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RAI: stop ai commenti dei dipendenti in rete

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L’introduzione di restrittive da parte delle aziende editoriali è andata di pari passi con l’evoluzione della e delle abitudini di consumo. Mentre alcuni editori puntano proprio sui social media per incrementare la propria audience, altri temono la perdita di controllo editoriale e introducono regole restrittive.

La sembra intenzionata a seguire l’esempio delle media company che tendono a riportare il controllo delle comunicazioni nelle mani della gerarchia aziendale, vietando a giornalisti e dipendenti dichiarazioni e commenti via internet, soprattutto attraverso i .

La strategia è stata diramata tramite una comunicazione interna della direzione generale, firmata da , direttore generale della Rai che il premier Monti vorrebbe sostituire con Luigi Gubitosi e che ha annunciato un ricorso contro tale decisione del governo.

La comunicazione interna (8 Giugno) spiega: “negli ultimi tempi si è verificato un numero sempre crescente di casi in cui sono state rilasciate, con diverse modalità, da parte di dipendenti e collaboratori dell’Azienda, dichiarazioni improprie agli organi di informazione“. La direttrice comunica poi la decisione di estendere ad internet, e in particolare a Facebook e Twitter, le regole già in vigore per le “dichiarazioni agli organi di stampa“. “Alla luce dell’evoluzione tecnologica e produttiva dei mezzi e sistemi di comunicazione, quanto stabilito con riferimento alle dichiarazioni agli organi di informazione, deve intendersi riferito anche alle dichiarazioni rilasciate su siti internet, blog, social network e similari“. Precisando che i rapporti esterni e con gli altri media dell’azienda “sono riservati esclusivamente alle aree funzionali e alle responsabilità aziendali a ciò deputate“. Dipendenti e giornalisti non possono fornire informazioni o formulare commenti se non dietro espressa autorizzazione da parte delle strutture preposte; pena sanzioni non precisate ma nei toni gravi. “Non verranno tollerati comportamenti in contrasto con la richiamata normativa aziendale“.

La reazioni critiche non si sono fatte attendere. Carlo Verna, segretario Usigrai (Unione sindacale giornalisti Rai), ha dichiarato: “Sul web la Rai è all’anno zero. Riesce a occuparsene solo per affermare l’ovvio. E’ ovvio che il dipendente è tenuto a obblighi di lealtà nei confronti dell’azienda, qualunque sia il mezzo utilizzato. Altrettanto ovviamente non tollereremo limitazioni della libertà di espressione”.

Più duro il commento del Senatore Pancho Pardi, capogruppo Italia dei Valori in commissione di Vigilanza Rai. “Non si era mai assistito ad un bavaglio in rete imposto con una circolare. Mi auguro che la Lei smentisca al più presto e che sui social la sua minaccia sortisca l’effetto contrario. Nessuno può mettere il bavaglio all’ultimo scampolo di libertà che, al momento, è rimasto”.

Le reazioni della rete variano tra l’ironico e il preoccupato per la continua incomprensione delle nuove modalità di comunicazioen da parte dei media italiani.  “Non fosse vero sarebbe comico”, commenta Andrea Cortellari, giornalista di Il Giornale. “Per gli operatori del settore (Rai in questo caso) Twitter è anche un importante osservatorio per capire gusti, necessità e critiche.” Scrive Giancarlo Leone, manager Rai e docente Luiss, precisando poi: “Twitter è luogo di scambio di informazioni e di confronto di opinioni. La comunicazione interna Rai non è contro. Ecco perché continuo.” La parola maggiormente associata all’iniziativa in rete risulta essere “bavaglio”.

La Rai, rispondendo alle polemiche, cerca di sminuire la novità dell’iniziativa. “La recente circolare interna riguardante le “Dichiarazioni agli organi di informazione” ribadisce norme di comportamento in vigore da anni, è contestualizzata ai moderni mezzi di comunicazione e segue l’interpretazione data dal consiglio di amministrazione della Rai”.

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