Amministrazione Digitale

Stenotipia giudiziaria: Hi-Tech o no?

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Diciotto anni fa, in un’Italia che usava ancora la Lira ma come oggi era vicina alle Elezioni (anche se con candidati molto diversi), apparve un articolo che presentava una professione all’avanguardia tecnologica, con sbocchi sicuri “dai Tribunali alle Conferenze”: Vecchio stenografo addio, ora trionfa la macchinetta. L’articolo spiegava infatti che, grazie al nuovo Codice di Procedura Penale, “anche in Italia uno stenotipista potrà facilmente trovare lavoro, soprattutto nelle aule giudiziarie”.

Questo nel 1995. Dieci anni dopo, un taglio molto pesante e quasi improvviso dei fondi per , “imposto da Roma”, bloccava il Tribunale di Napoli, con effetti come:

  • processi con un unico imputato, ancorché boss di camorra, rinviati per concentrare gli stenotipisti su quelli “con almeno tre imputati tutti detenuti”
  • testimoni costretti a parlare per quattro ore con continue interruzioni, per permettere al cancelliere di trascrivere a mano
  • decine di altri testimoni rimandati a casa ogni giorno, per l’impossibilità di trascrivere in giornata i loro resoconti

Un isolato incidente di percorso, senz’altro. Fino al 2009 a Trani, quando si arrivò a parlare di interruzione di pubblico servizio proprio per la… “mancata attivazione del servizio di stenotipia”. Il nuovo consorzio vincitore della relativa gara d’appalto era infatti fermo, provocando ritardi notevoli nello sbobinamento di udienze e processi e frequenti ricorsi a periti esterni, più costosi, per la trascrizione dei verbali registrati.

Un altro incidente isolato, o forse una qualche Questione Meridionale della Stenotipia? Nè l’uno nè l’altro, visto che sempre nel 2009 si parlava di stenotipia a rischio “a ogni gara d’appalto, con lavoratori pagati anche con un anno di ritardo”, anche a Monza e a Vicenza. Dove, per quanto ne sappiamo, ancora oggi il va avanti solo perché tante stenotipiste lavorano senza stipendio da mesi.

Non sarà ora di iniziare a parlarne seriamente?

Cosa fanno all’estero? Sono avanti. O forse no

I più avanti in questo campo, almeno a giudicare da quanto è disponibile su Internet, sembrano essere i Tribunali locali o statali degli USA. Senza alcuna pretesa di completezza, citiamo Alaska e Kentucky, che userebbero (almeno per certe udienze) solo sistemi di registrazione audio/video da almeno vent’anni, il New Hampshire che non avrebbe più stenotipisti statali a tempo pieno dal 2005 e lo Utah che ne ha licenziati 18 nel 2009, per risparmiare un milione di dollari l’anno. Queste esperienze, secondo USA Today, hanno portato nel 2010 almeno altri tre Stati a sperimentare le registrazioni digitali delle udienze. Nel 2012 il New Jersey ha iniziato a sperimentare sistemi che costano da 15 a 18mila dollari per aula, per arrivare a sostituire stenotipisti (Court Reporter) pagati da 50 a 60mila dollari l’anno. Stessa storia nella Contea di Luzerne, Pennsylvania, dove certe udienze saranno soltanto registrate, con trascrizioni (delle registrazioni stesse, non delle udienze) effettuate solo su esplicita richiesta.

Alcuni motivi di questa corsa alla rottamazione dello stenotipista sono ovvi: i tagli ai bilanci, duri anche negli USA, costringono a scegliere fra fare a meno di professionisti o fermarsi del tutto. Al contenimento dei costi si affiancano anche ragioni più interessanti, come il controllo di tutte le registrazioni automatiche, in tutte le aule di un Tribunale, da un’unica postazione: oltre a ridurre ulteriormente i costi del personale, quei prodotti permettono ai controllori di intervenire in caso di guasti o verbalizzare problemi in aula, nel minor tempo possibile.

Via alle registrazioni? No, un attimo

Insieme agli ovvi vantaggi, le registrazioni digitali hanno limiti intrinseci da non sottovalutare. Uno stenotipista sa concentrarsi solo su una o due voci, ignorando altri rumori, anche se hanno accenti pesanti o usano termini specialistici. Se un microfono si rompe, se ne accorge subito. Inoltre, finchè lavora in aula, uno stenotipista può chiedere di ripetere qualche parola che gli era sfuggita. Tutto questo gli consente di raggiungere accuratezze superiori al 98%, che non potrebbe certo garantire lavorando su registrazioni. Anche se (cosa tutt’altro che scontata) queste ultime fossero state effettuate con equipaggiamento allo stato dell’arte, in aule dall’acustica perfetta.

Il problema non è ipotetico. Le registrazioni di un processo durato otto mesi a Trenton contenevano più di diecimila parole incomprensibili, che costrinsero tutte le parti in causa a convalidarle “a mano”.

Il passo successivo, cioè far trascrivere le registrazioni ai computer, sarebbe ancora più critico anche se le registrazioni fossero sempre perfette. I software per riconoscimento vocale sono progettati per seguire solo una voce, ma in condizioni simili a quelle di un’aula di Tribunale la loro accuratezza potrebbe essere inferiore al 60%. C’è inoltre chi sostiene che il loro progresso abbia raggiunto limiti oggettivi non superabili già anni fa.

Di tecnologie ce ne sono tante…

In questo periodo negli USA non manca chi considera le registrazioni automatiche un “falso risparmio”, con conseguenze pericolose. In generale il passaggio da stenotipisti a registratori automatici sembra però vissuto come una transizione da “registrazioni accurate a registrazioni adeguate“, con rischi accettabili anche perché graduale, e comunque inevitabile. Potremmo risparmiare così sulle trascrizioni, velocizzando i processi, anche in Italia?

In attesa di pareri da chi è più competente di noi, ci limitiamo a ricordare che rischi e costi legati alla stenotipia si potrebbero diminuire anche lavorando ad altri livelli, forse meno d’effetto ma comunque efficaci e con meno rischi.

Uno è l’uso di di base adeguate. In Florida han dovuto rifare da capo un processo per omicidio perché la stenotipista, dopo aver trasferito i file delle trascrizioni digitali nel suo computer, non ne ha fatto alcuna stampa o backup. Quando un virus le ha colpito il computer, ha di fatto cancellato il processo. Una storia molto simile, in pratica, a quella di un giudice di pace nostrano.

I macchinari per registrazioni digitali c’erano anche a Napoli nel 2005, quando i processi erano bloccati. Però “giacevano intonsi nelle aule per mancanza di personale abilitato al loro impiego”. Nella stessa occasione, il giudice e coordinatore del settore penale locale, Enzo Albano, diceva che “servirebbe un’indagine [nazionale, per evitare sperequazioni e] capire come mai i costi della stenotipia variano molto da città a città”. Tradotto in termini oggi di moda: a quando gli Open Data sui costi della stenotipia giudiziaria?

Marco Fioretti

Marco Fioretti si è reso conto a metà anni ’90 che diritti civili e qualità della vita dipendono fortemente da come il software è usato INTORNO a noi ed è da allora che cerca di capire come funzionano certe cose. Per questo oggi, dopo diversi anni nell’industria telecom, fa a tempo pieno o quasi formazione, divulgazione e ricerca su come tecnologie e standard digitali aperti influenzano educazione, etica, diritti civili, politica, ambiente e, in generale, la vita di tutti i giorni.

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