Analogical side

Famola strana?… Famola vera

Bolsena-20120519-01415

“#Mediaplanning: questo corso è unconventional e funziona. #Sapevatelo” ho trovato questa scritta, stile Twitter, qualche tempo fa sulla lavagna dell’aula. Più sotto: “unconventional= famolo strano”. Ma io l’ non volevo farla “strana”, volevo farla “vera”. Ma probabilmente sono la stessa cosa.

versus Burocrazia. L’esortativo alla Verdone “Famola strana!” sottolinea l’abolizione di alcune procedure e rituali consolidati. “Non prendo le firme, perché non devo catturare voi ma, spero, la vostra attenzione” è la mia abituale premessa all’inizio di ogni anno. A che servono infatti i tornelli, fisici o procedurali? In ordine di tempo l’ultimo a illudersi che un cervello umano produca di più, se imprigioni il corpo che lo contiene, è stato il ministro Brunetta.

Gli studenti non firmano la presenza, ma la autocertificano alla fine del corso fornendo contestualmente una serie di riflessioni critiche utili per migliorare il corso dell’anno successivo che, certo, non riguarderà loro ma i colleghi che verranno. Perché l’etica è proprio questo (grazie, don Ciotti!): “Avvertire la responsabilità nei riguardi dell’altro”. E non devono riempire un modulo, non devono mettere crocette: sanno qual è lo scopo dell’operazione, scelgono loro il format di risposta che ritengono più adatto a rappresentare come hanno vissuto il corso, cosa è da conservare, cosa da cambiare. E rispondono con un ppt, con prezi, con un video, con un jingle…

Un plan “hic et nunc”. Sono affetto da instabilità motoria. Non riesco a stare in cattedra. Ho bisogno di ridurre le distanze, avvicinarmi ai miei interlocutori, sedermi talvolta in mezzo a loro per avere il medesimo punto di vista, scambiare i ruoli, abituare gli studenti a parlare da un microfono, a utilizzare con costanza forme semplificate di brainstorming. E soprattutto a considerare, e a far considerare, la presenza fisica di tanti cervelli in un medesimo posto (e per obiettivi comuni) un inestimabile valore aggiunto.

Gli esami sono l’unico momento nel quale mi annoio. O per meglio dire l’esame tradizionale, stile stazione di polizia: a domanda, lo studente risponde. Ritengo riduttivo valutare quanto uno studente abbia studiato, credo che lo scopo sia consentire, a lui per primo, di valutare la capacità di utilizzare gli strumenti culturali di cui si è appropriato. Per questo, in alternativa all’esame tradizionale, c’è la possibilità di presentare un “media plan” sulla base di regolari briefing che le imprese vengono a tenere in aula durante il corso. Insomma gli studenti presentano un prodotto, il loro prodotto. Perché non c’è sistema migliore per imparare a fare una cosa, che provare a farla, inciampare, rendersi conto di cosa manca e rifarla. Un piano per un caso concreto, non per una simulazione, per qualcosa che può essere utile a qualcuno e da domattina: un media plan “hic et nunc”.

Ancora i “libri di testo”? Credo che quello del docente oggi, nell’era della Post Università, sia essenzialmente un lavoro di regia selettiva degli infiniti flussi di conoscenze che fasciano le nostre esistenze. Nell’epoca sempre più ipertestuale, non ha più senso vincolare l’acquisizione del sapere. Fornisco indicazioni e non solo bibliografiche, ma non ci sono testi obbligatori. Più che prescrivere contenuti, è meglio partecipare obiettivi. E valutarne insieme il raggiungimento.

Credo nell’efficacia della pluralità di voci e di stili comunicativi che si alternano in un’aula: negli ultimi cinque anni ho invitato una cinquantina di aziende, enti e agenzie chiedendo di parlare agli studenti come a dei futuri professionisti, non per raccontare favole belle ma per analizzare gli splendori e le meschinità del mercato pubblicitario, gli entusiasmi e le frustrazioni dei mestieri della Comunicazione.

Sulla cattedra ci vanno loro, i testimonial aziendali, e i miei collaboratori. E anche gli studenti. Dietro le quinte, curo la regia e osservo nuovi comunicatori che crescono. Poi cerco di accompagnarli verso il mondo del lavoro, per non lasciarli soli di fronte alle contraddizioni di un sistema in cui la crisi è un dato di fatto ma anche, e contemporaneamente, un alibi per aziende che chiedono talenti ma non sono in grado di riconoscerli. Come spiegai, qualche tempo fa, in una lettera aperta alla Marcegaglia.

Perché ci siamo? Ci stiamo anche per questo: per evitare che la ricchezza della conoscenza a disposizione, l’enorme facilità di entrare in relazione, coniugata con il nuovo mito del tempo reale e del conseguente desiderio di disporre di tutto in tempi rapidissimi non riduca le conversazioni a strumento di scambio superficiale, linguisticamente impoverito. Lingua più povera vuol dire non trovare più le parole che nominano le cose, le situazioni, e le infinite sfumature dei sentimenti. Come se la nostra tavolozza espressiva riducesse progressivamente i suoi pantoni, portandosi verso i colori elementari per scoprire che non è più capace di mescolarli.

Ci stiamo per evitare che il trionfo della tecnicalità uccida la visione d’insieme, la capacità di interpretare i fenomeni, la lettura e la gestione della complessità quotidiana. E non sto parlando soltanto di educazione professionale. Noto una straordinaria disattenzione sociale sul tema dell’educazione sentimentale che, privata delle letture, delle confidenze, del confronto tra etica e passione, della dialettica tra divieti e convezioni da un lato e spazi da conquistare dall’altro, rischia di ridursi alla mera presa d’atto di fenomeni fisico-meccanici. Come “You Porn”: la versione più meccanica appunto, ripetitiva e noiosa dl sesso, di un’umanità talmente impoveritasi della capacità di rappresentare e descrivere pulsioni e sentimenti, da essere rappresentata esclusivamente come un dispenser automatico di secrezioni. Se sparisce la sensualità dei gesti, degli sguardi e delle atmosfere, l’erotismo annaspa e non resta che la strada stucchevole del porno.

Le parole per dirlo. “Voglio un’Università che mi faccia piangere e sognare”. Suona bene, ma non so quanto sia detto con consapevolezza: cosa c’è dietro il “piangere” e cosa dietro il “sognare”. Cos’è, una richiesta di maggiore rigore? Di una preparazione più solida che implichi sia l’abbondante dispersione dei fluidi tipici del sacrificio (sudore e lacrime) sia l’aiuto a identificare obiettivi ambiziosi (sognare)? Oppure è solo la semplificazione del pensiero breve, della frase emotivamente forte che nasconde contenuti deboli, incerti, in realtà non indagati, perché l’importante è dire, autorappresentarsi, chattare, postare, twittare, commentare. Non hanno risposte certe: preferirebbero la prima ipotesi, ma si trovano più frequentemente –me l’hanno detto in tanti- a gestire l’incompletezza e l’insoddisfazione della seconda.

Non siamo in cattedra solo per raccontare uno specifico professionale e per fornire strumenti d’interpretazione e gestione di contesti giuridici, economici, sociali, comunicativi. Non ci siamo per raccontargli le nostre soluzioni e i nostri percorsi ma per aiutarli a trovare i loro. Ci siamo per fargli scoprire che le risposte, e le parole per formularle, stanno dentro loro stessi e non altrove. Sì, sto parlando d’ironia e maieutica: il percorso è sempre quello indicato da Socrate e Platone. Poi, di volta in volta, l’insuperato metodo prende i nomi che il marketing del restyling di prodotto suggerisce, per renderlo più appetibile alle generazioni contemporanee che hanno sempre meno tempo per tutto. Figuriamoci per indagare le radici del pensiero. Quindi, se vi appaga, se vi suona più familiare, chiamatelo coaching.

Che poi, tutto sommato, è anche più spendibile. Una cosa è dire: cerco di essere un buon coacher dei miei studenti, altra sarebbe affermare di porsi nei riguardi degli studenti come Socrate con i suoi discepoli. La grandezza del riferimento annichilisce e ti senti a rischio pernacchio. Sì, pernacchio sostantivo maschile: quello della “lectio magistralis” del grande Eduardo De Filippo. Perché, da sempre, i maestri e la conoscenza non stanno solo nei libri, ma nella vita intorno.

 

Marco Stancati

Marco Stancati

Oggi consulente per la comunicazione d’impresa, formatore, curatore d’eventi. Ieri manager aziendale, docente alla Sapienza di Roma (comunicazione Interna e Pianificazione dei Media), direttore responsabile di periodici. Da sempre buon nuotatore, da otto anni plurinonno e discreto fotografo. Da analogico che vive quotidianamente la fantascienza del digitale, scrive di fenomeni coinvolgenti, di motivante umanità e di ordinaria disumanità.

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24 commenti

Commenti e reazioni su:

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24 Comments

  1. Carlo Vaccari

    21/06/2012 alle 14:31

    Grazie per avermi ricordato perché insegniamo, con quel giusto “mix” tra tensione ideale e auto-ironia!

  2. Cristina Sanna

    21/06/2012 alle 17:59

    Senza parole. Solo emozioni. Forti! Perché questa bellissima esperienza “famola strana?… famola vera” finisce qui. Spazzata via da una riforma voluta dalla Gelmini, senza troppi ma, senza troppi sé. Solo per mettere un bollino nella sua esperienza da ministra. Per dire che anche lei ha fatto qualcosa. E per questo verrà ricordata. Per aver eliminato ciò che di VERO c’era all’Università. #Sapevatelo!
    Cristina Sanna
    collaboratrice di cattedra “Pianificazione dei Media”

  3. Sara carcangiu

    21/06/2012 alle 19:27

    Wow. Riesce sempre ad emozionarmi. Sono sempre più orgogliosa di averla “scelta”. Come relatore, si intende.

  4. Maria Costanza

    21/06/2012 alle 22:34

    Ho letto il tuo articolo sul telefono tutto d’un fiato, troppo coinvolta dalle tue parole per accendere il pc e garantirmi una lettura più “comoda”. Complimenti e grazie per come riesci a rendere vive e collettive delle esperienze e delle emozioni tutte personali. Mi hai fatto venire tanta voglia di tornare a lezione!
    Un abbraccio

    Maria Costanza

  5. francesco

    22/06/2012 alle 09:03

    Professore, non mi convince. Questa idea di “fornire strumenti di interpretazione”, di trasformare la fatica e l’impegno nello studio in un grande gioco comunitario in cui siamo tutti uguali mi pare pericoloso e poco utile.

  6. Evaporata

    22/06/2012 alle 09:54

    Senti ma…quella lavagna lì non si potrebbe portare a casa? Un pezzo del genere va tenuto come opera d’arte ed esposta nel salotto buono.

  7. Roberta Buzzacchino

    22/06/2012 alle 10:43

    E’ stata una vera #openaula dove hanno trovato spazio creatività e innovazione. Fiera di averne fatto parte. Grazie Marco!

    Roberta Buzzacchino
    collaboratrice di cattedra “ Pianificazione dei media”

  8. Alessia Bellezza

    22/06/2012 alle 10:55

    è uno dei corsi meglio strutturati che io abbia trovato alla magistrale. Ci sono molti motivi per cui un corso così poco unconventional piace: contenuti, modalità, testimonianze, persone, pratica, esercizio. C’è tutto quello che dovrebbe esserci in un corso all’Università, di quelli che ti fanno andare anche di sabato (come capitava a me\noi).
    E sono sì, le persone, a fare la differenza.
    Per tutto il resto, basta un sentito grazie.

  9. Simone che scrive su "purtroppo"

    22/06/2012 alle 11:09

    Molto bello (l’ho diffuso su twitter)

  10. Daniele Vincenzoni

    22/06/2012 alle 11:55

    Chiamiamolo coaching, orchestrazione, o anche “Socrate 2.0”. Il punto è che funziona!

    Due sono i punti principali che scelgo di evidenziare:

    • l’interazione: lezioni davvero partecipate, dove la conoscenza non viene trasmessa – e men che meno “imposta” – ma co-costruita;

    • la coerenza: nonostante la grande varietà degli argomenti, il prof. Stancati è riuscito ad inserire ogni incontro del suo corso in un’unica cornice di senso… uno storytelling, come dicono quelli bravi 😉

    Ben fatto!

  11. Albertoesse

    22/06/2012 alle 13:29

    A me è successo quattro anni fa. E ancora me lo ricordo questo corso. E quando qualcuno sul lavoro mi fa i complimenti, penso che nella vita e negli studi devi essere fortunato. Io ho incontrato uno come Marco Stancati, che sa cazziare e motivare. Al momento giusto e con le parole giuste. E ti fa sentire importante. Grazie prof. per quel “Sogni? Certo importanti. Ma trasformateli in obiettivi: e diventeranno raggiungibili”.
    Mi spiace per tutti quelli che non potranno ritrovare questa esperienza perché una caricatura di ministressa l’ha reso impossibile. Tra l’altro non incontreranno neanche Vita Grilli. Della quale,lo dico,ero anche un poco innamorato…

  12. MarcoStancati

    23/06/2012 alle 09:36

    Grazie a Carlo Vaccari, Cristina Sanna, MriaCostanza, Roberta Buzzacchino, Simone per la partecipazione. E per il calore.
    Inoltre, per:
    -Francesco: “fornire strumenti “ per la conoscenza è stato ed è un mio obiettivo come uomo d’azienda, come consulente, come docente. Obiettivo ambizioso e non sempre raggiunto. Non so cosa intendi con “tutti uguali”: mai detto, perché i ruoli non si abdicano. Infine: le tecniche ludiche sono cosa serissima quanto l’impegno e il sacrificio che rientrano nella riflessione sul significato di “piangere”.
    -Evaporata: quella lavagna, scrivendo quest’articolo e pubblicando quelle foto, l’abbiamo portata in tante case…anche nella tua. E ti ringraziamo per avergli fatto spazio.
    -Daniele Vincenzoni. D’accordo su tutto, ma “Socrate 2.0”…ti prego, no! Socrate e Platone sono l’essenza stesso del dialogo e della interazione speculativa, sono il Verbo in questo senso. Non possono essere avviliti da formulette contingenti.
    -Albertoesse: l’intera cattedra ( consapevole che quello che ti stava più a cuore è nelle ultime parole) ti ringrazia per questo saper ritrovare il “senso” nella realtà quotidiana del tuo lavoro.

  13. Francesco

    23/06/2012 alle 10:18

    Grazie della risposta e mi scuso per l’interpretazione sbagliata sull'”essere uguali” che le ho attribuito. Sono lontano dagli studi (purtroppo) ma mi intriga il dibattito in corso su come è cambiata la didattica e sulle critiche sulle tendenze ‘social’ della stessa. Penso – ad esempio – a Giorgio Israel. Trovando in lei – mi pare – un campione della parte avversa non ho resistito a lanciare una sonda critica 🙂

    • MarcoStancati

      23/06/2012 alle 11:07

      “Lanciare una sonda critica” …mi piace.

  14. 5vm

    23/06/2012 alle 10:57

    Se tutti i prof fossero come avremmo certamenti studenti più motivati e felici.
    Grazie professore!
    Articolo ritwittato con molto orgoglio

  15. Brunella

    23/06/2012 alle 11:52

    Bellissimo! Grande prof!

  16. beatrice fazi

    23/06/2012 alle 11:59

    Se l’avessi avuto come prof non avrei lasciato gli studi a pochi esami dalla laurea: mi sembrava di perdere irrimediabilmente il mio tempo imparando fuffa e non la vita. Che bello il pezzo sull’importanza delle parole per esprimersi e dei colori per le sfumature. L’educazione sentimentale. Sentirsi parte di un progetto comune. L’importanza degli altri. Bravo prof. Lei è rivoluzionario. Grazie

    • MarcoStancati

      23/06/2012 alle 23:43

      Non ho (più) l’età della rivoluzione. Mi limito a una non scontata quotidianità, per me e per quelli che incrocio. Grazie per il commento e, ancora prima, per la cura nella lettura.

  17. valeria

    23/06/2012 alle 18:39

    E’ per questo che non potevo assentarmi dalle sue lezioni. Stare all’università non è mai stato così divertente….Grazie di tutto Prof.!

  18. Pingback: Uscire fuori | Torino Anni '10

  19. Maristella

    26/06/2012 alle 10:08

    Un corso vivace, creativo e propositivo proprio come le persone che lo animano dal Prof, ai testimonial, senza dimenticare i ragazzi in aula!

    Senza dubbio le migliori lezioni a cui ho partecipato. Grazie!

    Maristella D’Amico
    ex studentessa e collaboratrice di cattedra

  20. Tiziana F

    16/07/2012 alle 22:22

    Mi sono emozionata nel leggere ques’articolo, bellissimo! Mi reputo fortunata ad aver avuto l’opportunità di essere coinvolta dal grande entusiasmo e professionalità del Prof. Stancati e di tutti i collaboratori/testimonial del corso. Un grazie di cuore a tutti per tutto quello che ho imparato con voi… questo è stato davvero un corso speciale!

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  22. Pingback: #Leucò. La twitteratura è un gioco?twitteratura

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