Amministrazione Digitale

Giustizia e nuove tecnologie: sentenze con mappe e dati aperti?

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Giudici e magistrati hanno un ruolo un ruolo vitale nella società, con responsabilità e dignità che non vanno nè sminuite nè messe in discussione. Senza contestare questo principio, anzi partendo proprio da lì, il recente rapporto “Magistratura nel 21mo secolo” (nel Regno Unito) propone ai magistrati britannici diversi obiettivi per il prossimo futuro, fra cui tre particolarmente interessanti anche in Italia.

Il primo è farsi coinvolgere, superando il “malinteso” secondo cui i magistrati possono essere imparziali solo rimanendo più distaccati possibile dalla comunità in cui operano. Il rapporto propone invece di diventare ambasciatori attivi e accessibili della , per “connettere” alla legge, demistificandola, i cittadini intorno a loro.

Il secondo obiettivo è mettere tutti i magistrati nelle condizioni di scoprire e conoscere davvero gli effetti dei vari crimini nelle loro comunità, per decidere nella maniera più efficace.

Mappe digitali a fianco dei Codici

Il terzo non è un obiettivo ma un obbligo, conseguenza diretta e inevitabile di quanto appena esposto: per fare tutto questo, i magistrati devono diventare davvero “digitali”, prima possibile. In pratica, per arrivarci il rapporto suggerisce diverse proposte. Alcune sono molto semplici, almeno tecnicamente, come diffondere abitualmente le sentenze dei processi su Facebook, Twitter e altri canali del genere.

Un altro modo, che costituisce il tema centrale di questo post, è l’uso di strumenti (digitali) più efficaci per arrivare a emettere sentenze più informate e obiettive possibile.

Per decidere con cognizione di causa i magistrati britannici usano già da tempo i cosiddetti Community Impact Statement (CIS). Queste Dichiarazioni d’Impatto sono brevi relazioni che spiegano esigenze, problemi e priorità della comunità interessata. Il loro scopo è fornire, al magistrato che volesse tenerne conto, informazioni utili per valutare l’impatto sulla medesima di certi crimini o comportamenti antisociali (ASB, Anti Social Behaviour).

Il problema delle CIS, almeno come unici “input” dal territorio, è che possono essere poco chiare o facilmente impugnabili. Per questo si propone di di affiancarvi, nella preparazione delle sentenze, un uso sistematico di mappe digitali ufficiali che mostrino, per ogni tipo di reato, la sua diffusione, frequenza ed eventuali contromisure già in atto in ogni quartiere, città o contea.

Analizzando questi dati un giudice britannico potrebbe quindi valutare velocemente, a costi ridotti e soprattutto con criteri standard, più oggettivi e meno esposti a critiche delle CIS, se un certo reato merita aggravanti o attenuanti e così via.

Mappe adeguate potrebbero, infatti, fornire dati oggettivi per valutare se aver commesso un reato in un certo luogo è stato un caso oppure una scelta deliberata per avere più probabilità possibile, sia di commetterlo che di farla franca. Un facile esempio potrebbero essere ubriachezza molesta, vandalismo e simili in zone come il quartiere Trastevere a Roma, ricco di locali notturni.

Nel Regno Unito emettere sentenze in questo modo è tecicamente già possibile grazie al notevole sviluppo e al grande successo (47 milioni di visite in poco più di un anno di vita) del sito ufficiale della polizia britannica che fornisce, oltre a tante altre informazioni, proprio questo tipo di mappe (cfr Figura 1). Un esempio italiano dello stesso tipo, assolutamente non completo nè ufficiale, è quello curato dal giornalista Daniele Belleri. Le mappe inglesi, oltre a mostrare i crimini in luoghi “sensibili” come stazioni, supermercati, locali notturni e centri commerciali, forniscono anche dati storici e informazioni su cosa è avvenuto dopo ogni crimine (cioè se è in corso o no un processo, cfr Figura 2).

Mappe per le sentenze, i contro…

Certo, anche in Inghilterra le qualche polemica l’hanno creata, anche fuori, e prima, dei tribunali. Le conferme numeriche che certi centri commerciali o attrazioni turistiche attirano borseggiatori e simili molto più di altre zone provoca comprensibili timori di essere discriminati in chi ci vive o lavora. Le autorità inglesi hanno comunque proseguito nella pubblicazione dei dati, spiegando che vanno usati per acquisire maggiore consapevolezza, non certo per chiudersi in casa o evitare completamente certe zone. Un atteggiamento da confrontare con certe reazioni Italiane a semplici consigli, non dati, sugli stessi argomenti.

Un’altra obiezione che verrebbe sicuramente sollevata in Italia su strumenti di questo genere è “la privacy”. Ma per proteggerla basterebbero diversi gradi di accesso. Far vedere a un giudice, nel terminale connesso alla rete privata del Tribunale, le locazioni esatte di ogni reato, e magari anche i nomi dei relativi imputati, non impedisce affatto di pubblicare su Web gli stessi dati anonimizzati, cioè aggregati per strada o codice postale e magari senza nomi.

Sempre in teoria, le mappe del crimine potrebbero portare a sentenze sbagliate perché incomplete o fornire ulteriori modi e pretesti per influenzare o manipolare coscientemente una sentenza.

In realtà timori del genere non hanno, al momento, alcuna base concreta. I magistrati devono già valutare l’accuratezza di tutte le loro fonti: in questo caso dovrebbero solo tenere in considerazione elementi come la data dell’ultimo aggiornamento di una certa mappa. Quanto agli usi illeciti, se anche pubblicare i dati online ne aumentasse l’opportunità, aumenterebbe molto di più la probabilità che tali usi venissero individuati prima possibile.

e i pro

La lentezza della “macchina della giustizia” italiana non ha bisogno di presentazioni. Qualunque strumento che possa velocizzare l’emissione di sentenze giuste e inattaccabili andrebbe come minimo sperimentato, soprattutto se, come questo, è relativamente economico, facile da usare e ha un potenziale che va ben al di là delle sue funzioni iniziali. In primo luogo, i dati digitali sono fatti per essere collegati. Quando si ha la mappa di base, diventa molto più facile aggiungerci (sempre lasciando al magistrato e alla sua professionalità l’onere finale della sentenza, ovviamente) tanti altri elementi che fanno lavorare più efficacemente: citando solo tre esempi fra le migliaia possibili, orari dei trasporti pubblici, interruzioni di energia elettrica, reddito medio e tassi di abbandono scolastico in un certo quartiere, sono dati che potrebbero facilitare parecchio analisi dei fatti e individuazione di responsabilità in non pochi processi.

Ancora più interessante è l’uso dei dati, anche solo sui crimini, per facilitare decisioni al di fuori dei tribunali, anche per ridurne il carico di lavoro. Sapere da fonti affidabili quante aggressioni avvengono dopo il tramonto, quartiere per quartiere, è un eccellente aiuto per un sindaco che debba decidere dove installare più lampioni. Come dimostra questa storia dal Brasile, diffondere le informazioni giuste su certi delitti può anche aiutare potenziali vittime a evitarli. Perché non provare, allora?

Se non altro perché, tutto sommato, molto probabilmente è già tardi per scegliere. Il mondo non aspetta. Il momento in cui qualcuno contesterà pubblicamente l’operato di un magistrato italiano a partire da mappe digitali che mischiano dati sul crimine e di qualsiasi altra natura è sempre più vicino. Ma allora perché non servirsene per primi per lavorare meglio, e chiedere che contengano dati affidabili?

Marco Fioretti

Marco Fioretti si è reso conto a metà anni ’90 che diritti civili e qualità della vita dipendono fortemente da come il software è usato INTORNO a noi ed è da allora che cerca di capire come funzionano certe cose. Per questo oggi, dopo diversi anni nell’industria telecom, fa a tempo pieno o quasi formazione, divulgazione e ricerca su come tecnologie e standard digitali aperti influenzano educazione, etica, diritti civili, politica, ambiente e, in generale, la vita di tutti i giorni.

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