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Facebook affonda: per il New York Times è colpa del CFO

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In Borsa affonda ancora più giù, scendendo addirittura sotto i 18 dollari ad azione; raggiungendo i 20 dollari in meno rispetto al prezzo fissato dall’. In novanta giorni di scambi in Borsa il valore di mercato di Facebook è calato di 50 miliardi di dollari, più di quanto venne bruciato in termini di capitalizzazione in Borsa dalla Lehman Brothers; nell’intero anno che ha preceduto la bancarotta.

La corsa al ribasso di Facebook si contrappone a quella al rialzo di Apple, che vale ora 624 miliardi di dollari, una cifra che se volessimo fare un confronto, equivale al valore di tutte le società quotate di Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna messe assieme.

Una situazione che deprime chi opera sul mercato azionario, crea sfiducia, e che da ieri vede una linea dura anche da parte del più noto quotidiano di New York. In un suo articolo, il New York Times ripercorre l’andamento e le decisioni riguardanti Facebook ed il suo tonfo; individuando anche un responsabile: a suo dire il CFO David Ebersman.

La flessione dei prezzi di Facebook “non sta creando problemi solo per gli investitori – ha scritto oggi il New York Times – ma sta creando dubbi anche all’interno della società sulla sua capacità di mantenere e attrarre ingegneri talenti, che sono la linfa vitale di ogni società tecnologica“. Sempre secondo il quotidiano americano, la colpa della “debacle” dell’IPO di Facebook ha un nome e un cognome: quelli dello Chief financial officer David Ebersman. Pur non essendo noto come l’Amministratore delegato Mark Zuckerberg, o come il Chief operation officer, Sheryl Sandberg; è colui che ha curato “da dietro le quinte” lo sbarco in Borsa di Facebook.

Ebersman è colui che ha autorizzato un prezzo di 38 dollari per azione, dopo che la società aveva inizialmente identificato una forchetta fra i 29 e i 34 dollari per azione. Pare sia anche colui che ha deciso di mettere sul mercato 25 milioni di in più, nei giorni finali che hanno preceduto la quotazioni.

Esberman avrebbe dovuto, sempre secondo l’analisi del New York Times, valutare meglio quanto accaduto ad esempio con LinkedIn, il cui prezzo è salito del 110% nel primo giorno di contrattazioni. Un risultato che sembrerebbe positivo, ma che invece significa che il prezzo delle azioni è stato determinato così male, che ha concesso agli investitori quasi 350 milioni di dollari.

Sia Facebook sia LinkedIn dovrebbero essere considerate un fallimento – conclude il New York Times – sono esempi estremi di quello che può succedere al rialzo o al ribasso del mercato. Ma non c’è alcun dubbio che gli investitori preferirebbero un’altra LinkedIn piuttosto che un’altra Facebook“.

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