Unstructured Media Trends

Il club della pappa pronta

TV

Beppe Severgnini li chiamava “il club dei 5 milioni”: 5 milioni di italiani che leggono i giornali, che poi sono anche le persone che guardano gli approfondimenti nella seconda serata TV, che frequentano i siti dei giornali, eccetera eccetera. Il pluri-citato Josh Bernoff, autore di Groundswell, parla invece di “empowered consumers”: le persone che decidono personalmente cosa comprare, cosa leggere, cosa vedere, senza farsi guidare dall’alto, e comunque tenendo conto dei messaggi provenienti da una pluralità di canali di comunicazione.

C’è indubbiamente un po’ di “ansia da definizione” nel cercare di etichettare, di volta in volta, chi dovrebbe fare da traino alla grande rivoluzione digitale: gli immancabili “nativi”, i “giovani imprenditori”,  e altri fulgidi gruppi di personaggi che già ci immaginiamo incamminarsi, mano nella mano, verso il sol dell’avvenire. Anche lui digitale, naturalmente.

Certo. Ma se per un attimo proviamo a vedere cosa davvero succede nei trend di fruizione dei contenuti (di questo si dovrebbe parlare in questa rubrica, anche se  – lo ammetto – alle volte esco un po’ dal seminato) ci rediamo conto di una cosa. Anche le persone che consideriamo – con una espressione davvero odiosa – “ad alta alfabetizzazione informatica”, ad esempio, quando tornano a casa dopo una lunga giornata di lavoro, non hanno la minima intenzione di decidere loro, in prima persona, quale programma televisivo guardare.

Dopo una intera giornata trascorsa tra computer, smartphone e adesso anche tablet, in cui continuamente, anche per l’esperienza più ludica, dovevi sempre interagire, scegliere, prendere piccole e grandi decisioni, una volta avviata la digestione dello spezzatino e sprofondati sul divano nessuno di noi ha la minima intenzione di scegliere alcunchè.

Del resto, si tratta solo della “conseguenza televisiva” di un trend di più ampie proporzioni, anticipato dal successo di servizi di come Tumblr e Pinterest, dove implicitamente ci fidiamo di ciò che altri scelgono per noi.

Lo so, qualcuno di voi avrà già alzato la mano e detto “io no!”. Certo, ci credo che avrete collegato qualche mirabolante set top box al vostro televisore, rendendolo “net-enabled”. Avrete sicuramente provato l’ebbrezza di scrivere “Lucio Battisti” sulla barra di ricerca di YouTube finalmente visualizzata sullo schermo del salotto. E vi sarete vendicati di anni di TV imposta dall’alto, coi propri palinsesti (prima uno, poi sei, poi cinquecento, ma pur sempre cinquecento conventi che provano a passarti qualcosa). E così, mentre digerivate lo spezzatino, avrete trascorso la vostra inebriante “serata Battisti”, seguita magari da una “serata Mina” (la volta che scelse la vostra compagna di vita), e poi ok, la “serata Garfield” (quando vostro figlio non aveva sonno). E forse alla fine c’è anche stata la serata in cui eravate i sovrani incontrastati della vostra dieta mediatica, e ne avete approfittato per scrivere sulla benedetta barra di ricerca  qualcosa di inconfessabile come “papere dei portieri”. Ma dopo la serata delle papere dei portieri, probabilmente, la sera dopo, quella in cui dovevate digerire gli agnolotti, avrete guardato la barra di ricerca di YouTube per qualche istante con gli occhi sbarrati, privi della benchè minima reattività neuronale. Finché qualcuno vi avrà strappato il telecomando alfanumerico di mano, e riaperto per sempre la “Guida Programmi Elettronica”, per tornare a vedere che cosa passano i sempiterni  “cinquecento conventi”.

Non è una mia convinzione personale, è quello che hanno capito i più svegli dell’industria, mentre qualcuno ancora si incaponisce provando a risolvere il problema dell’interfaccia di ricerca invece di quello dello sforzo cognitivo. E’ inutile: davanti allo schermo del salotto il “search” sarà sempre sconfitto dal “discovery”. Vincerà, dunque, non chi proverà a vendervi la rivoluzione della “” (e infatti Google TV ha preso una sonora capocciata contro un muro) ma chi saprà reinventare il concetto di “”, per soddisfare il ben più nutrito “club della pappa pronta”.

Qualcuno che per intenderci – quando accenderete la TV alle otto di sera – saprà indovinare, stupirvi, e proporvi esattamente quello che in quel momento volete vedere ma che voi stessi non eravate in grado di sapere. Qualcuno che per farlo – ovviamente – dovrà sapere molto di voi, a cominciare da ciò che ha senso per voi, a patto che voi gli abbiate dato il permesso di scoprirlo, barrando qualche casella di qualche servizio web. E quando avrete fatto “opt-in”, questo “qualcuno” avrà capito un bel po’ di cose.

A chi avete telefonato, per esempio. Che ricerche avrete fatto durante il giorno, su ogni diverso apparecchio. Con chi avete chattato su Facebook, e – nella migliore delle ipotesi – di cosa avete parlato. (non preoccupatevi, lo sa anche Google, che poi promette, bontà sua di rendere anonimi i dati, vabbè).

Ma non è tutto. Questo qualcuno saprà dove vi trovavate. In che orari eravate collegati. Che prodotti avrete acquistato online, e forse anche offline. E naturalmente i video vi hanno raccomandato i vostri amici su tutti i social media a cui siete iscritti.

Insomma, se questa cosa funzionasse, io stasera, tornando a casa e accendendo la televisione vedrei una sola scintillante schermata che mi proporrebbe – tra le altre cose – il film “The Beach” con Leonardo di Caprio, un documentario sul castello di Santa Severa, dei servizi TG sull’apertura delle linea B1 della metropolitana di Roma,  e la biografia di Fabregas. Il perché lo saprei solo io, ma sicuramente sarebbe molto più veloce che sfogliare una Guida Programmi Elettronica con 500 canali.

Chi potrebbe fare molto bene questo mestiere di “indovino digitale personalizzato”? No, vi prego, non guardatemi così: lo sapete bene che non scrivo mai a nome dell’azienda dove lavoro. Diciamo che potreste esserci andati vicini, anche perché questo mestiere ormai lo fanno piuttosto bene (anche se più superficialmente) anche gli OTT come Amazon. Però forse come operatore telco avremmo ancora qualche carta da giocare, lo ammetto. A patto di crederci, ovviamente.

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini lavora da oltre 15 anni nel settore dei media. Dopo una serie di esperienze nella comunicazione istituzionale, prima in agenzia e poi in azienda, dal 2009 si occupa, nell’ambito della funzione Strategy del Gruppo Telecom Italia, dell’analisi degli scenari e dell’elaborazione delle strategie nella Media Industry. Dal 2011, nell’ambito della funzione Innovazione, si occupa di valutare potenziali partnership con start-up impegnate in progetti di creazione e distribuzione di contenuti multimediali. Esperto delle issues del mercato dell’Information & Communication Technology, svolge docenze e collaborazioni in ambito accademico. Dal 2008, in particolare, è membro del Teaching Committee del Master Universitario in Marketing Management (MUMM) della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza” di Roma”. Ha inoltre condotto trasmissioni radiofoniche come “Conversational“, in onda su Radio Popolare Roma nel 2010-2011, nel corso della quale ha approfondito l’impatto dei social media nell’economia, nella cultura, nella politica e nella vita quotidiana delle persone.

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4 commenti

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4 Comments

  1. Gianandrea Facchini

    12/06/2012 alle 15:49

    Antonio, hai centrato due aspetti che spesso sono sottovalutati. Il primo è la pigrizia umana. Dalla metà degli anni ’90, quando si predicavano i 500 canali interattivi….., si continua a pensare che le persona non siano mai stanche. Il secondo è che solo chi saprà porgermi contenuti con la stessa facilità con cui mi sintonizzo su Fox Crime, avrà il mio favore. Oggi, dopo aver letto il tuo articolo, sono andato a smanettare nel magico mondo proposto dal mio TV Samsung: un incubo di complicazione. Allora, come sempre, l’indovino dovrà essere in grado di capirmi e il solo seguire le mie tracce digitali potrebbe essere fuorviante.

  2. Francesco Romeo

    12/06/2012 alle 16:22

    Grazie Antonio, mi hai dato cibo per la mente :-).
    Io però sono talmente pigro che non voglio nemmeno fare opt in, vorrei che l’indovino seguisse per un po’ lo zapping fatto nei vari orari e imparasse da quello, senza essere invadente.
    Una cosa che mi sembra non consideri è però che la TV non è un oggetto personale come lo smartphone o il PC, ma è un oggetto condiviso; in alcuni orari lo usano persone diverse, e in altri lo si guarda in diverse persone contemporaneamente, ed è necessario mettere d’accordo gusti diversi…

  3. antonio pavolini

    12/06/2012 alle 17:44

    @gianandrea – ma guarda che a samsung non interessa la OTT-TV come proposizione strategica. non ha il minimo interesse ad inimicarsi i broadcasters, quindi più difficile sarà individuare usare la parte “smart” dei propri TV, più a lungo proseguirà l’eterna alleanza con tycoon e major. ho provato a stuzzicare samsung su questo tema, ma non sono caduti nel tranello, guarda qui 🙂 http://www.youtube.com/watch?v=RjtgDoKsPw8

    @francesco – il tema aggregativo è infatti fondamentale. se sei abbastanza intelligente “in rete” capisci anche ciò che può mettere d’accordo la famigliola, e soprattutto se la famigliola ha qualche interesse ad essere messa d’accordo 🙂

  4. Pingback: EuroITV, la TV interattiva non si risolve solo con l'ergonomia | Tech Economy

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