Analogical side

Pagherete caro, twitterete tutto!

Twitter

“Ci vediamo sabato, Marco?” Gli dico che sarò a Milano. “Lavori?” Gli spiego che venerdì sì, sono lì per lavoro, ma mi fermo sabato per la mostra di Picasso e il pomeriggio a #TA12. “ Che cos’è?” Spiego all’amico siciliano che si tratta dei Awards 2012. Trasecola: “Che mii… ci devi dire Tu a quei fancazzisti?” Gli ricordo che mi piace vedere le cose da dentro. Scuote la testa: “Mii.., miii, miiii..!” (Preciso per i lettori che non sto censurando la più frequente delle parole siciliane: minchia. È che il mio amico ce l’ha monosillabica e strascicata).

#MIA12: e l’Award per il miglior sternuto digitale, no? Avevo seguito in live streaming i #MIA12, punto culminante della Blogfest di Riva del Garda, dove si premiano, ogni anno, i siti e i blog giudicati migliori e anche i protagonisti di Twitter. Una cosa mi aveva subito colpito: prevedere 40 Awards vuol dire arrivare a premiare in pratica anche il miglior sternuto digitale! E poi, visto a distanza, con un Live Streaming a dir poco problematico, non si percepiva assolutamente il clima dell’avvenimento. Piuttosto appariva l’imbarazzo dei due conduttori, contratti e ingessati in maniera neanche complementare: @GianlucaNeri con un look grigio-casalingo e scarpe da calamità naturali e un’ululante @AndreaDelogu con peplo “azzurro nazionale”, stile tardo ellenico rivisitato. Ma nella blogosfera, sui Social e su Twitter in particolare si coglieva un clima di partecipazione molto divertita, come mi confermava un’amica attendibile come @UbiFrieda, clima che non traspariva minimamente dalla livida ripresa di quel singultante live streaming. Quando poi appare @BeppeSevergnini, l’audio sparacchia peggio che mai: non si capisce nulla, tranne la battuta su Formigoni (“For me gone!”) che Beppe ripete ormai ossessivamente con l’occhio lucente di chi per questa cazzatella (“geniale, geniale”) si attende almeno un Pulitzer! Questo contrasto tra quello che si percepisce da lontano e il percepito di quelli che c’erano, mi spinge a voler vivere dall’interno questo tipo di eventi. Ne parlo con alcuni miei studenti ed ex studenti, specialisti di soluzioni smart: ok prof, a Milano per #TA12. E sia!

#TA12: faccio cose, twitto gente. Direzione Milano. È la mia prima volta con Italotreno: nessuna sostanziale differenza con FrecciaRossa. Anche per il WiFi che, in entrambi i casi, non ha una velocità coerente con i rispettivi treni. Quello di Italo poi esagera per romanticismo: va ancora a vapore. Scendo a Porta Garibaldi, tempo incerto e luce molto particolare mi consentono una foto della Skyline per la quale mi congratulo con il mio BlackBerry. I Twitter Awards 2012 sono calati nella settimana della Comunicazione. Ne approfitto per un paio di workshop: sulle “nuove professioni del Web” e relative responsabilità (affollato, in una simpatica location postalternativa: Ostello Bello) e su “comunicare l’arte” (eravamo pochi intimi, ma ha davvero sbagliato chi non c’era. Location suggestiva: Auditorium Lattuada). Poi un appuntamento di lavoro. E finalmente eccomi pronto sabato pomeriggio, mappe aperte sull’Ipad, a raggiungere lo Spazio Teatro dello IED. Arrivo puntuale, ma scopro di essere uno degli ultimi. C’è già il pieno e la fase di primo approccio è iniziata: “I twitteri si annusano” è il mio primo tweet. Immediata la risposta di @insopportabile: “Attento a chi alza la gamba!”. Alcuni momenti d’imbarazzo, quando qualcuno si presenta, non perché alzi la gamba, ma perché il riconoscimento è problematico. Io non sono fisionomista d’accordo, ma la distanza tra la “fotina” su Twitter e la faccia che mi si para davanti, spesso fa impallidire lo spread dei tempi più bui. Quando si avvicina @cristinasimone, tiro un respiro di sollievo: non c’è spread, la riconosco anche se mi levo gli occhiali. Ed ecco che ci chiamano dentro, si comincia: audio da stazione ferroviaria, niente WiFi, ma l’entusiasmo supera questi dettagli. Gli organizzatori dicono cose da organizzatori, ma hanno facce simpatiche, si sono prodigati e gli applausi scrosciano, anche se non si è capito quasi nulla. “Faccio cose, twitto gente”: proprio figo questo claim, vero? mi chiede un ragazzo giovanissimo seduto a fianco. Assento, aggiungendo che è una metacitazione di Moretti. Mi guarda perplesso. Preciso: Nanni Moretti, il regista. Perplesso come prima, ma ribadisce “figo!”, come per rassicurarmi.


Voglio trovare un senso a questa storia
, nonostante la paradossale, contraddittoria, e anche un po’ autolesionistica, affermazione degli organizzatori (vedi @RudyBandiera): “I Ta12 Awards non servono a nulla, come non serve a nulla un qualunque evento. L’unica finalità è l’incontro, la festa, lo stare insieme, il mangiare e soprattutto il bere.” Insomma panem (poco, perché gli sponsor munifici ancora latitano) et circenses (non erogati ma autoprodotti). Non diversamente del resto da quanto dicono quelli di Blogfest: una festa, una gita di classe della “rete”, un raduno, puro divertimento. Come se loro per primi si spaventassero delle dinamiche che si creano intorno all’evento e mettessero le mani avanti, perché nessuno ipotizzi un contesto culturale. Insomma cazzeggiamo soltanto, mica ci vorrete costruire sopra analisi e critiche, eh?

In questo modo si sentono esonerati dal dover essere costruttori di senso: una sfilza di premiazioni perché la competizione è una molla formidabile per attirare gente e poi il senso, se proprio qualcuno vuole, se lo cerchi nell’occasione che gli offriamo di un rapporto ravvicinato off line. Sempreché abbia il coraggio di abbandonare le difese molto protettive dell’identità digitale.

Io, signori organizzatori, penso invece che dovreste favorirla la ricerca di un “senso collettivo”, anziché passare il microfono al vincitore di ogni categoria per il tempo strettamente necessario a dire poco più di: “Sono contento di essere arrivato primo, grazie followers!”. Che sembra il revival degli impolverati vincitori di tappa del Giro d’Italia in bianco e nero, con una sola differenza: quelli ringraziavano “il patron” e salutavano la mamma. Davvero volete rinunciare a utilizzare l’indubbia capacità autoriale dei finalisti che, tra l’altro, sono venuti fino a lì e che potrebbero rivisitare totalmente il concetto di talk show in salsa davvero unconventional? Limitarsi a medagliare il talento, senza dargli la possibilità di esprimersi e parteciparlo, è uno spreco.

Intendiamoci non rifiuto la festa, figuriamoci. Penso che ciascuno di noi abbia vissuto, quel pomeriggio, siparietti divertenti: l’inossidabile @BeppeSevergnini che replica fedelmente la presenza a Riva del Garda, ovviamente ripetendo il mantra “For me gone”, una fan di @comeprincipe che supplica me di intercedere perché lui la segua (“La prego, l’ho sentito: ha detto che lei è il suo prof preferito!”), @carlogabardini che si aggirava più stralunato di Pippo, l’abbraccio oltretombale di @tristemietitore e @novellatwittina, un coglionazzo (=bimbominkia?) che indagava su come mai io avessi azzeccato, in un tweet della mattina, cinque vincitori su sette. Stavo per inventarmi un complotto della lobby giudaico-massonico-proletaria ispirata da @lddio. Così, per vedere l’effetto che fa.

Ci siamo divertiti, certo. Ma introdurre anche contenuti di riflessione e provocazione, accanto al meccanismo aggregante e ludico della competizione, dando una voce oltre che un podio al vincitore e ai finalisti, offrirebbe più senso condiviso al “quel sabato dei TA12”.

Le nuove angosce: l’ammosciamento del klout.  La sera ho una cena con ex allievi ora in carriera a Milano. Il patto è di lasciare tutti i device all’ingresso, deve essere il trionfo dell’incontro analogico: con il gusto di viverlo fino in fondo, non di raccontarlo e documentarlo sui Socialcosi. Sembra una scena da western: i pistoleri depongono le armi. Il clima è piacevolissimo aiutato da due rossi di rispetto (Sagrantino e Barbera) portato dagli enologi del gruppo. Mi accorgo che Massimo s’infila frequentemente la mano in tasca. Troppo frequentemente. Ossessivamente. Cerca l’Iphone che, insieme a un patrimonio di tecnologia, ha deposto all’ingresso; in maniera compulsiva continua a tastare la tasca vuota. È seduto nell’angolo, per muoversi deve far alzare l’intera fila: “Vado in bagno”. Dopo qualche minuto di assenza, iniziano inevitabili le battute goliardiche sull’uso improprio del bagno. “Ma quale droga, magari! Lui si chiude al cesso per digitare. Ha paura che, se sta lontano dai Social, gli si ammoscia il Klout…” Voleva essere una battuta nel clima di cazzeggio, ma a Francy gli viene proprio male, nella voce c’è una nota che fa la differenza. La risata si smorza subito e il silenzio piomba a ingessarci. Pochi secondi, è ora sono lacrime: “Non ne posso più, è una dipendenza vera, Max è un malato…”

Equilibrio vo cercando. L’equilibrio tra vita on line e off line è quello che molti di noi stanno cercando. Soprattutto chi è nato analogico (a me, hanno dovuto spiegarlo che Klout è un “indicatore d’influenza attraverso i Social”) ed è stato investito dalla rivoluzione digitale. Sono strumenti, sono canali, sono territori di esplorazione quelli che ora abbiamo a disposizione e che, con l’uso, stiamo trasformando anche in palcoscenici sui quali esibirci, spesso raccontandoci addosso: i media siamo noi. Il Censis l’ha battezzata “era biomediatica”. Io preferisco “egomediatica”: nell’epoca della facilità di collegarsi e proporsi, l’egocentrismo si esalta. Ma alla facilità di salire sul palcoscenico non corrisponde quella di avere un pubblico e, subito dopo, quello di mantenerlo. Diversi protagonisti di Twitter mi hanno confidato della difficoltà di tenere il ritmo, di conciliare la brillantezza della loro identità digitale con una quotidianità talvolta problematica. E della loro progressiva dipendenza: la coazione a digitare. Negli incubi di alcuni di loro c’è una folla di followers, inferociti perché hanno osato fermarsi, che urlano: “Pagherete caro, twitterete tutto!”

Un motivo di più, quando ci incontriamo nella “vita che si tocca”, per scambiarci quello che conta davvero perché sia festa vera e non un lungo, infinito, disperato sballo che riempie le notti, ma non colma i vuoti esistenziali.

Marco Stancati

Marco Stancati

Oggi consulente per la comunicazione d’impresa, formatore, curatore d’eventi. Ieri manager aziendale, docente alla Sapienza di Roma (comunicazione Interna e Pianificazione dei Media), direttore responsabile di periodici. Da sempre buon nuotatore, da otto anni plurinonno e discreto fotografo. Da analogico che vive quotidianamente la fantascienza del digitale, scrive di fenomeni coinvolgenti, di motivante umanità e di ordinaria disumanità.

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6 commenti

Commenti e reazioni su:

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6 Comments

  1. evaporata

    11/10/2012 alle 12:38

    Eheeh…pensa che sto scrivendo un post proprio sull’op-posto. Ossia la sorpresa di capire che la gente desidera conoscermi personalmente e sentirmi parlare piuttosto che leggermi.

  2. paoladelusa

    11/10/2012 alle 12:50

    Molti dei termini usati sono a me poco familiari visto l’avvicinamento lento e progressivo a questo mondo,la lettura è risultata molto piacevole e ho ritrovato molte affermazioni che condivido anche se sono su twitter da meno di un anno.Esso è una bella piazza e ognuno si sceglie il suo angolo di osservazione e di condivisione ma con molti ma.Referenzialità, chiusura agli altri se non ti incensano, mancanza in molti di senso critico e di discernimento.Ho letto un n spropositato di rt di cazzate (chiedo scusa) solo perchè postato da un personaggio più o meno famoso oppure, e qui concludo, gente che “elemosina” seguaci fra politici (di qualsiasi colore) o giornalisti con una formula ripetitiva inconcludente umiliante. Etc

  3. Francesca

    11/10/2012 alle 14:24

    L’analisi è davvero interessante soprattutto nella parte “egomediatica” della questione.

  4. Andrea Carini (@andreacreativo)

    12/10/2012 alle 13:38

    Caro Marco, lettura piacevolissima 🙂

    Anch’io sono nato analogico e la trasformazione digitale, ne sono consapevole e felice, non sarà mai completa. Ammetto che ogni tanto la compulsione di controllare email o altro ce l’ho anch’io ma, ad esempio, non sono certo dipendente da Klout e se qualcuno valuta se “seguirmi” o meno basandosi su un’applicazione, beh meglio che non mi segua. So cos’è Klout ma non ho idea di come – o quanto – mi consideri 🙂

    Non posso nascondere la gratificazione personale quando i followers aumentano e un sottile dispiacere quando qualcuno decide di non seguire più ciò che dico, twittando (ammesso che lo abbia mai fatto).

    In fondo io stesso raramente leggo la timeline ma faccio un uso quasi smodato di liste e seguo con grande motivazione le conversazioni che si sviluppano intorno agli hashtag. Uso applicazioni come Paper.li e Flipboard che raccolgono il “mio” flusso di aggiornamenti social in modo piacevolmente fruibile… siamo ormai tantissimi e la quantità di informazioni è superata solo dalla compulsiva e spesso pedissequa “condivisione” che ne viene fatta.

    Per quanto riguarda gli eventi non c’è nulla di male a divertirsi anche se è inevitabile che ci sia sempre qualche deriva fanatica 🙂

    Non frequento moltissimi eventi social (anzi per ora solo il #TTT) ma il piacere di incontrare “dal vivo” persone che si seguono e si stimano è reale. Mi piace quando c’è la possibilità di confrontare e condividere opinioni e visioni su questo mondo in cui è cambiato e continuerà a cambiare il modo di comunicare, di interagire.

    A proposito di eventi e #TTT, attendo con piacere di rivederti il 20 al #TTT07 😉

  5. Giovanna

    13/10/2012 alle 11:30

    Analisi intelligente, sapida, piena di spunti….tra gli altri un pensiero fa eco ai miei attuali: la voglia di dare un senso alle dinamiche create dai social medias. Un senso che depassi quello primario di appartenenza al gruppo o quello proclamato d’illuminare un Ego latente.
    I social medias, Twitter in particolare, sono una miniera di accessi alla conoscenza, al dibattito. La scelta di dare risalto ai temi tramite hashtag permette l’identificazione ed il dibattito con il mondo degli “esperti”, consente al profano di contribuire a discussioni riservate, un tempo, ad ambiti privati.
    Detto questo, so what? Cosa ne facciamo di queste dinamiche? Di questi migliaia di tweets che scandiscono la timeline?
    Di ritorno dall’Internet Festival di Pisa m’interrogo sull’impatto reale di questo piccolo mondo sull’evoluzione della società. Mi sembra che, per evitare di rinchiudersi nell’acquario, sia necessario riflettere ad un modello di elaborazione delle idee che permetta la creazione di una visione realmente trasversale: Twitter come strumento di progresso.
    Grazie Marco per le tue riflessioni e per gli scoppi di risa che alcuni passaggi provocano.

  6. Roberta

    19/10/2012 alle 14:04

    Molto gustosa la narrazione, ma questa non e’ una sorpresa, avendola ascoltata e letta altre volte, professore…
    Mi ha fatto riflettere (piu’ delle altre) la sezione sull’era egomediatica…
    Io su twitter sono piu’ follower che uccellino canterino, ma sono molto presente su Facebook (che uso per comunicare con la mia famiglia e con gli amici lontani, visti i miei frequenti cambi di domicilio)…
    Mi affascina il modo in cui le scelte di status che “piacciono” di piu’ vengono periodicamente riutilizzate dagli utenti. Le battute che sono state riconosciute piu’ brillanti, o quelle che hanno suscitato piu’ commenti compassionevoli (a seconda della fetta di mercato a cui si e’ scelto di rivolgersi, se agli intellettuali postsarcastici o ai depressi piu’checronici), vengono periodicamente ri-postate. Sara’ il timore di perdere l’approvazione dei lettori?
    A questo proposito, ho la vaga impressione che siamo passati da un periodo in cui la personalita’ e il personaggio virtuale (nei forum di argomento generico, nei giochi second-life etc.) erano una corazza ben definita e modellata allo scopo di superare dei limiti personali ad un periodo del tutto nuovo. Adesso l’ossessione e la corsa alla presenza e alla partecipazione (su Facebook, almeno, e sempre a parer mio) hanno abbattuto ogni possibilita’ di costruzione e/o mantenimento della maschera. In fondo, uno degli spunti interessanti dei social networks e’ che si puo’ essere al contempo pubblico e perfomer, no? E lo diceva anche Wilde, che lo stesso fatto che il pubblico sia interessato alla modernita’ della “forma” rende il pubblico stesso poco adatto ad essere soggetto dell’ osservazione.

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