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Come mettere al sicuro la vostra eredità digitale in tre mosse

testamento

L’informatica e la telematica hanno rivoluzionato le nostre abitudini ed i nostri gesti quotidiani ed è sempre crescente il numero di soggetti che utilizzano Internet per effettuare operazioni bancarie, prenotare visite mediche, stipulare contratti, intrattenere relazioni personali e commerciali, archiviare le proprie foto, acquistare libri, musica e film.
Siamo tutti consapevoli del fatto che, ormai, molti dei nostri averi si sono dematerializzati (basti pensare, appunto, alle foto o alla corrispondenza) e che gran parte di quello che per noi è importante sia on line (dai nostri pensieri alle nostre operazioni bancarie), ma siamo ancora poco coscienti dei problemi che questo può comportare quando non ci saremo più.

È sintomatico che, negli ultimi giorni, abbia avuto vasta eco la notizia relativa all’indignazione di Bruce Willis contro Apple, una volta resosi conto che non poteva trasmettere ai propri eredi i brani musicali acquistati attraverso ITunes.

Di (digital inheritance) si parla ancora troppo poco in Italia, mentre il problema si è posto da anni in altri Paesi, tecnologicamente più avanzati, dove gli utenti hanno già iniziato a interrogarsi sulla sorte della propria vita digitale.

Se state leggendo questo articolo, probabilmente, avete e-mail archiviate sul server del vostro provider, profil sui social media, fotografie conservate su un servizio di storage on line, ma anche file, immagini e documenti memorizzati sul vostro notebook, magari protetto da password.

La domanda è semplice, cosa succede ai “nostri bit” quando moriamo?

Come noto, il diritto delle successioni che regola la materia ereditaria riprende gli insegnamenti del diritto romano e (ancora) non si occupa specificamente della nostra eredità digitale (anche in USA solo 5 Stati su 50 hanno una specifica normativa in materia); tuttavia tale lacuna non ci impedisce di esaminare alcune questioni giuridiche relative a questo delicatissimo tema.

Analogamente a quanto accade nel mondo reale, anche in quello dei bit la soluzione consigliabile è sempre quella di pensarci prima, scegliendo con il testamento quale assetto dare ai propri averi e rapporti digitali. In tal modo, infatti, avremo il pieno controllo delle nostre identità digitali e potremo evitare situazioni spiacevoli.
Ad esempio, se siamo presenti sui social network potremmo decidere di affidare i nostri profili ad un erede, incaricandolo della gestione; oppure, se desideriamo essere ricordati per una determinata attività (benefica, di impegno sociale o in una specifica branca del sapere), disporremo in modo che i nostri profili e le nostre pagine Web vengano affidate ad una Fondazione che, senza scopo di lucro, provveda ad usare la nostra presenza on line (ed i nostri contatti) per raggiungere determinati obiettivi e preservare i valori che più ci sono stati cari nel corso della nostra «vita terrena».
Allo stesso modo disporremo a chi lasciare i dispositivi che contengono i nostri file nonché gli account sui diversi servizi di cloud computing cui siamo iscritti, precisando – se lo vogliamo – l’uso che i nostri eredi potranno fare di quei dati.

Ovviamente, questo implica che non ci sia nulla che abbiamo intenzione di tenere nascosto ai nostri cari; al contrario, se per motivi di opportunità, non vogliamo che alcune informazioni vengano conosciute (ad esempio, un aborto, un matrimonio o un licenziamento) potremo nominare un esecutore testamentario che si occupi di far chiudere i nostri profili sui social networks, o di cancellare le nostre mail e tutti i file che desideriamo non sopravvivano a noi.
Appare di tutta evidenza, quindi, che quella di lasciare disposizioni precise sia la soluzione preferibile, anche per mettere in condizione i nostri eredi di non incontrare grandi difficoltà dopo l’apertura della successione.

Se non decidiamo di lasciare testamento, infatti, la situazione è molto più complessa: in questo caso, bisognerà valutare caso per caso le vicende della nostra eredità digitale. Poco problematica è la sorte di quanto memorizzato su PC, netbook, smartphone e USB pen di nostra proprietà: queste, in difetto di espressa e specifica previsione, diventeranno dei nostri eredi che potranno disporne con tutto quello che in essi è memorizzato, analogamente a quanto accadeva in passato con gli album di foto dei nostri nonni e le scatole con le lettere dei nostri genitori.

Più complessa è la sorte delle mail memorizzate sui server del nostro provider, così come delle nostre pagine sui social networks; in linea di massima, si può affermare che gli eredi subentrano in tutti i rapporti giuridici del defunto. Ma le cose non sono poi così semplici e ciò non per esigenze di privacy, ma per un duplice ordine di motivi.
Innanzitutto la gran parte di questi servizi è fornita da soggetti stranieri, per cui potrebbero porsi questioni complicate (in grado di far perdere tempo e danaro ai nostri eredi) in relazione alla legge e alle procedure applicabili; in secondo luogo, bisognerà fare attenzione a quanto prevedono le clausole contrattuali dei singoli accordi che abbiamo sottoscritto con i fornitori dei nostri servizi 2.0 (ad esempio, come denunciato da Bruce Willis, iTunes non consente di trasferire agli eredi i brani “acquistati” dall’utente).

Facciamo una veloce panoramica. Facebook consente agli eredi che ne facciano richiesta la possibilità di conservare la pagina del defunto, trasformandola in una sorta di “mausoleo virtuale” e senza la possibilità di aggiornamenti di stato (il famoso “a cosa stai pensando”).
Per quanto concerne la posta elettronica, invece, se abbiamo una casella di posta elettronica “@gmail” i nostri cari potrebbero accedervi esibendo il nostro certificato di morte (tradotto in inglese con perizia giurata) e la prova di aver intrattenuto con noi corrispondenza telematica (avete letto bene: se non gli avete scritto almeno una mail, non possono avere alcun dato). Hotmail, invece, lascerà accedere gli eredi alle nostre e-mail richiedendo soltanto il certificato di morte; attenzione però a fare in fretta: gli account vengono disattivati dopo alcuni mesi di inattività. Invece Yahoo! – per contratto – esclude la possibilità che gli eredi possano accedere on line al nostro account; al massimo, se ne faranno richiesta documentata, potrebbero ricevere un CD contenente la nostra corrispondenza telematica.

Pertanto, se volete mettere al sicuro la vostra eredità digitale, è opportuno adottare alcuni semplici accorgimenti:

  1. Tenete traccia di tutti i vostri profili e account (posta elettronica e storage in particolare);
  2. Conservate in modo sicuro le password per accedere ai vostri profili;
  3. Date disposizioni affinché – al momento opportuno –  le vostre volontà (in ordine a “chi” può accedere a “cosa”) vengano rispettate.

Se volete evitare rischi e problemi, ma non avete intenzione di fare testamento, potete utilizzare uno dei tantissimi servizi on line (Legacy Locker, If I Die, Death Switch) in cui, come se fosse una cassetta di sicurezza, lasciare le vostre password in modo che, al momento del decesso, vengano comunicate via mail alle persone che voi indicate.
Una sola cautela: assicuratevi di scrivere l’indirizzo giusto, un solo errore potrebbe far perdere per sempre tutta la vostra vita digitale o farla finire nelle mani (anzi, nelle mail) sbagliate.

Ernesto Belisario

Avvocato, specializzato con lode in Diritto Amministrativo e Scienza dell’Amministrazione. Si occupa, per professione e per passione, di diritto delle nuove tecnologie e di diritto amministrativo. Docente presso l’Università degli Studi della Basilicata, è relatore in convegni, incontri e seminari sulle materie di attività e tiene lezioni in Master Universitari, corsi di formazione e specializzazione.

Autore di numerose pubblicazioni (cartacee e digitali) sui temi del Diritto Amministrativo e dell’Information Technology Law, è Vice Direttore del Quotidiano di informazione giuridica “LeggiOggi.it” e componente del Comitato Scientifico della Rivista “E-Gov” di Maggioli. È referente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza presso la Fondazione Italiana per l’Innovazione Forense (FIIF) e componente del Gruppo di Lavoro per i giovani avvocati del Consiglio Nazionale Forense.
È socio fondatore e segretario generale dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione e Presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government; oltre al proprio blog (“Diritto 2.0”), è tra i curatori di “TheNextGov”, uno spazio sul sito de “L’espresso” in cui parla di nuove tecnologie e innovazione in ambito pubblico.

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