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Italian rainforest: idee e modelli di innovazione al convegno di Working Capital

rainforest sala

Si è tenuto stamattina a Roma presso le Officine Telecom, l’incontro organizzato da Working Capital dal titolo “: impariamo a crescere”. Ospite d’eccezione , autore del libro Rainforest, i segreti per costruire la prossima Silicon Valley, nel quale illustra un modello di ecosistema per la nascita e lo sviluppo d’imprese innovative. «Il mio modello si basa sul concetto di abbondanza – ha spiegato Horowitt – in un’economia concepita secondo i modelli standard, si presuppone la scarsità delle risorse. Nella società di oggi invece, le imprese innovative nascono dall’abbondanza delle idee. Chi condivide la propria idea ne riceve in cambio molte di più sulle quali poter costruire».

Nel modello di Horowitt, per usare una sua metafora, si vuol creare un ambiente “igienico” privo di “erbacce” dove regna invece una serendipity ingegneristica. Secondo questo paradigma non si deve predire e ripetere, ma imparare e adattarsi. «Non sappiamo da quali imprese verrà nei prossimi vent’anni l’innovazione – ha aggiunto Horowitt – dobbiamo raccogliere tante idee e tentare e ritentare, perché l’innovazione nasce solo reiterando i tentativi». Nella prospettiva di un investitore «significa fallire in fretta con il minor danno – ha spiegato – solo così selezioniamo le idee migliori rimanendo sul mercato e facendole crescere».

Di rainforest italiana ha parlato anche l’A.d. di Telecom Marco Patuano, spiegando come ci sia esigenza di creare un grande ecosistema, non fatto solo di capitali ma anche di sostegni concreti e relazioni: «quando nel 2009 abbiamo lanciato Working Capital, iniziando a girare per le Università, eravamo praticamente soli – ha spiegato Patuano – oggi abbiamo raccolto più di 2.500 progetti. Tra questi ci sono grandi idee ma che non hanno un profilo imprenditoriale, molte altre invece sono valide e puntiamo a incubarle. Ma non possiamo e non dobbiamo fare tutto da soli, bisogna creare un progetto condiviso per dar vita a una rainforest italiana».

Ha rilevato inoltre quanto sia importante il rapporto con il MIUR, che oggi sta lavorando molto sul fronte dell’innovazione, con il quale ieri si è dato vita ad un progetto comune. Ed ha anche anticipato la nascita di una collaborazione con una nota università italiana: «Creeremo uno spazio fisico all’interno di un ateneo italiano – ha rivelato Patuano – e porteremo lì i nostri ricercatori, cosi da creare un rapporto diretto tra loro e i giovani».

Tra gli interventi di spicco anche quello di Francesco Sacco, Professore del Dipartimento di Management della Bocconi, che ha proposto per l’Agenda Digitale l’idea di dare ossigeno alle start-up con un triennio di bassissima pressione fiscale e contributiva. Sulla stessa linea Marco De Rossi fondatore di oilproject.org che ha posto così la questione: «per far crescere un’impresa veramente, dobbiamo cambiare radicalmente il “framework” in cui opera. Questo vuol dire cambiare norme, strutture politiche, burocratiche e pressione fiscale. Senza di questo è difficile che una start-up possa farcela». A noi De Rossi ha offerto un’altra riflessione: «non servono le ssrl, e questi temi sono motivo di  battaglia non solo per chi vuol portare avanti una start-up, ma per chiunque fa impresa o vi lavora. Siamo tutti sulla stessa barca, e dobbiamo lavorare assieme».

Altrettanto aperta l’idea di rainforest italiana secondo un altro relatore: Annibale D’Elia, dell’Assessorato per le Politiche Giovanili della Regione Puglia impegnato nel progetto “Bollenti Spiriti”. «Per creare una rainforest italiana bisogna trovare, come abbiamo fatto noi in Puglia, le mille “ricette”regionali. – ci ha detto D’Elia – va declinata a livello locale tirando fuori il meglio. Noi abbiamo puntato sulla voglia e le esigenze dei giovani sul territorio: stiamo ora lanciando una nuova iniziativa per la quale punteremo non sull’offerta di conoscenza ma sulla domanda. Chiederemo ai giovani imprenditori del territorio cosa vogliono imparare e cercheremo di mettere loro a disposizione quelle risorse».

Un tema importante anche quello evidenziato da Manuela Arata del CNR: «l’innovazione c’è anche nelle strutture pubbliche – ci ha ricordato la Arata – quello che ci mancano sono i compagni di strada. Dobbiamo cioè creare un legame tra le risorse umane e i brevetti che oggi ha nelle sue strutture il CNR, e i manager ed investitori. Altrimenti è inutile che io mandi un ricercatore dal notaio a registrare una sua società. Al CNR stiamo lavorando proprio su questo».

Tante idee e prospettive che faranno certamente da humus per la rainforest italiana, quello che ora è indispensabile è creare un “ecosistema”, mettendo idee e risorse a fattor comune.

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