Dall’ultimo rapporto promosso da I-Com e Fondazione Lilly, l’ risulta uno dei paesi con la più bassa percentuale di di successo. Sono solo 4, infatti, quelle degne di nota e che generano un fatturato di poco più di un miliardo di euro. Le cifre non sono certe esorbitanti se paragonate a quelle di USA, Cina e Germania che rispettivamente raggiungono le cifre di 325 miliardi di euro, 28,5 miliardi e 15,7 miliardi.

Essere dietro a paesi di questo calibro può non rappresentare una novità, ma il rapporto mostra che addirittura Cile e Corea del Sud scalano la classifica dei paesi con maggiori in start-up e conseguenti ricavi attestandosi su posizioni superiori a quella detenuta dall’Italia.

Conseguenza dello sviluppo è lo stato di occupazione. Anche in questo caso l’Italia si attesta come fanalino di coda della classifica che vede solo 3.500 persone occupate nelle imprese innovative in confronto alle 500 mila degli Stati Uniti, i 200 mila in Cina, i 66 mila in Germania e i 13 mila in Cile.

Dallo studio emerge, inoltre, che se le start-up in Italia investissero quanto Stati Uniti e gli altri paesi in lista, queste guadagnerebbero più di 108 miliardi di euro e offrirebbero 367 mila posti di lavoro.

A causa della scarsissima quantità di denaro investita in ricerca di base nel nostro Paese siamo costretti ad andare all’estero a produrre idee che domani importeremo, con costi enormi per la nostra economia” afferma, a fronte di questi dati, Andrea Lenzi, Presidente Consiglio universitario nazionale.

Il rapporto mette in luce quali potrebbero essere le cause dell’arretratezza dell’Italia in questo campo: “Questa stasi del mercato italiano può essere attribuita all’elevato grado di burocratizzazione per le imprese che innalza i costi di entrata delle aziende nel mercato, operando una sorta di barriera all’ingresso, diminuendo il dinamismo del sistema economico e così anche la carica innovativa“.

Ad aggravare la situazione per niente rosea è il dato che vede l’Italia indietro anche per quanto riguarda la produzione di brevetti: ultimo posto per percentuale di giovani imprese con meno di 5 anni che hanno registrato almeno un brevetto, con solo il 4%. Solo per fare un esempio, Danimarca e Norvegia sono avanti con il 36% ed il 32%.

 

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