Caro giornalista che lavori, da anni e anni, in un quotidiano cartaceo, e magari sei diventato anche caporedattore, caposervizio e financo direttore oppure opinionista di punta, questo pezzo è dedicato a te.

Perché mentre tu eri impegnatissimo a fare la tua luminosa e ben retribuita carriera scalando tutti i gradi all’interno del mondo della carta stampata, è nato il web, e tu, distratto da cose molto più importanti, non te ne sei accorto. O meglio, siamo giusti: te ne sei accorto benissimo per tutte quelle cose che assecondano la tua naturale pigrizia: non ti pare vero, con un click, di poter andare su Wikipedia e scoprire in un attimo qualsiasi cosa tu non sappia, ed hai immediatamente imparato, nei giorni di stanca di notizie, ad attaccarti a Twitter, scorrere la Time Line e cercare qualche gustosa notiziola da sfruttare; per non parlare di Facebook, a cui sei sempre connesso, perché gli status di migliaia di sconosciuti sono una fonte inesauribile di calembour, battute da riciclare nei tuoi pezzi, fotomontaggi divertenti da recuperare per il colonnino della fotogallery.

Tu in realtà, cometutti noi, sei un drogato della rete: te la togliessero, non solo non sapresti cosa scrivere (e forse neanche più come) ma le pagine del tuo paludatissimo quotidiano cartaceo uscirebbero mezze vuote.

Il problema è che non lo ammetti, nemmeno sotto tortura. Il rapporto di certune penne storiche del italico con la rete assomiglia sempre più a quello dell’alcolizzato con i liquori: è fatto freudianamente di negazione e rimozione.

Negazione, perché quando poi ti viene commissionato un editoriale in merito, o vieni intervistato per narrare ai “giovani” come si fa il mestiere, racconti una favola da cronista anni Trenta, con impermeabile e cappello floscio, che percorre instancabile le strade a caccia di scoop, al contrario ditutti questi “webbaroli” dei , che scrivono nascosti dietro i monitor senza uscire mai nella realtà, quando io e te ben sappiamo che quello sepolto dietro al monitor otto ore sei tu, e l’ultima realtà di strada in cui sei stato immerso è l’ingorgo in macchina per tornare a casa dopo la giornata di lavoro in redazione.

Rimozione, perché con tutto il materiale di cui ti appropri girando in rete ogni giorno, ci fosse una volta, una dannata maledetta volta, in cui ti ricordassi di citarne la fonte o l’autore. Tu, che mandi alti lai contro la pirateria in , perché non è legale che in rete la gente si appropri di contenuti senza riconoscere la contropartita economica a chi li ha creati, sei poi quello che pubblica foto scattate da altri, copia battute inventate da altri, ricicla come proprie idee ed analisi pescate dai blog. E mai, mai, mai che tu metta un link, o anche solo una nota di ringraziamento: grasso che cola se, in un piccolo inciso, dici che quella cosa che stai pubblicando “gira in rete”. Come se la rete fosse un enorme terra di nessuno, dove i materiali spuntano per genesi spontanea, senza che nessuno li abbia immessi.

Per alcuni giornalisti (ma anche conduttori e autori televisivi o comici) la rete è l’equivalente dell’Africa per i colonizzatori dei primi del Novecento: un posto pieno di risorse a disposizione del primo che arriva e mette la bandiera, tanto i selvaggi che la abitano non hanno diritti, non hanno identità e nemmeno un nome.

Be’, no. Cominciamo a chiarire il principio che quello che immetto in rete è mio, ed io ho un nome ed un cognome (o un nick), dei diritti ed una identità ben precisa. Non importa se mi firmo come “fiorellino83”, perché, ti faccio notare, caro il mio giornalista, che la letteratura ed il giornalismo stesso sono stati pieni di gente che si firmava “Fortebraccio” o“George Sand”, ma nessuno ha mai contestato loro il diritto diessere considerati autori delle proprie opere per questo. E non vale neppure come obiezione il fatto che non vengo pagata e non faccio pagare i lettori per leggere ciò che posto, perché, sempre per la cronaca, nemmeno Dante ricavò un soldo bucato dalla diffusione della Commedia, ma mica vuol direche oggi posso scrivere Nel mezzo del cammin di nostra vita spacciandolo per un verso mio.

Quindi, caro il mio giornalista, qualsiasi cosa tu “prelevi” dalla rete, sei tenuto a dire da chi lo hai preso, indicando la fonte ed icredits, perché la “rete”, o il “web”, e nemmeno “facebook”o “twitter” producono contenuti da soli: i contenuti li immettono gli utenti, e gli utenti hanno una loro identità che sei tenuto asegnalare.

Sennò continua pure a comportarti come il colonizzatoreche piantava la bandiera nel mezzo dei tucul del selvaggi, gridando agran voce che tutto quello che c’era là dentro era suo perché lui era il rappresentante di una civiltà superiore, e loro schiavi senza diritti. Ricorda, però, che alla lunga quei colonizzatori lì han fatto una brutta fine.

Per pagare i giusti credits anche io, questo post è stato ispirato da Pierluca Santoro.

Mariangela Vaglio

Insegnante, Blogger e Giornalista, Mariangela Vaglio è nota in rete come “Galatea”. Nel suo blog riflette su costumi, abitudini, vizi e virtù degli italiani in rete. Lo stesso fa per TechEconomy.

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