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Roberta Enni: “La Rai in rete si è resa accessibile: adesso bisogna lasciare spazio ai nativi digitali”

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è Vicedirettore Innovazione Prodotto

E’ cresciuta in una famiglia di umanisti duri e puri e lei, a 5 anni, ha deciso di fare ingegneria, accantonando le bambole e ponendosi solo e sempre una domanda: “Come funzionano le cose?”.
Si è trovata a lavorare appena laureata in un ambiente a maggioranza maschile (per usare un eufemismo) formato da periti della Direzione Tecnica Rai e lei ha appreso insegnamenti come una spugna, divertendosi. Anzi: se ne guarda bene, ancora oggi, dal parlare delle differenze di genere come limiti.

Brevi tratti indicativi del “caratterino” di Roberta Enni: non proprio quello che si definirebbe un budino. Vicedirettore Innovazione Prodotto Rai, è entrata nell’azienda nel 1987 con concorso pubblico, nel 2000 è stata nominata Direttore del Centro di Produzione di Roma e nello stesso anno ha fatto “il salto” al mondo editoriale, quando l’azienda l‘ha nominata Vicedirettore della Raidue di Carlo Freccero.

Occhi verdi e mimica ipnotica, più che voler precorrere i tempi o al contrario guardarsi indietro, cerca di ascoltare il presente, capire cosa c’è nella rete che vive e “sente” con attenzione. Per lei, un editore, è anche “uno Youtuber di talento” .

Deus ex machina di Rai5, ha passato notti appresso ai profili social della rete. Qual è il segreto per una buona community?

Crederci. I social network vanno intensi come luoghi di conversazione e confronto reale dove rispondere e ascoltare.
Bisogna capire che l’editore moderno è quello capace di innescare e seguire le conversazioni e  che la community non è una vetrina, ma un luogo di scambio concreto. Non tutti l’hanno compreso subito, ragion per cui alcune delle prime esperienze di approdo online anche di grandi brand, sono state fallimentari: serve coerenza tra quello che fai offline e quello che fai online. Che poi non è altro che il concetto di reputazione.

Cosa significa innovazione?

Al momento sarebbe già molto innovativo cercare di essere contemporanei.

A maggior ragione in televisione?

Soprattutto. La tv deve carpire il mood del momento, che è fatto di tante cose. Deve essere contemporanea ai propri spettatori: in questo momento invece arranca o tende a riproporre se stessa. Per innovare la tv bisogna capire che il broadcaster non può più mettersi ad aspettare che le persone vengano a lui magicamente, ma deve essere lui ad andare dai suoi spettatori. Specie quando non sono davanti alla tv.

E magari sono in rete. Ecco, cosa ne pensa dell’operazione web della Rai?

La Rai ha fatto uno sbarco in rete cercando soprattutto di rendersi più accessibile, ma è solo un primo passo, e c’è molto poco ragionamento, ancora, sull’utilizzo del mezzo in modo creativo.

Tipo?

Beh, io di prodotti nativi digitali non ne ho visti. Sì, ci sono stati proprio su Rai5 degli esperimenti. “Spartiacque” per esempio è un programma che nasce da un racconto sviluppato su un blog, ed è lì che è stato raccontato il prodotto televisivo. Oppure “Ubiq” (realizzato da TheBlogTv, attraverso videomaker di Userfarm.com, un network di 35000 professionisti, leader del crowdsourcing, nda).
Stessa cosa per chi sta dietro ai prodotti: in televisione non è ancora subentrata una generazione di autori nativi digitali, che secondo me invece andrebbero anche reclutati nel mondo delle web series e affini.

La sua passione per la rete mi pare chiara: in che modo ha cambiato il suo lavoro?

Sembrerà banale, ma cosa che più mi ha stimolato e continua a farlo, è la facilità di accesso alle informazioni.
Specie quando lavori in un’azienda così chiusa, è importante: per me è stata una boccata d’ossigeno. Non solo conoscere opinioni, ma saperi diversi. Partecipare a tutti i pensieri del mondo: più che per gli aspetti funzionali, per quelli intellettuali.

La rete ha aiutato le donne? Ci sono differenze di genere nelle Ict?

Io fatico a vedere differenze di genere come un ostacolo: al massimo sono un’opportunità, ed è per questo che i gruppi misti sono forieri di novità e di stimoli.
Online ci sono le stesse differenze che ci sono ovunque. L’approccio alla comunicazione tra i due generi ha delle differenze, certamente. Se c’è un plus che hanno le donne è quello di riuscire a mettere insieme più voci, per questo gli strumenti che aiutano questo processo aggregativo, sono particolarmente adatti a noi.
La rete può aver risolto il problema di conciliare 1000 esigenze diverse, laddove una delle problematiche principali era l’isolamento.
Per il resto, la rete è uno strumento di parole: e in questi i maschi li abbiamo sempre fregati!

 

Diletta Parlangeli

E’ giornalista professionista, redattrice del quotidiano DNews dove si occupa di Cultura e Spettacoli. È appassionata della rete e delle sue dinamiche e scrive anche di tecnologia. Collabora con il Corriere Fiorentino e L’Espresso. Il suo blog è Diparipasso.

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