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Paola Bonini: “L’online è il nostro destino, ma la parola d’ordine è affidabilità”

Bonini

, giornalista, consulente di comunicazione, di editoria e media digitali, vanta una lunga serie di esperienze professionali. Ora è responsabile di Intangibile Magazine, nell’ambito della redazione del progetto E.ch.i (Direzione Cultura Regione Lombardia).

Quel che si dice aver le idee chiare. Paola Bonini, giornalista, consulente di comunicazione, editoria e media digitali, vanta una lunga serie di esperienze professionali. Ora responsabile di Intangibile Magazine, nell’ambito della redazione del progetto E.ch.i (Direzione Cultura Regione Lombardia), ha lavorato come editor, traduttrice, ovviamente giornalista e via di seguito.
Tutte competenze che seguono un fil rouge, per tornare alle idee chiare, ben preciso: “Rientro in quella categoria che con il termine carriera  intende la possibilità di coltivare e crescere intorno ai propri interessi”. Nello specifico si parla di cultura da un lato, e di comunicazione dall’altro.

Come  la rete ha cambiato il suo lavoro (uno, o tutti)?

In molti modi. Innanzitutto è una fonte inesauribile di informazioni su persone, progetti, idee. Poi rappresenta un modo per accrescere il proprio network professionale.  E’ il punto di contatto di tutti i miei interessi.

Il fil rouge di cui sopra.

Sì: è in rete che ho visto spostarsi la comunicazione dagli anni Ottanta ad oggi.  Ho avuto la fortuna di lavorare in Hagakure (azienda di Social Media e Digital Pr, nda), dove ho studiato dall’interno l’evoluzione dei media apprendendo  cose che mi sono utili anche oggi, lavorando con E.Ch.i per avvicinare il pubblico a quello che è un mondo strettamente scientifico, di beni immateriali.

Come credi che il giornalismo italiano stia reagendo al digitale, al di là dei buoni propositi? Per capirsi: una rivoluzione alla Newsweek, qui, è possibile?

Newsweek ha seguito un destino che definirei ineludibile. Si spostano gli investimenti pubblicitari, le abitudini e i modelli di business. E’ un dato di fatto e non possiamo tornare indietro. Il punto è come mantenere degli standard elevati di qualità, perché a me non interessa come vengo a sapere le cose (se su carta, web, o un signore col megafono sotto la mia finestra), ma in che modo.

Loro lo sanno, sì. Loro.

Qui da noi il modello di business non si è spostato di un millimetro, ma sono anni che ci interroghiamo in più sedi, e non si può far finta che anche da noi si viva un’epoca di convergenza assoluta. E anche in Italia – e non lo dico io, ma il Censis, che ha spiegato quanto poco ormai la gente si fidi dei giornali – il problema è un altro: l’affidabilità dell’informazione.

Ecco, e come stanno i blog?

Mi pare bene. C’è sempre chi ne fa di nuovi e quelli già emersi hanno sempre più spazio. I blogger si devono guadagnare da zero un’autorevolezza che alcuni giornalisti hanno di base, ma nei loro confronti si parla sempre di libertà: chi fa informazione, si prende delle responsabilità e dovrebbe avere una deontologia.

I segreti per una buona community.

Serve individuare bene gli interessi di riferimento, visto che andiamo incontro ad un mondo fatto di nicchie. Una buona comunicazione non è un fatto di numeri, ma di come si arricchiscono le conoscenze comuni: è qualcosa che concerne la qualità dello scambio.

Donne e ict: ci sono differenze di genere?

Vorrei rispondere che non ci sono, ma per quanto se ne parli, e ci si impegni, a livello di grandi numeri, sono poche.  Le cose si muovono – sono molto contenta per esempio che l’assessore alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano Cristina Tajani abbia ricevuto la delega per l’Agenda Digitale –  ma ecco, mettiamola così: io ho 43 anni, e ancora sento discutere del problema. Spero che mia nipote di sette, non viva più il dibattito, ma una realtà diversa.

Last shot: politici e Twitter.

E’ fondamentale che i politici si aprano ai social network: come dice Rodotà, è un modo di dare corpo alla democrazia. Certo, è anche necessario che lo facciano studiandoli. Non serve l’ansia del realtime, così come non si può usarli con una logica da comunicato stampa. Non servono a nulla se usati come posto dove lanciare slogan che impauriscono o affascinano, o peggio ancora, per litigare con gli avversari politici. Altro tema è il dibattito del politico che twitta da solo, o si fa aiutare da uno staff. Va spiegato che chi twitta in vece di un politico, non è autonomo, ma è al massimo qualcuno che lavora gomito a gomito con lui: dopotutto, mi pare che nessuno si stupisca dell’esistenza di un ufficio stampa. Quindi perché farlo di uno staff sui social media?

Diletta Parlangeli

E’ giornalista professionista, redattrice del quotidiano DNews dove si occupa di Cultura e Spettacoli. È appassionata della rete e delle sue dinamiche e scrive anche di tecnologia. Collabora con il Corriere Fiorentino e L’Espresso. Il suo blog è Diparipasso.

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