 17:55

    che dire…. analisi illuminata quanto logica.

  3. romualdo

    03/02/2013 alle 11:07

    grande lucidita’ in un momemento dove pochi hanno le idee chiare.

  4. saverio

    04/02/2013 alle 09:22

    Unico rammarico…..tutto ciò resta una voce isolata!!

  5. Elena Pradella

    04/02/2013 alle 14:48

    La statistica, quando la studiai io, recitava che, per avere validità, doveva avvalersi di un campione significativo… che valore ha un mese di dati economici quando parliamo di una crisi di anni?
    Caro Beppe, sono d’accordo con te che il sistema economico non prevede il rientro degli ex lavoratori: costa meno assumere qualche stagista a 500-800 Eur al mese, che, alla disperata ricerca del posto fisso, imparerà quanto più rapidamente possibile; dell’esperienza, come della storia, un’azienda non sembra farsene più niente, anzi. E gli ex lavoratori possono ben andare a zappare la terra, e non solo in senso metaforico.
    A me, che economista non sono, ma che so fare 2+2, i modelli economici non sembrano avere né solide basi matematiche, né alcuna evidenza sperimentale. Tu riporti 3 spiegazioni di economisti sulla fine del lavoro.
    Io ritengo che il modello economico preponderante sia quello che si basa sulla crescita più rapida che in precedenza: non vendere di più, ma migliorare sempre più rapidamente, come se non ci fosse limite. Modello basato sulla derivata seconda.
    La tecnologia corre troppo e troppo poco: troppo in quanto negli ultimi 100 anni abbiamo innovato più che in tutta la storia precedente dell’umanità, e fino ad un certo punto a questo è corrisposto un miglioramento sociale; troppo poco perché, anche se è come se scoprissimo la ruota 2 volte all’anno, in realtà molte innovazioni tecnologiche non ci migliorano la vita.
    20 o 30 anni fa si pensava che i computer ci avrebbero permesso di lavorare di meno. E la me adolescente di allora pensava che si sarebbe lavorato circa 5 ore, e le altre ci saremmo dedicati alla cultura ed alla scienza. Molto ingenuo, nespà?
    Probabilmente ora svolgiamo in 2 ore il lavoro che prima si faceva in 40 ore. Ma… guadagnamo 20 volte tanto? Dove sono finiti i soldi? La stessa magia che fa scomparire i lavoratori che, quando le aziende vanno bene, non vengono assunti, li fa sparire.
    Ed allora, questo buco nero in cui finiscono soldi e lavoratori, lavori e tutto? Dov’è? (Alle Cayman… si potrebbe pensare!).
    Meno di 10 famiglie americane decidono cosa farà il Fed (Federal Reserve). E noi Europei seguiamo a ruota l’andamento dei tassi americani.
    I soldi che un Paese dichiara di possedere non hanno più un corrispettivo nelle riserve auree, e ciò dal dopo guerra. Possiamo inventarci il denaro. Possiamo inventarci tutti i modelli che vogliamo, tanto non sono basati su dati storici.
    E se ci fossimo basati su un incremento costante (derivata prima) o anche su un’economia basata su dei valori costanti, ed il progresso fosse misurato sugli avanzamenti sociali?
    Visto che il pianeta è finito, nel senso ‘non infinito’, basarsi sulla derivata seconda ci ha portato ad uno sviluppo insostenibile. E l’unica soluzione sembra veramente andare a zappare la terra, magari vedendosi le previsioni del tempo sull’iPad.

  6. carlo guastone

    05/02/2013 alle 01:07

    Incisiva e chiara la diagnosi, che personalmente condivido. Aggiungerei alla diagnosi anche il conflitto generazionale (giovani precari, ex lavoratori in cerca di impiego, pensionati tutelati…) e le problematiche di apprendimento sviate da un eccessiva mitizzazione della comunicazione e della finanza a scapito del valore di mestieri che hanno una domanda reale…
    Cosa fare, questo è il vero problema! Con quale approccio di politica economica? Con quale leve formative? Senza la riscoperta di valori etici e di solidarietà? Delegando alla politica le scelte fondamentali? Personalmente non so rispondere, penso però che la soluzione vada trovata ricercando modelli innovativi, verso un …nuovo umanesimo ad un tempo culturale-etico-tecnologico e professionale, non utopico.

  7. StefanoF

    05/02/2013 alle 14:08

    Vivo ogni giorno la difficoltà di fare innovazione tecnologica in una nazione dove la parola “innovare” a stento si trova sul vocabolario (altro che documento di analisi del 2010!).
    Ma continuo a pensare che sia proprio l’innovazione tecnologia l’unica soluzione ai problemi su scala mondiale. E l’evoluzione che questa porterà, di sicuro non partirà da indicazioni ottenute dai Grandi Economisti. Loro potranno sempre dire *dopo* che avevano previsto ogni cosa, ma di aver taciuto per il nostro bene.

  8. Alessandro

    05/02/2013 alle 17:00

    Articolo chiaro e condivisibile.

  9. gianni

    05/02/2013 alle 17:12

    Caro Beppe sei troppo smart per non sapere che l’intrepretazione di numeri o in generale dei fenomeni che ci circondano danno ampi margini di interpretazione. Sotto elezione questi fenomeni poi si implaficano sfiorando il “paranormale”. Una lucida riflessione come la tua però il segnale che esiste qualcosa di diverso, una gocciolina limpida in un mare torbido e se saremo bravi a mettere insieme tutte le gocce magari più avanti potremmo avere un affluente di energica acqua sorgiva che inizi a ripulire il mare inquinato.

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