London Notes

La rete non ha un cuore

Amanda_Todd

Scrivo nel giorno in cui la notizia del suicidio di Amanda Todd sta facendo il giro del mondo. Ne scrivo perché come tutte le vicende che dalla rete si trasferiscono nella vita reale, necessita di una riflessione più ampia. Una riflessione che vada al di là dei meriti e demeriti delle singole persone. La vicenda di Amanda e’ molto semplice sebbene molti seri e complicati ne sono stati gli esiti. Una giovane ragazzina canadese incontra un ragazzo in video, mostra il suo giovane corpo 12 enne, viene ricattata. Per questo si porta l’onta della vergogna, perpetrata su Facebook, fino all’altro ieri in cui decide di togliersi la vita un mese dopo il suo sedicesimo compleanno. Seguendo lo stile di tutta la vicenda, annuncia la sua intenzione di togliersi la vita in un toccantissimo video in cui racconta anche tutta la sua storia.

Nello stesso giorno in cui Amanda si riprendeva la sua vita, in Gran Bretagna ci si interrogava su come si debba regolamentare la libertà di espressione online. Matthew Woods, quando tra qualche anno sarà passato lo shock, potrà raccontare di aver passato tre mesi in carcere per aver pubblicato commenti offensivi riguardo April Jones, una bambina scomparsa il giorno prima. Alazhar Ahmed e’ stato invece condannato a 240 ore di lavori socialmente utili, per essersi lasciato andare ad un commento poco edificante riguardo ai sei militari inglesi uccisi in un attentato in Afghanistan lo scorso Marzo.
Di casi come questi ne sono pieni i fascicoli dei magistrati britannici; 2490 casi nel 2011 sono stati indagati dai giudici in base a segnalazioni pervenute dagli utenti stessi, circa 50 a settimana. E’ ovvio che qui si pone un problema non indifferente e sul quale sono state scritte molte cose. Kier Starmer (director of pubblic prosecutions) riconosce che quello che si sta portando avanti sia un pesante attacco alla libertà di espressione e che dopotutto, in democrazia, si ha anche il diritto di poter essere offensivi, cosi nella vita reale come online. Il fatto che ancora non esista un’autorità vigilante in materia, comporta che la responsabilità di ciò che viene detto e scritto online, ricada esclusivamente sul soggetto. Non come i media tradizionali, dove se qualcuno viene diffamato, c’è sempre un autorità responsabile della pubblicazione dei contenuti. Sebbene sia evidente che c’e’ abuso della libertà di espressione e che questa debba inevitabilmente comportare anche un assunzione di responsabilità, la linea tra immoralità (o stupidità) e illegalità non può e non deve assottigliarsi più di quanto lo sia ora. L’indignazione è stata unanime; l’intervento di Starmer invocato a gran voce.

Come fare quindi? Si renderà necessario convocare un tavolo di consultazione al quale parteciperanno rappresentanti di Facebook, Twitter (vi immaginate una cosa cosi in Italia??), giornalisti e autorità’ di polizia, affinché non si verificano più attacchi tanto evidenti alla libertà di espressione e non si corra il rischio di vedere un’altra Amanda Todd togliersi la vita perché perseguitata da un criminale. La polizia, a quanto pare, spinge per un controllo più stretto da parte dei Social Media stessi che permettono la pubblicazione di certi commenti. E’ evidente che, oltre che essere infattibile da un punto di vista tecnico, sarebbe come rendere responsabile la compagnia telefonica quando un terrorista utilizza il telefono per organizzare un attentato.

I bulli sono sempre esistiti ed esisteranno anche nel futuro, su questo non ne ho dubbi. Certo, il fatto di poter tranquillamente trollare chiunque comodamente da casa e protetto da un ipotetico anonimato, non ha fatto altro che rendere tutto più semplice. Ma, come nella vita reale, la repressione non funzionerà. E’ il solito gioco dello scarica barile. Attribuire la responsabilità’ ad altri, significa solamente fingere che tutto vada bene e nascondersi dietro un dito. Se il bullismo esiste è perché esiste un evidente problema di rispetto reciproco che può essere risolto con educazione e responsabilizzazione. Quando ci si deciderà a parlare seriamente di “educazione ad ” nelle scuole? Certo detto cosi sembra estremamente demagogico visto che l’Italia è un paese in cui non si è ancora riusciti a dare il peso necessario all’educazione civica, ma alla base del caso di Amanda e Matthew c’è una fondamentale mancanza di comprensione della portata del mezzo internet. Bisogna realizzare che il problema della rete non sono più solamente i pedofili (o BOT presunti tali). Educare all’utilizzo della rete significa anche insegnare come trarre il massimo da una risorsa importantissima, e con la quale nessun’altra generazione precedente ha avuto a che fare, per far si che rappresenti un’opportunità ancora maggiore di sviluppo e di crescita.
Occorre pero’ che questi casi si ripetano con la minor frequenza possibile, e bisogna quindi anche insegnare a come difendersi. Perché si, la rete è anche qualcosa da cui bisogna difendersi; la rete purtroppo, o per fortuna, non ha un cuore.

Marcello Mari

Marcello Mari

Vive a Londra dove ha fatto della tecnologia e dell’ICT un interesse prima che un lavoro. Laureato in Scienze Politiche, appassionato di Relazioni Internazionali e di Politica, ha vissuto per due anni negli Stati Uniti, uno in Indiana e uno in Illinois. Per TechEconomy è stato osservatore di usi e costumi della rete in terra londinese, ed oggi si occupa di analizzare trend digitali dati alla mano.

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5 commenti

Commenti e reazioni su:

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5 Comments

  1. SlashMorgan

    15/10/2012 alle 15:44

    “abuso della libertà di espressione” è semplicemente assurdo

    un giorno qualcuno mi spiegherà se oggi si vieta x o y domani in un differente clima culturale perché non si dovrebbe poter vietare che so parlare contro la dittatura o la pedofilia

    la libertà di espressione o è totale o non è (con tutte le conseguenze negative che non nego affatto)

  2. franchesca

    15/10/2012 alle 17:52

    Si tratta di una tragedia quello che è successo a questa ragazza e la sua famiglia. Come madre sono costernato e un po ‘frustrato. Il mio compagno e ho installato il software libero sassreport che permette di monitorare l’attività dei nostri figli su Internet. Questa volta siamo in grado di rilevare se il bambino sta vivendo cyberbullismo. L’ho trovato qui http://www.sassreport.com

  3. Yara

    18/10/2012 alle 18:42

    Non sono affatto sicura della storia di Amanda Jones, ci sono dei punti molto poco chiari. Perchè non ha smesso di utilizzare la rete per calmare il polverone? Perchè ha continuato ad usare YouTube e Facebook e via dicendo in modo da dare modo di essere rintracciata dai suoi persecutori? Non sto tentando in alcun modo di diminuire la loro responsabilità nella depressione della ragazza ma credo che questo abbia ben poco a che fare con la rete quanto con dinamiche di accettazione e persecuzione sociale che avvengono anche al di fuori di internet.
    Per quanto riguarda i casi di Matthew Woods e Alazhar Ahmed invece mi pare un chiaro esempio di limitazione della libertà di espressione, che non può passare sotto silenzio.

    • Marcello

      21/10/2012 alle 20:09

      Ciao Yara, credo tu abbia ragione e sono d’accordo. Ma Internet ha un ruolo fondamentale di amplificatore, ed e’ per questo che ritengo sia necessario essere consapevoli delle conseguenze e quindi avere un’educazione all’utilizzo di Internet.

  4. Pingback: Twitter sotto accusa in Gran Bretagna causa troll | Tech Economy

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