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Gen Y: prosumer con idiosincrasie da (iper)connessione

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Prima di alzarsi la mattina il 90% degli appartenenti alla Generazione Y legge la mail, guarda cosa si dice su Twitter o posta qualcosa su Facebook dal proprio smartphone.

È questa l’immagine che guida i risultati della ricerca 2012 Cisco® Connected World Technology Report (CCWTR.) svolta in 18 nazioni su 1800 studenti di college e giovani professionisti tra i 18 e i 30 anni. La fotografia che ci viene presentata mostra un chiaro passaggio dalla semplice fruizione di contenuti informativi e di intrattenimento attraverso strumenti massmediali ad un atteggiamento di prosuming continuativo che rende ogni atto di consumo un’occasione per produrre contenuti da condividere, in mobilità, anche estrema: 1 su 3 messaggia mentre guida, con tutto ciò che ne deriva.

Sì, perché la GenY sembra prediligere l’uso di uno smartphone a quello di un laptop, evidenziando come la vita quotidiana intrecci gli spazi in cui viviamo con la necessità di una continuativa consultazione delle nostre esistenze connesse: il 60% controlla “compulsivamente” – certifica l’analisi – email, messaggi, (8 donne su 10 contro 6 uomini su 10)… tanto che 2 giovani della GenY su 5 vivono l’ansia di perdersi qualcosa della propria vita se non sono costantemente connessi.

È una generazione che ama usare la app (70%) e raccontarsi su Facebook (1 su 5 posta status più volte al giorno), che fa acquisti online (9 su 10) e si fa consigliare dalle recensioni di altri utenti (3 su 5).

Abbiamo quindi a che fare con un’attitudine a concepire la propria esistenza, gli altri e il mondo attraverso un continuum che consente alle vite off line di essere interconnesse a quelle online, agendo comunicativamente in continua mobilità attraverso uno strumento di connessione sempre più unico e personale che diventa una vera e propria protesi cognitiva senza la quale fatichiamo a pensarci e la cui privazione comincia a generare uno stato di inquietudine di cui siamo consapevoli.

Il punto è capire se e come questo stato di connessione, che appare come un punto di non ritorno, ci fa percepire le relazioni con l’Altro, quali legami fiduciari produce e in che modo agirà nella costruzione di un capitale sociale. Chi si occupa delle strategie di mercato sa, ad esempio, che il legame di fiduciarietà con le altre persone come noi è cresciuta nel tempo, tanto che l’Edelman Trust Barometer del 2012 vede al secondo posto la voce “a person like yourself” (al 67% con un incremento dall’anno precedente del 42%) a cui corrisponde una crescita di fiducia nel social media del 19%. Come dire: siamo più connessi tra noi e ci fidiamo di quei consigli che ci diamo reciprocamente, all’interno dei post, degli status o in quei retweet che leggiamo.

Eppure questa generazione più giovane ed interconnessa mostra, accanto ad indicatori che rappresentano una GenY che si rende sempre disponibile alla comunicazione – che si tratti di forme di informazione o di intrattenimento –, particolarmente attiva e partecipe, anche i segnali di una diffidenza circa la relazione tra vita online ed offline che potrebbe mostrare una potenziale inversione di tendenza in futuro sui rapporti fiduciari tra utenti.

Quattro intervistati su cinque (l’81%) pensano che le persone abbiano diverse identità online, anche non in linea con quelle offline (lo pensa 1/3) e lo pensano perché quattro di loro ogni dieci ha dichiarato che online gioca con forme di identità che hanno poco a che fare con la loro personalità offline.

Come vediamo si tratta di una realtà dai contorni sfumati che mette in gioco prospettive e dubbi. La stretta relazione tra vita online ed offline apre ad un universo sfumato di comportamenti sociali: sta passando la prima fase di ingresso di massa nella realtà dei social network e di presa di confidenza con le regole di una condivisione continuativa basata su legami tendenzialmente fiduciari e si cominciano ad intravedere le idiosincrasie da connessione.

Troppo piccolo per ora l’universo intervistato e forse un po’ troppo guidata la lettura della realtà dalle domande poste. Resta il fatto che dobbiamo abituarci ad affrontare un universo di riferimento complesso dove non avremo a che fare con un’omogeneità di atteggiamenti nei confronti di ciò che avviene online assieme agli altri. Non basterà il “l’ho letto su Facebook” per costruire una relazione tra genuinità di un’informazione e grado di fiducia nella stessa – che si tratti di una news, di informazione su un brand o altro. Questa GenY costruirà probabilmente le proprie isole fiduciarie nella rete del web sociale in cui navigare con più sicurezza. Si tratta per chi opera nel mercato di capire come costruire approdi utili che siano armoniosi con la morfologia dei territori che questi utenti occupranno.

Giovanni Boccia Artieri

Professore ordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino Carlo Bo dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali e dirige il corso di laurea in Informazione, media, pubblicità e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo.
Si occupa delle culture della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione a come i social media cambiano il nostro modo di essere pubblici, cittadini e consumatori.

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