Net Value

Il valore della Rete e la co-correzione: quando il senso si costruisce collettivamente

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L’abuso è sempre un male, soprattutto quando si tratta di termini e titoli. Una ricerca non è scientifica perché la scrive un rappresentante dell’ambito accademico ed una Rete non è tale se l’insieme dei suoi nodi e dei suoi archi non porta valore all’intero  gruppo.
Almeno non per me né, credo, per una cultura della Rete che voglia trarre da essa quanto di meglio ha da offrire: è il potere del networking e dell’intelligenza collettiva.

Termini noti? L’esperienza mi dice il contrario.

Succede allora che certe ricerche vengano prese per Bibbia, o che certi toni tendano a polarizzarsi su posizioni che sono già sufficientemente inaccettabili nel mondo offline e che trovo francamente poco accettabili nel mondo Web governato – almeno in certi ambiti – da una modalità di comunicazione peer-to-peer.

Superate le dieci righe, direi che è chiaro a tutti che la “ricerca” a cui faccio riferimento è quella di Camisani Calzolari; però questo non sarà l’ennesimo post che ne decostruisce la validità punto dopo punto: c’è chi l’ha già fatto ottimamente e chi ha valutato anche altri possibili aspetti della questione. D’altra parte una ricerca scientifica che abbia davvero valore deve portare ad un significativo avanzamento nella teoria del settore di riferimento, possibilmente mediante l’applicazione di metodologie innovative e con finalità inedite.

E la Rete è un luogo fantastico per sperimentare insieme, purché si risponda alle domande che davvero contano: ricercatore o no, dov’è il valore di quanto si dimostra? Qual è la sua applicazione pratica? Nel caso della “ricerca” citata sopra, allora, la mia sensazione è che in tanti abbiano guardato al contenuto e pochi alle modalità con cui è stato distribuito (e alle alternative per farlo). Ed è a questo che voglio dedicarmi.

Ad ottobre 2011, durante uno degli aperitivi romani di Indigeni Digitali, tra una battuta e l’altra, è saltata fuori – insieme a Giovanni Scrofani (fondatore di Gilda 35 e ben degno di essere chiamato ricercatore) e ad altri amici – l’idea di mostrare quanto Klout fosse poco affidabile e, di conseguenza, facilmente influenzabile. Nacque così l’esperimento #ktrain (ne trovate una sintesi qui e nella relativa discussione sul gruppo Facebook di Indigeni Digitali) che, se è vero che divertì e coinvolse molti, fu anche fortemente attaccato da altri.

Qualcuno sosteneva che non avevamo dimostrato nulla, altri difendevano la validità di Klout, altri hanno imputato (magari, ma è chiaramente solo un caso) alla nostra azione l’introduzione di un nuovo algoritmo di calcolo dell’influenza su Klout stesso. La fallacia del sistema è poi stata confermata da vari altri esperimenti con troll e soggetti di vario genere (ancora una volta Gilda 35 resta il principale riferimento), ma il valore più rilevante di quell’esperimento, per me, è stato nella discussione che ne è conseguita: qualcuno ha scoperto che esisteva Klout, molti hanno cominciato ad interrogarsi sul suo effettivo valore, altri hanno cominciato a ragionare in ottica produttiva pensando a come scrivere degli algoritmi più efficaci e a come elaborare un tool più funzionale.

Consapevolezza, conoscenza, creatività. Community, se vogliamo ridurre tutto ad un unico termine.

Cosa NON è successo, invece, nel caso di Camisani Calzolari?

Innanzitutto, il set di dati non è stato messo a disposizione di tutti: bisognava – così veniva esplicitamente detto – richiederlo via mail.

In secondo luogo, c’erano dei seri problemi di chiarezza di intenti e strumenti: se non sai neanche che differenza intercorre tra BOT e fake follower, né sei chiaro nell’esplicitare perché includi certi criteri a sfavore di altri, non puoi accampare pretese di scientificità. Perfino i lurkers sono usciti dal loro sicuro tepore osservativo per fare presente che non sono dei BOT solo perché non gliene frega nulla di cambiare l’avatar con l’ovetto o perché non scrivono mai (cosa sono, followers zombies?)!

Terzo: il modo in cui la “ricerca” è stata presentata. Nelle precedenti puntate, aveva comprato 50.000 finti followers, allo scopo di dimostrare non solo la facilità (e la poca spesa) di acquisto ma anche per sostenere che molte agenzie si avvarrebbero di questi mezzi per raggiungere gli obiettivi concordati con il cliente.

Cominciamo da qui: la memoria della Rete non andrebbe mai sottovalutata. La Social-storia recente insegna che certi elementi sono persistenti, spesso più di altri.

Non me ne frega francamente nulla di sapere se davvero Camisani Calzolari e Flora furono coinvolti nelle vicende relative alla Moratti e all’esodo dei fan, ma trovo piuttosto singolare che il primo step della “ricerca” sia stato dimostrare come acquistare i followers (un dubbio personale: chi tiene così poco alla propria reputazione ed identità online da inquinare il proprio account con 50.000 finti followers solo in nome della ricerca? Fake per fake, io avrei creato un account falso e condotto l’esperimento su di esso) per attaccare le agenzie e poi presentare – secondo step – una “ricerca” i cui dati sono stati collezionati grazie al supporto di un’agenzia (The Fool, di Matteo Flora appunto). La chiamo mancanza di coerenza, non dimostrazione.

Sarà che credo nell’intelligenza collettiva – Romanticismo digitale? – ma non sarebbe stato interessante mettere i dati a disposizione di tutti (ben più elegante di dire poi che solo chi li ha richiesti ha dimostrato “serietà”) e, sfruttando le competenze di ciascuno, riflettere insieme su quanto rilevato?

Si sarebbero evitati anche errori grossolani come la confusione tra BOT (il cui aumento, peraltro, è fisiologico man mano che aumentano i followers di un account o – come classicamente accadde – quando attirati/attivati da certi hashtag) e falsi followers.

Soprattutto si sarebbe evitato il panico tra i non addetti ai lavori: c’è modo e modo di spiegare le cose, e l’italianissima “modalità minaccia” (con tanto di annuncio di prossime ricerche focalizzate su politici e personaggi celebri) non è certo il modo migliore per diffondere una cultura della Rete che ha bisogno di ESSERE Rete prima che vettore di panico.

Forse non sarebbe diventato un articolo da mainstream news, ma avrebbe arricchito notevolmente le competenze di tutti e avrebbe condotto la riflessione ad un livello più alto (evitando anche certe derive degli ultimi giorni). Non sto dicendo che non si debba più fare ricerca nelle università o all’interno delle aziende (ho finito un Dottorato lo scorso anno e continuo a fare ricerca in azienda e non solo, quindi…) e che tutto debba essere “esternalizzato” sulla Rete, ma cerco di immaginare che valore avrebbe avuto un approccio differente alla questione.

Intendiamoci, questo articolo non è un attacco diretto a Camisani Calzolari che neanche conosco, ma vuole essere una riflessione sul valore della Rete e sul modo in cui la Rete può generare valore. O può non farlo, sprecando delle occasioni che, invece, arricchirebbero tutti e potrebbero davvero cambiare il modo di fare sistema.

Alcuni anni fa – quando era ancora attivo Google Wave – ricordo che c’era un gruppo di BOT che svolgeva un lavoro fantastico: ripuliva le waves da righe in eccesso o commenti indesiderati, mantenendo un generale ordine formale e strutturale nei documenti creati.

Mantenere l’ordine nelle reti in cui siamo inseriti non è compito da BOT, è compito di tutti: onestamente lavoro moltissime ore al giorno e non mi piace perdere tempo in discussioni futili o attaccare tutto ciò che non approvo. Mi piace farlo in modo costruttivo.

Terremoto in Emilia, caso Groupalia (memo per tutti, il tweet dello scandalo: “ “Paura del #terremoto? Molliamo tutto e scappiamo a #SantoDomingo!”). Ricordo di essermi arrabbiata moltissimo, di aver reagito postando lo screenshot di quanto pubblicato da loro su all’interno – ancora una volta – del gruppo Facebook di Indigeni Digitali.

Poi però, vedendo quanto valore la conversazione stava generando, ho fatto un’altra proposta: perché non provare a suggerire o almeno a riflettere insieme su come invece si sarebbe dovuto agire in un caso simile (riflessione poi portata avanti sui vari blog)? Se c’è una cosa che ha caratterizzato studi, ricerche e mestieri del Web e dei Social negli ultimi anni è stato proprio il fatto che si è avuta la possibilità di sperimentare, capire e provare INSIEME a trovare nuove soluzioni.

Quanto valore, allora, si ricaverebbe se si facesse davvero sistema (sul serio, non a parole)? Se si giocasse insieme a capire certi meccanismi, a decostruirli, a dimostrarne la fallacia e, con pazienza e senza panico, a farlo capire anche a chi non se ne intende, per poi proporre nuove soluzioni?

Non provo nemmeno – in nome del principio della Social-memoria – a ricordare a tutti quanto si sa già dai tempi della rivoluzione iraniana del 2009 e cioè che la Rete, Twitter nella fattispecie, ha giocato un ruolo essenziale nella diffusione di notizie e informazioni. E’ un tema noto da anni e confermato successivamente dalla primavera araba, dai vari #occupy*, dal ruolo della piattaforma di microblogging durante le catastrofi naturali (Giovanni Boccia Artieri, ad esempio, ha spiegato ottimamente come sia stato usato Twitter dai brand durante il terremoto in Emilia). Crowdsourcing, partecipazione, diffusione delle informazioni e collaborazione.

Eppure sono stati proprio gli utenti a fare per primi un uso di protesta degli hashtag (uno dei primi celebri hashbmobs fu #amazonfail nel 2009), sono gli utenti che definiscono gli usi ed il valore della Rete stessa.

La Rete dunque non è il luogo del “chi sbaglia paga”, ma può essere il luogo della co-correzione. E della co-generazione.

Il valore del networking? Inestimabile (e no, non si può comprare online).

UPDATE AL POST: Mi spiace essere stata fraintesa. Per dare il giusto rilievo a questa mia riflessione conclusiva e non “limitarla” nei meandri dei commenti ho chiesto a Stefano Epifani di poter aggiornare le conclusioni del mio pezzo con questo update. Il mio intento era quello di fare un post nel quale evidenziare come la rete sia uno strumento di costruzione collettiva di senso, non certo quello di attaccare Marco Camisani Calzolari, che tra l’altro neanche conosco personalmente ma soltanto attraverso ciò che scrive e pubblica online. Nel leggere alcune delle riflessioni emerse qui e su Facebook mi sono resa però conto del fatto che le posizioni di molti di noi che abbiamo preso parte a questa discussione si sono radicalizzate. Il mio intento non era quello di scagliarmi contro qualcuno. Era quello di discutere su un fatto e di farlo in maniera aperta e collaborativa, ma soprattutto era quello di sottolineare il valore del networking.

Per questo, come dicevo all’inizio di questo update, mi spiace essere stata fraintesa. In particolare mi spiace che Marco Camisani Calzolari si sia sentito chiamato in causa nella questione dei fan della Moratti, quando in effetti – come lui ha immediatamente puntualizzato nei commenti – si è limitato a fornire il CMS senza operare su strategie e contenuti. Allo stesso modo, prendo atto del fatto che alcuni dati siano stati omessi dal set di dati reso pubblicamente disponibile per motivi di privacy e vincolati da password, e che Marco Camisani Calzolari non abbia parlato di BOT ma di “comportamento da BOT”, sebbene – come ho sottolineato – mi interessano le conseguenze e il modo con cui il contenuto è stato recepito, e a tal proposito si è ampiamente parlato di BOT e a ciò ho fatto riferimento. Tutto questo, naturalmente, non cambia il mio parere in merito alla sostanza della ricerca, ma fa giustizia – spero – alle richieste di precisazione di Marco Camisani Calzolari. E dimostra, in fin dei conti, che – dal momento in cui siamo stati tutti qui a discuterne – la rete è davvero uno strumento di costruzione collettiva di senso, in cui tutti noi cresciamo in funzione degli stimoli che, in queste discussioni, emergono. Ciò dimostra dunque che – come auspicavo nel post – la Rete può essere un autentico strumento di dialogo 🙂

Emanuela Zaccone

Emanuela Zaccone

Emanuela Zaccone è Social Media Analyst e Researcher presso Telecom Italia, dove lavora nell’ambito della Reputation Monitoring Room. Tra i suoi principali focus di attività ed interessi rientrano i big data e la .
Emanuela scrive su vari blog e si occupa di Social TV e formazione in ambito Social Media Marketing. Nel 2011 ha conseguito il Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media marketing e user engagement.
Dopo aver lavorato per un paio d’anni come community manager, ha vinto le edizioni 2010 e 2011 di Working Capital, il progetto di Telecom Italia dedicato a startupper e giovanni ricercatori.

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18 commenti

Commenti e reazioni su:

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18 Comments

  1. Marco Camisani Calzolari

    26/06/2012 alle 16:11

    Prima di scrivere un articolo devi però informarti… non puoi scrivere solo per sentito dire… Hai aperto la ricerca? hai seguito i link? ti sei informata su cosa fa la mia azienda…
    Immagino che non rettificherai…

    1) “il set di dati non è stato messo a disposizione di tutti: bisognava – così veniva esplicitamente detto – richiederlo via mail.”
    Non è così… I dati sono a disposizione di tutti, è sufficiente scaricarli dal link all’interno della ricerca…

    2) non ho MAI parlato di BOT, ma di comportamento da BOT. Non si tratta di inactive users o lurkers… ma di comportamenti “strani” in quanto si parte da chi segue le aziende prese in analisi… Quindi è evidentemente strano se un account nella propria vita segue solo una passata di popodoro e niente altro… Diversamente sarebbe stato se avessi preso in considerazione una massa di utenti a prescindere da quali aziende seguissero…

    3) La mia azienda Speakage produce solo software, piattaforme. Non fa contenuti. Non fa stragie. Per nessuno… e NON si è mai occupata ne della strategia, ne dei contenuti della Moratti. Le ha solo fornito il software del CMS! E’ come dire che Facebook c’entra con te perché ti da la piattaforma tecnologica…

    4) Stai confondendo i contenuti della mia ricerca con quelli riportati da alcuni giornalisti… io non ho mai confuso i BOT con i comportamenti da BOT, così come non ho mai affermato che ci sono BOT tout court… Ho scritto chiaramente che secondo me, assegnando un valore ad alcuni parametri secondo me rappresentativi, si poteva ipotizzare che il risultato definisse comportamenti tipici dei BOT… che è tutta un’altra cosa… Dovevi leggere la ricerca e non fermarti a quello che hai letto riportato dai giornalisti…

    Come vedi basta davvero poco per dire imprecisioni che poi generano disinformazione diffusa…

    saluti
    Marco

  2. Emanuela Zaccone

    26/06/2012 alle 17:08

    Ciao Marco,
    mi spiace che tu abbia male interpretato: mi sa che non ci siamo capiti a vicenda 🙂

    Il mio post è focalizzato sulle conseguenze della ricrca e su alcune perplessità per il modo in cui è stata svolta: non ti conosco quindi non mi sarei mai permessa di farti un attacco personale di alcun tipo.
    I link li ho seguiti ma alcuni dati non erano a disposizione di tutti (ho citato i tuoi stessi tweet).

    Sulla questione Moratti ho solo detto che francamente non mi interessa sapere se c’era o meno un tuo coinvolgimento, anzi, l’ho citata ad esempio per dire che la Rete ha memoria e quando le cose sono poco chiare ci vuole poco a travisare e a diffondere falsi giudizi e conoscenze.
    Inoltre, come dicevo ad apertura post, mi interessano le modalità e le conseguenze del modo in cui è stata distribuita la ricerca: perché hai lasciato cadere inspiegata la questione bot-non-bot etc.?

    Sinceramente Marco non c’è da prendersela: è solo un punto di vista sulla questione ma sono contenta che tu sia intervenuto così da poterti chiedere chiaramente – ed è proprio questo il focus del mio post che forse non hai colto – se non sarebbe interessante, a tuo parere, fare una bella azione collettiva stile #ktrain o quel che vuoi…

    Che ne pensi’? 🙂

  3. Andrea Di Maio

    26/06/2012 alle 17:11

    Devo confermare che i dati erano disponibili e l’algoritmo era descritto nel paper reso disponibile da MCC. E’ altrettanto vero che ci sono state diverse critiche sul metodo di ricerca, sulla scelta dei parametri e sul campione scelto.
    Ciò detto, si è sprecato un sacco d’inchiostro (sebbene digitale) per nulla. Se la ricerca non fosse stata citata dalla stampa internazionale nessuno le avrebbe dato peso.
    Ciò detto, cercare di spiegare certi fenomeni è cosa utile e per certi aspetti coraggiosa, visto che ci si espone alle critiche come è avvenuto nel caso di MCC.

  4. Marco Camisani Calzolari

    26/06/2012 alle 17:15

    Non mi interessano le tue intenzioni. non mi interessa se è personale o no, se è un attacco o no… Mi interessa quello che invece hai scritto.
    non puoi citare una cosa a memoria, per di più dicendo che non sai se c’era o no un mio conivolgimento. E’ come se io scrivessi “non mi interessa se Emanuela Zaccone è veramente coinvolta con quel noto fatto di cronaca nera o meno…”… Per essere buoni, si chiama illazione… Anzi, se non la rettifichi ti querelo…
    “perché hai lasciato cadere inspiegata la questione bot-non-bot etc.?”
    Come ti ho già scritto DEVI DOCUMENTARTI prima di scrivere. Io non ho lasciato cadere nulla… Ho risposto puntualmente a tutti, tranne uno psicopatico ossessivocompulsivo di cui non faccio il nome per non fargli pubblicità…
    Io non me la prendo… E’ che devi proprio rettificare… Non puoi permetterti di scrivere una marea tale di imprecisioni e falsità senza consegnuenze! Non mi interessa cogliere nessun focus. Emenda e poi parliamo.

  5. Marco Camisani Calzolari

    26/06/2012 alle 17:17

    Dimenticavo, visto che hai scritto un pezzo che voleva essere d’inchiesta… Immagino che ora siano in molti a voler sapere se hai o meno a che fare profesisonalmente con una delle società citate nella ricerca… Attendo chiarimenti.

  6. Marco Camisani Calzolari

    26/06/2012 alle 17:17

    Come vedi dal commento sopra, confermano le falsità scritte. Rettifica o te lo dovrò chiedere formalmente…

  7. Emanuela Zaccone

    26/06/2012 alle 17:32

    Ciao Marco,
    riporto qui la risposta che ti ho dato su Facebook.

    Dicevo che non ti consento di dire che l’ho scritto perché la mia azienda è citata nella ricerca.
    Sono una blogger da anni e questo è sempre stato il mio stile: cercami su Google e lo vedrai.

    Se mi spieghi con calma cosa secondo te va rettificato lo valutiamo volentieri con Stefano Epifani.
    Non mi nascondo affatto dietro ad un dito, anzi, sto cercando di parlarne e, ti ripeto, mi fa anche piacere confrontarmi con te 🙂

  8. Davide Scialpi

    26/06/2012 alle 18:28

    è il classico attacco alla Persona e al sucesso individuale. Figlio della cultura italiania di basso livello. Invece di fare un plauso ad un lavoro che ha fatto il giro del mondo e che ha tirato giù tutta una serie di bad practice di un mondo che stava diventando più potente di quello che realmente è, è chiaro che per alcune persone addette ai lavoro è conveniente buttare fango per questioni di ego, di invidia e per non perdere la cadrega. La verità fa male in taluni casi. Se ce l’avete con Camisani Calzolari, ma perchè non gli scrivete in privato o gliele dite di persona. State cercando solo visibilità. Sto articolo è una Cagata con la C maiuscola. Fino a questo momento ti seguivo emanuela, ma adesso mi sei scaduta. Non pensavo potessi concepire una roba di tal genere e tristezza. Qua l’unica che perde quota a livello di reputazione sei tu. E a poco servono i PHD. Robe ridicole. Mi vergogno anche per la Telecom che associa il brand suo a te. Ma questo non è l’unico attacco. Nei giorni scorsi è stata presa di mira anhe RTL102.5 senza motivo solo perchè Camisani Calzolari fa la rubrica al giovedì. Emanuela a nulla valgono le parole che racconti sulla innovazione. Non ti crede piu nessuno dopo sta roba. Queste sono robe tipiche da chi va allo stadio e lancia i motorini dal 3 anello perchè non riesci a capire che funzione ha nella propria vita.Ci vuole una vita per creare un brand personale e un attimo per autodistruggerselo. Mi disp per te.

    • Francesco Mortara

      27/06/2012 alle 10:12

      Dato che “l’attacco” a RTL è partito da me, smentisco categoricamente che dipenda da Camisani.
      Semplicemente RTL molto stupidamente ha cancellato un mio commento su Goldenpoint/OMSA e la delocalizzazione e mi ha bannato dalla sua pagina. Mi sono arrabbiato molto per questo e ho lanciato una campagna su Facebook per invitare tutti a commentare la vicenda.
      RTL per due giorni ha cancellato e bannato migliaia di utenti!

  9. Michele Polico

    26/06/2012 alle 19:10

    Non voglio entrare nel merito della discussione: non ho letto la ricerca ma soltanto alcuni articoli di testate giornalistiche online che da quella prendevano spunto, su questi mi limito a dire che mi sono sembrati sensazionalistici e pretestuosi.

    Voglio però difendere Emanuela da questa affermazione di Marco: “Anzi, se non la rettifichi ti querelo…”

    Ricordo quando, Marco, sei stato tra i promotori della causa contro la querela di Mosaico Arredamenti. Tutt’altra storia, ma mi voglio augurare che chi anni fa ha giustamente difeso un blogger e la stessa libertà in Rete dalle assurde querele una azienda, non usi l’arma di quella stessa azienda per un articolo che – almeno a mio avviso – rimane circoscritto agli addetti al settore, settore in cui tra l’altro fortunatamente c’è da sempre un bello scambio aperto e libero di idee e opinioni.

    Ciao a entrambi,

    Michele

    • piero tagliapietra

      26/06/2012 alle 19:37

      Eh, ma il punto è che questo articolo 1) non rimane circoscritto agli addetti di settore (dopotutto è indicizzato) e che 2) la persistenza delle informazioni online è molto pericolosa (alla fine nulla si cancella). Quella parte legata alla memoria della rete a me sembra un po’ forzata (non contribuisce al complesso informativo dell’articolo) e il ricorso alla parentetica rappresenta normalmente un aggravante (so che non è vero/rilevante ma lo aggiungo lo stesso). È abbastanza rischiosa come pratica. Inoltre, diversamente dal caso Mosaico in questo caso siamo davanti ad un articolo di una testata (più o meno giornalistica: sono post ma l’impianto editoriale è abbastanza evidente) mentre nell’altro caso era un post personale.

  10. Marco Camisani Calzolari

    27/06/2012 alle 00:05

    e soprattutto io ho solo minacciato, Mosaico ha querelato chiedendo migliaia di euro di risarcimento 😉

  11. Andrea Di Maio

    27/06/2012 alle 08:28

    Davide, senza entrare nel merito della polemica, vorrei segnalare che non credo coloro che hanno criticato la ricerca di MCC lo abbiano fatto per portargli un attacco personale o per qualche forma di invidia. Emanuela ha detto di non conoscere personalmente MCC, cosí come non lo conosco io. Essendo stato uno di quelli che ha criticato in modo articolato la ricerca sul proprio blog aziendale (e ringrazio MCC di aver commentato in loco), posso dire che sul mio blog, come credo su quello di Emanuela, le opinioni sono personali. MCC nel suo commento provò ad usare il tuo stesso argomento, associando Gartner al mio commento: gli ricordai la nostra blog policy, ma anche che se un cliente Gartner mi avesse chiesto un’opinione sulla ricerca di MCC, gli avrei detto esattamente le stesse cose, e a quel punto parlando per conto di Gartner.
    Per quanto riguarda l’invidia del successo personale, francamente non so a quale successo tu ti riferisca: professionalmente passo molto poco tempo in Italia e quindi non so giudicare. Personalmente non posso che augurare il meglio a qualunque connazionale ottenga risultati accademici ed imprenditoriali che mettano il nostro paese sulla mappa di un mondo che ci ricorda ancora per spaghetti, mare e mafia. Tuttavia questo non può esimere da critiche nel caso di ricerche un po’ superficiali e ad effetto.
    Mi sembra che nel tuo commento ti sia lasciato scappare un sentimento – quell sí – da tifoso del terzo anello, anche se per fortuna non hai lanciato un motorino 🙂

  12. Fabrizio Faraco

    27/06/2012 alle 09:04

    Sono stato una delle persone coinvolte nel ktrain e di quella esperienza ho un vivido ricordo sia dell’atto in sé, un reverse engineering fatto col sorriso, la gioia e la curiosità e la preparazione tipica degli esperimenti scientifici (esisteva addirittura un protocollo), che della discussione che ne è seguita, franca, aperta e stimolante solo come il confronto in rete tra pari sa essere. Da quell’esperimento ne sono uscito arricchito umanamente e soprattutto tecnicamente. Da esso ho potuto dare un ampio contributo alla discussione sull’influenza a livello globale in cui mi sono trovato coinvolto con Pam Moore, Brian Solis, Gina Carr e altri ancora.
    Sono quindi convinto che l’articolo di Emanuela tragga delle conclusioni corrette e che fanno della co-correzione e soprattutto della co-creazione la vera forza della rete. Un ultima postilla mi pare che ultimamente da noi qualcuno stia introducendo nel confronto in rete un atteggiamento tipico del dibattito politico (vedi anche il caso #meetfs). Seppur triste (per loro) credo che anche questo sia un ulteriore elemento scientifico di quanto la rete sia parte integrante della Realtà italiana.

  13. Francesco Mortara

    27/06/2012 alle 10:16

    La ricerca non ha né capo né coda, assume a dati reali dei comportamenti arbitrariamente assegnati e non verificati. Il fatto che possano essere eventualmente corretti, non le da affatto una valenza maggiore, né lo può fare il fatto che sia stata citata dalla stampa.
    Anzi, il fatto che sia stata citata dalla stampa fa parte dell’attività di PR di chi l’ha condotta e dal fatto che i giornalisti, come è chiaramente evidente, salvo poche eccezioni, non capiscono una fava di informatica e internet.

  14. Marco Camisani Calzolari

    27/06/2012 alle 11:48

    Francesco Mortara, puoi non essere d’accordo sulle conclusioni, ma la ricerca a capo e coda. Immagino che tu non l’abbia letta e scrivi per sentito dire dai tuoi amici…

  15. Marco Camisani Calzolari

    27/06/2012 alle 11:50

    Emanuela apprezzo la rettifica. Mi permetto di consigliari, la prossima volta che devi scrivere un pezzo, di informarti bene prima di fare certe affermazioni; di ragionare con la tua testa e non con quella del sentito dire dagli amici; e di verificare le fonti…

  16. Pingback: Cinquanta sfumature di Klout | Un altro orizzonte

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