Analogical side

Lo snobismo degli analogici, la spocchia dei digitali: serve un patto generazionale mister Monti!

digital-immigrants

E’ vero che il sta diminuendo e che gli over 65 stanno facendo registrare un sostanziale aumento della loro presenza on line. Ma quello che manca è un progetto, un piano, un patto che consenta a culture diverse (o meglio, culture che vanno progressivamente divergendo) di incontrarsi veramente. Nell’interesse di tutti e quindi del Sistema Paese.

Ho visto cose che voi umani digitali non conoscerete mai.

Questo sembra essere l’atteggiamento mentale di quegli analogici che guardano con supponente diffidenza all’altra umanità. A cominciare dal fatto che il mondo digitale è stato progettato e realizzato dagli analogici e che il viceversa non è possibile. O almeno non immaginabile allo stato. Lo snobismo degli analogici li porta a rivendicare (e ad auto rassicurarsi con) la loro capacità metodologica, di approfondimento, di memorizzazione (senza device!), di gestione della complessità, di articolazione di pensiero, di ricchezza di linguaggio, d’interpretazione di fenomeni, di lettura dei trend. E, soprattutto, di consapevolezza che rappresentare il “continuum della vita” attraverso grandezze, anziché numeri, rende la vita stessa più percepibile. In definitiva più bella e godibile.

E questo tipo di analogici, anche quando si avvicina al mondo digitale, lo considera più che altro una fonte di strumenti di semplificazione procedurale. Detesta inoltre il gran rumore di fondo che c’è nell’online. A proposito di FB e Twitter, ad esempio, il ruvido giudizio degli snob di turno è grossomodo questo: “ il mediocre assoluto, o il cazzaro, disponibile a perdere molto tempo, riscuote presso altri mediocri, e cazzari, un consenso del tutto inutile perché non finalizzato a nessun modello di produzione e di guadagno”. E via a citare la “bolla dot.com” passata, presente e futura. Non vedono, non vogliono prendere atto che nei Social non c’è solo rumore di fondo, non è solo protagonismo sterile, ma è anche profonda rivoluzione del sistema relazionale, condizionamento dei modelli di business, luogo sempre più importante per la formazione del consenso sociale e politico. Una “piazza” capace di influenzare anche la consistenza, la durata e l’esito delle rivoluzioni contemporanee.

Faccio cose che voi umani analogici non siete in grado di capire.

Nei profili sui Social è un fiorire di Social Media Manager, Strategist, Evangelist, Ambassador, Addict, Activist, Consultant, Influencer e via dicendo. Chiunque digiti su una tastiera di un qualunque device si sente autorizzato a definirsi attraverso uno di questi nuovi mestieri, a prescindere dalla circostanza che poi campi effettivamente di quello.

Tutti ritengono di essere interpreti autentici del Nuovo Verbo e di come ci si comporta nei nuovi spazi della Knowledge Economy e hanno idee apparentemente chiarissime sui nuovi modelli di business e su quello che gli altri, le aziende, le istituzioni, i politici, le star, Obama, il Papa, e perfino il defunto Steve dovrebbero, o avrebbero dovuto, fare per essere adeguati ai tempi.

Non fanno sconti, soprattutto la generazione di mezzo. Quella degli immigrati digitali che, come tutti i “convertiti”, si stupiscono sdegnosamente dell’incapacità di riconversione degli altri: “Ho proposto Google Hangout…figurati! Non conoscevano neanche Skype!”, “Ho chiesto quale fosse la Killer Application della loro Intranet, mi hanno risposto che no, lì in quel posto, c’era tutta gente inoffensiva!”, “ Gli ho spiegato le strategie di Buzz Mrkt e mi hanno detto che loro vogliono vendere, non perdere tempo con le chiacchiere”, “Non conoscevano l’hashtag #Opendata (orrore!)”. E perfino una sentenza definitiva: “Inutile perdere tempo con quest’umanità ossidata, lasciamola ai suoi rituali di carta. Gente off line in tutti i sensi”.

Peccato che “questi off line” siano spesso coloro che ancora detengono tutte le leve del potere, a cominciare da quello finanziario, sia a livello macro sia nei microcosmi sociali, lavorativi, familiari. E che i digitali, nativi o immigrati, abbiano bisogno di loro.

Il #TTT05 e Alberto Manzi, il maestro d’Italia.

Dalle parti sociali in genere (Istituzioni, Sindacati, Politici, Associazioni…) non mi sembra che siano venute idee nuove per sbloccare la crisi e la situazione di stallo di giovani e meno giovani, spesso ipertitolati per un ipotetico futuro ma non titolati a un concreto presente lavorativo. Assistiamo solo a trattative vecchio stile, all’utilizzo di strumenti logori che tirano sempre la medesima coperta degli ammortizzatori sociali: quella troppo corta per coprire tutti.

In occasione dell’ultimo #TTT05 ho lanciato un abbozzo d’idea; molto buzz di ritorno e qualche suggerimento. Allora rilancio.

La televisione, negli anni ‘60 del secolo scorso, diede una lingua comune agli italiani, una lingua che ancora non c’era a quasi cento anni dall’unificazione. Il “maestro d’Italia”, Alberto Manzi, un ingegnere poliedrico con eccezionali capacità didattico-divulgative, fu il protagonista dell’operazione: vero “Santo Subito” della Comunicazione.

Oggi proprio lei, quella tv che i digitali considerano “insensatamente generalista”, potrebbe essere l’alfiere di una nuova operazione epocale: dare una lingua (e una cultura) digitale comune a tutti gli italiani, avvicinando i due mondi. Penso a una Televisione che garantisca la visibilità all’azione integrata di tutti i Media, Mass e Social. Ciascun medium potrebbe contribuire, con il suo specifico, a un’interazione costante che tracimi continuamente dall’on line all’off line, a livello nazionale e locale. Un’operazione capillare quindi anche sul territorio, nella quale poter impegnare i giovani in iniziative non solo di addestramento all’uso della tecnologia ma di confronto e scambio di modelli culturali.

Il patto generazionale: si parla “di”, ma non si progetta “per”.

Portare masse di analogici nel mondo digitale vuol dire garantire alle piattaforme, alle apps, ai motori di ricerca, ai Social Network, il materiale più prezioso, a più alto valore aggiunto: i contenuti. Gli analogici sono proprietari di una “conoscenza tacita”, in continua rielaborazione, che se resa patrimonio comune  innescherebbe nuovi processi di rielaborazione. A spirale, senza fine.

Su questa ipotesi si potrebbe costruire un patto generazionale, sempre annunciato, sollecitato, invocato ma mai definito, dando cosi un obiettivo e un contenuto al «salario minimo garantito per i giovani» che come, l’araba fenice, compare nel momento delle promesse e scompare puntualmente nel momento delle realizzazioni.

A un’operazione di questo genere dovrebbero essere interessati in tanti:

  • Le fasce di popolazioni attualmente esclusi dal nuovo mondo che in realtà hanno un desiderio di partecipazione e inclusione. E un patrimonio di conoscenze da conferire
  • I giovani che potrebbero trarne un’utilità economica immediata e un’acquisizione di metodologie formative e relazionali
  • L’intero sistema mediatico che sarebbe protagonista attivo
  • Le Istituzioni che comincerebbero a dare una qualche risposta al più grande dei problemi sul tappeto: la disoccupazione giovanile
  • La pubblica Amministrazione che sposta on line i suoi servizi, ma che spesso non trova un’utenza preparata a utilizzarli
  • Il sistema B2C che ancora sconta il ritardo culturale in tema di e-commerce
  • L’intera filiera ICT perché si amplierebbe enormemente il numero dei possibili clienti

E quando gli interessi sono così vasti e coincidenti si trovano sponsor e finanziatori.

D’accordo, questa mia è poco più che un’idea di base; tutta da articolare. Ma siamo in epoca di condivisione. Ve l’affido, fatela grande o fatela a pezzi.

Marco Stancati

Marco Stancati

Oggi consulente per la comunicazione d’impresa, formatore, curatore d’eventi. Ieri manager aziendale, docente alla Sapienza di Roma (comunicazione Interna e Pianificazione dei Media), direttore responsabile di periodici. Da sempre buon nuotatore, da otto anni plurinonno e discreto fotografo. Da analogico che vive quotidianamente la fantascienza del digitale, scrive di fenomeni coinvolgenti, di motivante umanità e di ordinaria disumanità.

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5 commenti

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5 Comments

  1. Galatea

    06/07/2012 alle 12:19

    Quanto mi piace sto post! Meraviglioso!

  2. Leonardo Milan

    06/07/2012 alle 12:50

    Ottimo spunto Mario.
    Da approfondire. Non sarei così dicotomico. In fondo siamo tutti Human, analogici.
    La prospettiva che sostengo è Human 2.0, sono le persone che usano la tecnologia. Non la tecnologia che influenza le persone.
    Parliamone.

  3. Simone che scrive su "purtroppo"

    06/07/2012 alle 15:13

    Interessante punto di vista. Solo un dubbio: queste due posizioni (nativi vs immigrati digitali) si sentono contrapposte? O la contrapposizione esiste solo nella nostra esigenza di schematizzare la realta?

  4. Evaporata

    07/07/2012 alle 12:57

    Non ho proposte, ma una domanda: come mai non impariamo osservando gli animali invece di usarli soltanto come cavie da laboratorio?
    Ricordo un vecchio film che non è mai più stato riproposto da nessuna parte, “Fase IV distruzione terra”. Le formiche conquistavano la terra acquisendo informazioni sui veleni che gli umani usavano per distruggerle, le varie generazioni sacrificavano la vita ingerendo le sostanze tossiche per dar vita a nuove generazioni già munite di anticorpi. Qualunque animale acquisisce informazioni per la prosecuzione della specie, tranne l’umano. Perché è così difficile per l’umanità collaborare, anziché “essere contro”?

  5. Laura Arcieri

    22/07/2012 alle 13:11

    Un patto generazionale. Analogici e digitali appassionatamente insieme per affrontare la crisi. E’ una bella sfida. Una sfida che, temo, non potremo permetterci a lungo di non accettare. Marco, mi entusiasma la tua idea, di dar vita a un’operazione in grado di coinvolgere, sia pure in diversa misura, le fasce di popolazione non digitalizzate, i giovani, il sistema mediatico, le istituzioni, la PA, il sistema B2C, l’intera filiera ITC. L’errore che più frequentemente si commette è quello di disinteressarsi al cambiamento, o di trascurarlo, o di considerarlo non importante. Ma questo è un atteggiamento che di solito si adotta quando non si comprende qualcosa fino in fondo. L’innovazione continua ci obbliga a farci carico della responsabilità di saper ascoltare in prima persona i segnali, di sviluppare un nostro metodo, di essere vivi e presenti nella contemporaneità. Vale la pena di ripescare la vecchia battuta: «Se il tuo unico strumento è un martello tutti i tuoi problemi assomiglieranno a chiodi da battere». Spesso anche solo conoscere uno strumento nuovo ci apre la possibilità di immaginare un modo più efficace per fare le cose.
    Portatori entrambi di conoscenza, digitali e analogici, sono destinati a non smettere mai di imparare gli uni dagli altri.

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